Polvere d’oriente

Quando l’islam piaceva all’occidente

Polvere d'oriente. Scrittori, turisti e spie al Pera Palace di Istanbul, “sublime porta” verso un mondo in decadenza.
Quando l’islam piaceva all’occidente

Istanbul in una pionieristica foto a colori: gli anni, gli ultimi dell’Ottocento, sono gli stessi che videro sorgere nella capitale dell’Impero ottomano, allora Costantinopoli, il Pera Palace

E’ polvere, il Levante. E’ polvere che il vento del Bosforo solleva e spinge verso Galata, fin dentro le strade e le stradine della collina di Pera, su su fino al traffico sferragliante di piazza Taksim. Una polvere che vela lo sguardo, copre i palazzi, insudicia le vie e i marciapiedi, appanna il paesaggio.

 

La vide e la respirò Hemingway: “Quando a Costantinopoli non piove, la polvere è così densa che un cane, trotterellando lungo la strada che fiancheggia le pendici della collina di Pera solleva il polverone di una pallottola che colpisca il terreno di striscio. La polvere arriva quasi alle caviglie e il vento la fa turbinare in mulinelli vorticosi. Se piove, tutto si trasforma in fango. I marciapiedi sono così stretti che tutti devono camminare in mezzo alla strada e le strade sono simili a fiumane”. Un dispaccio del 28 ottobre 1922 per il Toronto Daily Star. “Il traffico non conosce regole e le automobili, i tram, le carrozze, gli scaricatori con enormi carichi sulle spalle si affollano alla rinfusa. Ci sono soltanto due strade vere: il resto sono vicoli e le strade principali non sono molto meglio dei vicoli”.

 

Una decina di anni dopo, Bernard de Jonsac, dell’ambasciata di Francia, ritornando a Istanbul verso il Pera Palace, “camminava nel pulviscolo dorato dal sole come annaspando in una nuvola. Non riusciva riordinare le idee. Tutto gli sembrava irreale... Faceva caldo. Non c’era un angolo d’ombra, se non nei vicoletti brulicanti di gente del posto, dove Jonsac era costretto a intrufolarsi tra facchini e asini, tra sacchi e casse di merci che traboccavano dai negozi invadendo gran parte della strada” (“I clienti di Avrenos” di Georges Simenon, Adelphi, 2014).

 

In turco la traslitterazione fu Palas. Pera Palas. E quel che ne è oggi, un grand hotel ben ristrutturato e finalmente funzionante di una lussuosa catena alberghiera di Dubai, non merita la visita. Solo il vecchio magnifico ascensore è davvero riconoscibile. Il Pera Palace, che fu il primo albergo di elevata qualità occidentale a garantire sonni sereni ai passeggeri dell’Orient Express all’arrivo a Costantinopoli, non è un albergo. Come e persino più del Saint Georges di Beirut (di questo, dopo le guerre, resta lungo la marina ormai solo lo scheletro: ma meglio, forse, di una ristrutturazione firmata da qualche archistar), è stato l’epicentro di una storia nazionale e internazionale, e di tante storie reali e immaginate, in alcuni casi il loro motore, anzi. E’ stato il cuore potente, fantastico, non più riattivabile, lussuoso per i tempi, di quella cosa che fu l’orientalismo. Che “non è solo una fantasia inventata dagli europei sull’oriente”, come sostenne Edward Said: “Piuttosto un corpus teorico e pratico nel quale, nel corso di varie generazioni, è stato fatto un imponente investimento materiale. Tale investimento ha fatto dell’orientalismo, come sistema di conoscenza dell’oriente, un film attraverso il quale l’oriente è entrato nella coscienza e nella cultura occidentali” (“Orientalism”, 1978). Il Pera Palace fu il tendaggio rosso da accarezzare per accedere, come occidentali, alla sala di proiezione di quel film, “l’ultimo bisbiglio dell’occidente lungo la strada verso l’oriente”, scrive Charles King in “Mezzanotte a Istanbul” (tradotto adesso da Einaudi, ma il titolo originale è “Midnight at the Pera Palace: the Birth of Modern Istanbul” – è l’hotel infatti il nucleo del racconto del crollo dell’impero ottomano e della nascita della Turchia moderna).

