Occidente a pezzi

L’America è stanca, e questa Europa non è in grado di rispondere al grido di dolore della Francia. Davvero non ci resta che Putin? – di Stefano Cingolani
Occidente a pezzi

Militari a Bruxelles (Foto Reuters/LaPresse)

Sentinella, a che punto è la notte? E’ l’ora in cui tramonta l’occidente? Oswald Spengler questa volta non c’entra, adesso è Vladimir Putin a scoccare l’ultimo rintocco della civiltà nata dall’umanesimo romano (come lo chiamava con disprezzo Martin Heidegger) e fortificata dalla Dea Ragione. “E’ impossibile fare fronte comune contro il terrorismo islamico perché l’occidente non esiste – ha pontificato il presidente russo –. E’ solo un insieme di paesi ciascuno dei quali ha interessi diversi, talvolta persino contrastanti”. Su questa divisione fa leva il jihad, da al Qaeda al Califfato. Certo, si potrebbe precisare che la Siria degli Assad e l’Iraq di Saddam Hussein erano protetti da Mosca, quindi l’Isis in fondo sorge dalle ceneri dell’Unione sovietica. Tuttavia, è difficile dar torto al cinico realismo putiniano. E’ talmente diviso l’occidente che non riesce nemmeno a mettersi d’accordo sul nome della cosa. Il terrorismo non nasce con le stimmate di nessuna religione, di nessuna etnia, di nessuna nazione, puntualizza il comunicato finale del G20 di Antalya in Turchia. E allora cos’è, un ectoplasma, un’idea appesa come un caciocavallo?

 

L’occidente è in frantumi, dunque; ma come si è diviso, quando e perché? E’ più diviso oggi o dopo l’11 settembre 2001 quando i commando di al Qaeda dissolsero le Torri gemelle? Oggi o il 15 settembre 2005 quando fallì Lehman Brothers? Oggi o il 7 gennaio 2015 quando gli ultimi lupi solitari massacrarono i redattori di Charlie Hebdo? Anche allora, tutti marciarono uniti. Per un giorno, poi cominciarono i distinguo. Adesso l’eco della Marsigliese è durata un weekend.

 

A pezzi è l’Europa, eppure oggi c’è quel numero di telefono che chiedeva invano Henry Kissinger quando era segretario di stato con Richard Nixon. E’ il numero del presidente della commissione eletto dal Parlamento, Jean-Claude Juncker, che ha anche un indirizzo su twitter @JunckerEU. E poi c’è il numero della rappresentante per la Politica estera e di sicurezza Federica Mogherini (+32 0 229 57169). Tutti ormai possono chiamare, i giornalisti vengono indirizzati verso l’ufficio stampa, ma se si tratta di John Kerry o di Barack Obama, c’è la linea diretta e senza attesa. Una volta staccata la cornetta che cosa si possono dire, al di là di generiche espressioni di solidarietà? Manca persino la possibilità di promettere, perché nessuno può garantire il rispetto degli impegni.

 

L’Unione europea esiste anche se sarebbe più appropriato chiamarla Disunione. Ha un indirizzo preciso, a Bruxelles, in rue de la Loi, pochi isolati dal quartiere di Maelbeek dove la cellula di terroristi islamici ha preparato l’attacco a Parigi. Ha le sue strutture e le sue istituzioni, una valanga di tecnici e di burocrati (oltre 2.500 quelli alle dipendenze della commissione, più settemila e passa esterni), 750 deputati, 28 commissari, però non è in grado di rispondere al grido di dolore che si leva dalla Francia.

 

E gli Stati Uniti? Uniti? Non scherziamo. Basta guardare il dibattito pre-elettorale. Bernie Sanders, il concorrente da sinistra di Hillary Clinton, ha liquidato la minaccia dell’Isis in due battute per poi tornare alla sua polemica sui pericoli di una economia manipolata. Donald Trump se la cava dicendo che la guerra va lasciata alla Russia e in patria bisogna chiudere le moschee. Marco Rubio, il giovane e combattivo aspirante repubblicano, è l’unico ad aver ammesso che il terrorismo segnerà la campagna elettorale più delle tasse, ma sulle imposte lui è ben attrezzato, sul resto non ancora. Nessuno finora ha saputo rispondere alla semplice domanda su come combattere il califfo.