 

“Per più di mezzo millennio”, scrive King, “l’immagine del mondo islamico elaborata dall’occidente è stata modellata dal suo incontro con Istanbul, con la grandiosità del suo secolo d’oro, la rapidità del suo declino. O la scelta apparente tra alternative entrambe rischiose: un governo autoritario o l’estremismo religioso. Negli anni tra le due guerre, tuttavia, gli stambulioti abbracciarono gli ideali occidentali con uno slancio che nessuno avrebbe potuto immaginare”.

 

Nel 1892 la società Wagon-Lits, proprietaria dell’Orient Express, decise di farsi un proprio albergo nel quartiere europeo di Istanbul; altri hotel di prima classe avevano aperto sulla Grande Rue di Pera, l’Angleterre, il Bristol e il Tokatlian, ma non a quel livello. E così tutti arrivavano e partivano da lì, vera “sublime porta” turistica e giornalistica e diplomatica e spionistica verso l’impero ottomano in decadenza, per seguire le guerre balcaniche, per raccontare, o manipolare, o sostenere la nuova Turchia kemalista, populista e laica. Tutti, anche, potenziali personaggi ambigui, torbidi, sinuosi di Eric Ambler.

 

Era una Istanbul nella quale persino gli orologi non battevano la medesima ora, come se sui due continenti, Europa e Asia, migliaia e migliaia di cuori fossero aritmici, posseduti da forsennate extrasistole. Per il Capodanno del 1925, racconta Charles King, “i festaioli di Istanbul si riunirono al Pera Palace, celebravano anche qualcosa di assolutamente nuovo: mai prima di allora gli orologi di tutti gli abitanti della vecchia capitale avevano segnato la stessa ora, né per tutti ricorreva lo stesso mese e lo stesso anno... Il governo repubblicano contava ancora gli anni dalla fuga del profeta Maometto dalla Mecca; i greci di fede ortodossa seguivano il calendario giuliano, in ritardo di tredici giorni rispetto a quello gregoriano; gli ebrei osservanti si attenevano al compito lunare; i musulmani devoti misuravano il giorno in base all’alba, al tramonto e agli appelli alla preghiera”. Col primo gennaio del 1926, come in un moderno incantesimo a orologeria, fu la stessa ora per tutti.

 

Eppure, eccolo già un po’ scricchiolante e decaduto, nel 1932, il Pera Palace, nel “Treno d’Istanbul” di Graham Greene: “Il grande e sfarzoso albergo, con i pavimenti a piastrelle, il personale internazionale e il ristorante che imitava la moschea azzurra, era stato costruito prima della guerra; ora, dopo il trasferimento del governo ad Ankara e con la concorrenza fatta a Costantinopoli dal Pireo, l’albergo era un pochino declassato. Per una riduzione del personale, ci si poteva aggirare per il vestibolo vasto e deserto senza imbattersi in un solo fattorino, e tutti sapevano che i campanelli non funzionavano”. Da allora alla recente ristrutturazione, ben poco cambiò. Anche James Bond, in “Dalla Russia con amore” di Ian Fleming, un quarto di secolo dopo, scende in un Kristal Palas sulle alture di Pera che non può che essere il Pera Palace: “La sera prima, al suo arrivo, dopo essere stato accolto da uno sgarbato portiere di notte in calzoni e camicia senza colletto, e aver rapidamente ispezionato l’atrio con le palme nei vasi di rame macchiate di uova di mosca, e il pavimento e le pareti di piastrelle moresche sbiadite, subito si era reso conto di cosa lo aspettava. Aveva pensato di cambiare albergo. Ma l’indolenza, e un gusto perverso per il romanticismo sciatto che permea i vecchi alberghi continentali, lo avevano persuaso a restare: si era registrato e aveva seguito l’uomo fino al terzo piano con un vecchio ascensore a fune”.