 

Lo spettro delle divisioni è davvero molto vasto, riguarda la politica, la guerra, l’economia, la cultura. Dopo l’11 settembre l’intero mondo civilizzato sembrava unito, una banda di fratelli avrebbe detto Shakespeare. Nulla sarà come prima, siamo tutti americani. Nessuno si oppose ad applicare l’art. 5 della Nato, la Russia garantì la sua collaborazione, e la Cina si offrì di ammorbidire gli ayatollah iraniani quando la grande coalizione intervenne in Afghanistan.

 

[**Video_box_2**]Che cosa è andato storto? E’ colpa di Rumsfeld, Cheney e Wolfowitz la trojka neocon che convinse Bush a invadere l’Iraq? E’ colpa di Colin Powell e di Tony Blair che mentirono sulle armi di distruzione di massa? Le faccende sono molto più complicate. La sconfitta dei talebani, il cui regime ispira il Califfato, aveva suscitato grandi aspettative. Ma la ricostruzione dell’Afghanistan non è stata un successo. Lo stesso, anzi peggio, è accaduto in Iraq. Gli sbagli più gravi riguardano non la distruzione del regime saddamita, ma il nation building, l’edificazione di un altro stato, con un’aggravante: l’emarginazione dei sunniti, errore evitato in Afghanistan dove non è stata esclusa nessuna tribù, nemmeno i talebani. Proprio sul nuovo Iraq si sono aperti solchi profondi tra gli americani e gli altri paesi occidentali, persino quelli che, a denti stretti, avevano accettato l’invasione.

 

Le difficoltà del dopo, la frustrazione generata dalla missione incompiuta, ha dato fiato negli Stati Uniti all’isolazionismo latente. E l’America, sceriffo riluttante, ma obbligato, dopo la fine della Guerra fredda, si è stancata. Con il ritorno dei democratici alla Casa Bianca è trionfata la dottrina del soft power delineata dal politologo Joseph Nye: persuadere, convincere, aiutare, comprare, conquistare le menti e i cuori, bombe di carta stampata, non al fosforo. Con Obama, in particolare, è arrivato un messianico appello al dialogo e alla pace universale che gli è valso l’improbabile premio Nobel. Una parte della debolezza dell’occidente è proprio qui, nel mesto svanire del secolo americano. Ma non solo.

 

L’Unione europea non ha un unico paradigma per affrontare il diritto di asilo e si spappola davanti all’onda dei rifugiati dalla Siria e dall’Africa. Le manca una costituzione, le regole comuni sono state concepite (male) in fasi storiche e politiche diverse. Soprattutto, non possiede un esercito. Nel momento in cui François Hollande ha fatto appello all’articolo 42 punto 7 sulla sicurezza e difesa comune, ha scoperto che il re è nudo. La Germania, dopo aver partecipato agli interventi in Kosovo e in Afghanistan, si è tirata fuori da ogni coinvolgimento estero. Angela Merkel ha detto subito che lei di intervenire in qualsiasi modo in Siria non ne vuol sentir parlare. Alla faccia del tanto propagandato “motore franco-tedesco”, Berlino stacca il filo con Parigi. La Gran Bretagna pensa solo a difendersi dalle idiozie burocratiche di Bruxelles e prepara la sua Brexit.

 

L’Italia è come sempre il paese delle eccezioni e dei puntini sulle i. Non guerra, ma lotta al terrorismo. Islamico? No, a tutto il terrorismo. Niente scelte avventate, annuncia Matteo Renzi. I bombardamenti non bastano e provocano vittime civili. Gli stivali sul terreno sono inutili e pericolosi. Un intervento euro-americano finisce per aizzare gli animi e prepararli alla vendetta. I russi sono indispensabili, ma guai alla politica delle cannoniere, la via diplomatica è l’unica possibile.

 

Armando Spataro esprime il punto di vista della sinistra giudiziaria e mette in guardia da ogni limitazione delle libertà individuali e dall’appiattirsi sul “modello americano della war on terror secondo cui il terrorismo è guerra”, ha dichiarato a James Hansen, per il quotidiano online Britaly Post, il procuratore capo di Torino già protagonista di un’epica battaglia contro la consegna alla Cia dei sospetti terroristi islamici (il caso Abu Omar). I 5 Stelle vogliono combattere per interposta persona: “Aiutiamo i curdi”, dice Mario Giarruso, capogruppo al Senato. E le destre? La loro campagna si svolge tutta sul territorio nazionale. Matteo Salvini mette nel mirino i rifugiati e intende far rientrare i militari italiani dal Libano. Renato Brunetta propone di togliere le sanzioni a Putin, cavallo di battaglia berlusconiano. Renato Schifani del Nuovo centrodestra se la cava con i servizi segreti.

 

L’alleato più forte di Hollande, dunque, è il tanto esecrato Putin, che finora ha fatto di tutto per destabilizzare l’Europa e seminare zizzania in Francia sostenendo Marine Le Pen. Ma il vero paradosso è che i francesi sono costretti a puntellare il nemico giurato Bashar Assad.

 

Le divisioni sulla strategia militare e sulla tattica da applicare, sulle armi da usare e sulle regole d’ingaggio, sono frutto di questa confusione politica. Si impiegano gli aerei perché una invasione della Siria non è stata messa in conto e in ogni caso va preparata in modo accurato per non procurare guai ancora maggiori. In Iraq è andata come è andata. Ma non è che i russi, invocati quasi come salvatori di ultima istanza, siano stati più efficaci e “puliti”, basti ricordare la Cecenia. La Francia ricorda che se non fosse per il suo intervento con tanto di scarponi sulla sabbia, il Mali sarebbe la dépendance africana del califfo. Ma non ha certo i mezzi per replicare in Siria. Gli inglesi, abili e senza scrupoli nelle operazioni di intelligence, per adesso pensano di usare i droni, sì, i velivoli senza pilota. David Cameron sfida il pacifismo di Jeremy Corbyn, il nuovo capo del Labour Party, ma a Westminster non a Damasco.

 

L’occidente è una espressione geografica anche in economia. E’ vero, tutti i paesi seguono il modello liberale, anche se con varianti importanti, dal keynesismo degli Stati Uniti al neo-colbertismo francese, dall’economia sociale di mercato tedesca all’assistenzialismo italiano. Il boom clintoniano degli anni Novanta aveva introdotto una spinta alla convergenza, la lunga recessione ha prodotto una nuova deriva. Nonostante quel che viene ripetuto sulla dittatura dell’austerità, soprattutto nell’area euro, i modelli nazionali si sono divaricati e la globalizzazione s’è frantumata.

 

L’economia mondo è divisa in placche tettoniche: l’estremo oriente dominato dalla Cina in contrasto con un Giappone in ristagno; il subcontinente asiatico dove India e Indonesia si contendono capitale e lavoro; l’Africa, un rompicapo con alcune isole di sviluppo che non sono più nemmeno loro felici (si pensi al Sudafrica); l’Oceania ha salvato il proprio benessere facendo da tramite tra Nord America e Asia; l’America latina resta una eterna promessa dove anche il gigante Brasile viene trascinato a fondo dai mali di sempre (inflazione, corruzione, inefficienza).