 

La polvere. E la tristezza del Levante. Cala come una cappa, la tristezza, quando il califfato e il califfo – il capo dell’islam mondiale che ha ricevuto il potere religioso universale – si spengono in una lenta agonia, un impero si dissangua sempre più infiacchito, e le potenze occidentali si riprendono Istanbul, anzi Costantinopoli, anzi Bisanzio. L’ammiraglia della marina britannica Superb, in testa a una flotta di grigie navi da guerra francesi, italiane, greche, in una nuvolosa mattina del 13 novembre del 1918, entra nel Bosforo: l’impero ottomano esisteva da 619 anni. Il sovrano, Maometto VI, è il trentaseiesimo rappresentante di una dinastia che discende da Osman (che una storpiatura fece diventare in occidente “ottomano”). Il sultano condivide il suo nome sia con il conquistatore di Costantinopoli nel XV secolo sia con il Profeta. Centinaia di milioni di musulmani guardano a lui come guida terrena dell’unica fede. Ma gli alleati si spartiscono il grande bottino della Prima guerra mondiale: nel maggio del 1920, a Sèvres, i loro negoziatori presentano ai funzionari ottomani la bozza di un trattato che prevede la radicale riscrittura delle mappe mediorientali. Mesopotamia, Siria, Palestina, Egitto, Cipro finiscono sotto il protettorato inglese e francese, l’Anatolia orientale viene spezzata tra un’Armenia indipendente e un futuro Kurdistan, tratti di costa dell’Egeo passano alla Grecia, Istanbul e gli stretti finiscono sotto l’amministrazione internazionale dei vincitori: Gran Bretagna, Francia, Italia, Grecia, Russia, Stati Uniti, Giappone. Tre mesi dopo, il sultano, umiliato, accetta l’accordo, e lo stato ottomano, da quella gigantesca nebulosa ormai sfilacciata che era, si sgonfia a insignificante puntino ai margini dell’Europa. Eppure, nel giorno in cui gli alleati iniziano la loro occupazione, all’hotel Pera Palace scende un comandante dell’esercito ottomano che si chiama Mustafa Kemal, e che guiderà, dopo lo sfacelo del califfato multietnico e multireligioso, la riconquista nazionalista della Turchia. Quel che nella lobby, nel celebre ristorante e all’Orient Bar del Pera Palace si presenta davanti ai gelidi occhi azzurri del futuro Atatürk lo sbalordisce, racconta King. Un’invasione di ufficiali stranieri che ha scacciato parte della clientela internazionale dall’unico vero albergo di lusso di Istanbul, ambasciatori occidentali, donne islamiche senza velo, ballerine russe, informatori di ogni tipo, spie che dalla direzione ricevono l’ordine scritto di lasciare il posto ai clienti paganti, nuovi ricchi che se la spassano. “La capitale turca è diventata una Babilonia”, si mormora. E anche Mustafa Kemal sceglie di risiedere in una suite del Pera Palace perché sa che qui è il cuore dell’occupazione occidentale.

 

[**Video_box_2**]La tristezza di Istanbul scende come una polvere finissima da questo disfacimento imperiale che ha prodotto lutto, e nostalgia, ma non vera rinascita: casomai, incompiutezza. E mai più nessun film dell’orientalismo. Lo ha spiegato Orhan Pamuk, e può forse fornire uno degli sfondi a quanto accade in questi mesi, in questi anni in Turchia: “La tristezza di questa cultura che moriva insieme all’impero era ovunque. Lo sforzo per l’occidentalizzazione mi è parso trarre origine, più che dal desiderio di modernizzazione, dalla voglia di liberarsi degli oggetti carichi di tristi e dolorosi ricordi rimasti tra le rovine di quel mondo, proprio come si buttano via gli abiti, i gioielli, gli oggetti e le struggenti fotografie di una persona amata morta all’improvviso. Perché non siamo riusciti a costruire un’entità forte, solida, nuova, occidentale o locale, un mondo moderno al posto dell’antico, tutto questo sforzo è servito perlopiù a dimenticare il passato: ha causato l’incendio e il crollo delle case signorili, la semplificazione e la vaghezza della cultura e la sistemazione degli interni degli alloggi come musei di una tradizione che non ci è mai appartenuta” (“Istanbul”, Einaudi, 2006).

 

La polvere spira dal Bosforo, arriva a folate dal Corno d’Oro o dal Mare di Marmara. “Vi sono luoghi” – ricorda Iosif Brodskij in “Fuga da Bisanzio”, uno dei saggi letteralmente profetici della seconda metà del secolo scorso – “nei quali la storia è inevitabile, come un incidente automobilistico: luoghi in cui la geografia provoca la storia. Uno è Istanbul, alias Costantinopoli, alias Bisanzio”. Le riflessioni e le visioni dell’esule, rabbiose, sfolgoranti, sfinite, forse alcoliche a tratti, si srotolano nel 1985 in una stanzetta d’angolo, semplice, polverosa, del Pera Palace, e sono poi trascritte in un hotel di Capo Sunio (l’esule, Brodskij, dalla seconda Roma, Costantinopoli, guarda, con “sorriso di disprezzo”, alla terza Roma: oltre il Mar Nero, quella Russia che per lui riassume e condensa l’orrore dell’antindividualismo asiatico, lo schifo dei totalitarismi che discendono da Bisanzio). “Il delirio e l’orrore dell’Est. La catastrofe polverulenta dell’Asia. Verde soltanto sulla bandiera del Profeta”. E poi: “Polvere! Questa sinistra sostanza che ti investe in pieno viso! Merita attenzione; e sarebbe meglio non occultarla dietro la parola ’polvere’. E’ soltanto sporcizia in movimento, sudiciume che non riesce a trovare il suo ubi consistam e tuttavia costituisce l’essenza stessa di questa parte del mondo? O è la terra che anela a levarsi nell’aria, che si stacca da se stessa, come la mente dal corpo, come il corpo che si abbandona al calore? La pioggia tradisce la natura di questa sostanza quando rigagnoli bruni o nerastri vanno serpeggiando sotto i tuoi piedi, si rifrangono contro i ciottoli e fuggono giù per le arterie di questo kislak primordiale, senza però riuscire a coagularsi in pozzanghere perché dappertutto sguazza una quantità incalcolabile di ruote, numericamente superiore alle facce degli abitanti, che trascina via questa sostanza, tra un clangore assordante di clacson, oltre il ponte, via verso l’Asia, l’Anatolia, la Ionia, verso Trebisonda e Smirne” (“Fuga da Bisanzio”, Adelphi, 1987).
Non molto è cambiato, sembrerebbe, dal tempo di Hemingway, un altro degli ospiti del Pera Palace, oltre che del rivale Tokatlian, sessanta anni prima: “La mattina, prima che sorga il sole, si può passeggiare per le nere viuzze logore e malconce di Costantinopoli; i topi sgattaiolano via dai vostri passi, un cane randagio annusa nelle cunette, mentre un raggio di luce filtra dalla connessura di un’imposta, lasciando passare con la luce l’eco di risate ubriache. Queste risate contrastano col sonoro richiamo del muezzin, un richiamo che si dilata e si diffonde nell’aria, mentre le strade di Costantinopoli, nere, luride, maleodoranti, sparse di rifiuti sono – nel primo mattino – la realtà della Magia d’Oriente”.
E’ polvere, il Levante.

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