 

Ci sono poi gli Stati Uniti: sono riusciti a reagire alla crisi meglio degli altri, ma crescono a un ritmo lento, minacciati da una stagnazione secolare se sono vere le profezie di Larry Summers. Quanto all’Europa, sarebbe meglio parlare di Europe: il nord vero e proprio se l’è cavata, la Gran Bretagna ha seguito i cugini americani, la Polonia ha evitato la recessione praticando bassi salari e duro lavoro, la Germania ha tratto i benefici più grandi dall’euro, valuta stabile, ma meno forte del marco. E poi ci sono i Pigs, Portogallo, Italia, Grecia e Spagna che dopo sette anni di vacche magre stanno ancora attraversando il deserto. Quale contributo concreto, economico o militare sono in grado di offrire i paesi del sud, spossati ed emarginati, nella guerra al terrorismo islamico? La domanda è retorica.

 

Ma i muri più invalicabili sono quelli culturali. Il trionfo dell’occidente era stato celebrato da Francis Fukuyama nel 1992 con il suo bestseller “La fine della Storia e l’ultimo uomo”. Chiusa l’era delle ideologie forti, “le grandi narrazioni” di Jean-François Lyotard, il mondo diventava piatto, unito dal mercato e dalle istituzioni della libertà, dominato dall’ultimo uomo di Friederich Nietzsche, l’individualista possessivo, il consumatore narcisista.

 

La storia, invece, proprio in quell’anno si prendeva la sua sanguinaria rivincita in Yugoslavia scatenando un mattatoio tribale nel cuore dell’Europa. Il lungo fiume del passato non fluisce inesorabile verso il mare della democrazia. Sulle colline della Bosnia tramonta il sol dell’avvenire (liberale non più socialista). Dietro si stagliano ombre oscure come il nuovo zar, fantasmi del terrore islamista, streghe e spiriti della notte che danzano mentre la ragione dorme.

 

[**Video_box_2**]“Putin è popolare proprio perché è contro l’occidente”, dice Richard Pipes, uno dei maggiori storici della Russia, parlando a Milano alla cena annuale dell’Istituto Bruno Leoni che lo ha premiato martedì scorso. Il putinismo è un insieme di dispotismo orientale e neozarismo. Il presidente russo che si è formato nei servizi segreti sovietici, ha tratto le conseguenze più radicali dal fallimento del sogno neoliberale. Il decennio di Boris Eltsin è stato catastrofico non solo per le condizioni di vita dei russi, ma anche per la speranza di costruire una società aperta, popperiana. La libertà è diventata licenza, il mercato un suk nel quale si sono arricchiti i più furbi e i più veloci ad appropriarsi delle risorse dello stato totalitario. Pipes ricorda che la proprietà privata in Russia è sempre stata una concessione del potere. La terra, fino alla seconda metà dell’800 apparteneva allo zar, era concessa ai boiardi che formavano l’aristocrazia del regime e coltivata da servi della gleba. L’apertura dura pochi decenni, fino alla dittatura del proletariato o meglio del partito bolscevico. Oggi la grande proprietà, quella che controlla le risorse fondamentali, fisiche e finanziarie, è di nuovo una concessione del potere centrale. E’ questo il modello che viene proposto come baluardo a un tempo contro l’islamizzazione e contro il nichilismo che regna in Europa e in Nord America.

 

Che cosa possiamo opporre? Identità arcaiche e artificiose? Radici che si suppone antiche, ma in realtà sono fabbricate di recente? L’èra del Narciso ormai al tramonto? “Il pericolo non è quello di un controllo dispotico, ma la frammentazione”, ha scritto Charles Taylor, filosofo canadese, cattolico osservante nel suo saggio “Il disagio della modernità”. “Il rischio è di trovarsi di fronte a una popolazione incapace di darsi una finalità comune e di realizzarla”. Esattamente quello che sta avvenendo adesso davanti al terrore islamico. C’è dell’altro, oltre lo specchio dove si riflette il giovinetto innamorato di se stesso, ci sono i valori dell’89 (il 1989 non solo e non tanto il 1789), ma sembrano lontani, irrecuperabili. Su questi si può ricostruire una identità ben più forte perché comune a ogni uomo come essere razionale? Si può far rinascere l’umanesimo romano fagocitato dal materialismo storico, frantumato dal decostruttivismo? Un sogno, ma della ragione.

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