L'altalena di Ortis

Nobili cause e istrionismi, tragedia e ironia: l’inquieto oscillare poetico di Foscolo. Che non era solo il mandrillo ipocrita canzonato da Gadda
L'altalena di Ortis

Ugo Foscolo: un’opera versatile, la sua, simile a un’intermittente ma inesausta confessione (nella foto, il monumento al poeta all’Università di Pavia)

Nella seconda metà del XX secolo, l’opera di Ugo Foscolo sembra essere stata confinata nelle scuole e negli studi degli specialisti. Tra i sintomi di questa caduta d’interesse, che denuncia il rapido allontanamento della nostra cultura da quella postunitaria di fine Ottocento e inizio Novecento, particolarmente significativo è il successo ormai indiscusso, tra i letterati e il pubblico colto, di “Il guerriero, l’amazzone, lo spirito della poesia nel verso immortale del Foscolo”, il radiodramma gaddiano del 1958 che con “Accoppiamenti giudiziosi” sta a testimoniare la singolare acrimonia dell’Ingegnere verso il poeta di Zacinto. In realtà, se la pièce conta qualche battuta divertente (“ci sono più vergini nei millenovecento versi del Foscolo che in tutta la storia di Roma antica. Nelle ‘Grazie’ poi, sono vergini anche i quadrupedi”), la sua sostanza è criticamente misera e satiricamente grossolana. Gadda va sempre a parare lì: al “batacchio” dell’Ugo, “labbrone spiritato” e “mandrillo” specialista nell’“inneggiare alle vergini e andare a nanna con le maritate”. Ma oltre che immotivata e greve, la sua baldanza liquidatoria suona un po’ imprudente. A lettori meno goliardicamente sdraiati dei nostri accademici e dei loro zelanti alunni potrebbe venire infatti la maliziosa idea di confrontare lo “spendaccione” che canzonava la crassa Milano dei salotti e del butirro, chiamandola “Paneropoli” o “Babilonia minima”, col parsimonioso lombrosiano meneghino: e il confronto non andrebbe certo a vantaggio del Carlo Emilio. A sfottere chi appena ventenne, e senza posto fisso, osò ammonire pubblicamente Bonaparte, è infatti un buon borghese che già maturo posava a uomo d’ordine parafascista; a ritrarre Foscolo come un dannunzietto in sedicesimo, col troppo facile soccorso di una dama cretina e di un filisteo da pochade, è un autore intorno ai cui pedanti inventari pluristilistici la retorica dannunziana straripa senza ritegno; e a vituperare il primo sterniano d’Italia, capace di fine umorismo e di satire acutissime, è un ultimo nipotino di Sterne che ha ridotto la divagazione ad alibi e l’umorismo a un vocabolaresco spirito di patata, nascosto ma non riscattato dai fioriti involucri formali. 

 

Tuttavia, se Foscolo è stato archiviato in un limbo di polvere scolastica e indifferenza militante, ossia sottratto alla cultura viva, la colpa non è tanto dei suoi detrattori, che hanno maramaldescamente infierito su un’icona già sbiadita, ma è prima di tutto dei vecchi apologeti, che quell’icona mitica sostituirono alla sua vera figura, determinandone l’equivoca fortuna ottocentesca. Si pensi al recupero politicamente corretto di Mazzini, e alla successiva monumentalizzazione dovuta ai professori della Roma umbertina. Quel 1871 “in cui le ossa di Foscolo vengono portate infine nel suo ‘tempio’ fiorentino”, ha osservato Sanguineti, “è anche l’anno in cui Vittorio Emanuele si stabilisce al Quirinale”, e in cui “San Pietro l’ha avuta vinta” sopra la “chiesa laica” di Santa Croce, una chiesa molto diversa sia da quella sabauda che da quella mazziniana. Se infatti Foscolo contribuì a preparare il clima patriottico dell’Ottocento, restò poi del tutto scettico davanti ai movimenti risorgimentali. L’Italia delle sue mitologie poetiche e delle sue incomparabili città-stato (Venezia, Firenze) non ha quasi nulla a che fare col focolaio nazionalista animato da sette ideologiche che agli intellettuali non chiedono più vaghi stimoli civili, bensì inequivocabili atti di sottomissione ai tatticismi politici. Ma soprattutto, Santa Croce a parte, il poeta dei “Sepolcri” guardò molto alla Grecia e pochissimo a Roma, “Babilonia perpetua”. E’ una scelta che non dipende solo dall’anagrafe, e che non si esprime unicamente in un rapporto genuino coi classici rispetto al quale gli interpreti come Monti, “gran traduttor de’ traduttor d’Omero”, rivelano tutto il loro libresco, anacronistico decorativismo. La diffidenza per la civiltà latina è legata in primo luogo a un precoce rifiuto dei progetti di dominio, della brutalità su larga scala di chi identifica la gloria con l’asservimento dei popoli stranieri. Ortis chiama i Romani “ladroni del mondo”, medita su Giobbe, e invoca un Dio spogliato dell’umana volontà di potenza; mentre per il suo Parini la fama degli eroi “spetta un quarto alla loro audacia; due quarti alla sorte; e l’altro quarto a’ loro delitti”. Con Manzoni, secondo cui nel buio teatro della Storia non resta che far torto o patirlo, il Foscolo che nota amaro come “la forza ha dominato tutti i secoli” è uno dei pochi letterati italiani immuni dal culto di Roma. E stare lontani dall’Urbe significa rifiutare la religione della Vittoria e del fatto compiuto, condannare la tracotanza di chi crede di possedere il destino come si possiede un podere. “Io trovo un non so che di cattivo nell’uomo prospero”, afferma Jacopo, perché quasi sempre “abusa dei capricci della fortuna per aggiudicarsi il diritto di soverchiare”: perciò solo i vinti sono capaci di compassione vera. Anche nel coevo “Sesto tomo dell’io”, il frammento in cui s’affaccia la maschera scettica che prenderà il nome di Didimo Chierico, Foscolo ribadisce che “gli uomini non perdono l’orgoglio se non con le forze”; e nelle “Grazie” conclude che “senza pianto / l’uomo non vede la beltà celeste”. Solo l’incontrollabile violenza del fato ci costringe a rinunciare all’idea megalomane di essere padroni di ciò che ci circonda e della nostra stessa vita. Così nei “Sepolcri” la poesia omerica serve a ricordare Troia ed Ettore, cioè coloro che sono stati abbattuti dalla furia cieca della Storia; e così le Grazie “Sdegnan chi a’ fasti di fortuna applaude (…) e sol fan bello il lauro / quando Sventura ne corona i prenci”.

 

Impossibile non pensare a Tolstoj, e soprattutto alla Weil, che come Foscolo traduce e commenta l’“Iliade”. Di rado una poesia classicista ha detto così nettamente che la Giustizia abbandona il campo dei vincitori: e questa convinzione è il frutto delle guerre napoleoniche, una rivoluzione d’ottobre che l’“orsacchiotto repubblicano” ritratto da Nievo vive nel morente Stato dei dogi. Del 1797 è l’oda a Bonaparte liberatore; ma già nel ‘99, con un coraggio civile inedito tra i nostri letterati, Foscolo aggiunge una dedica al conquistatore in cui ne denuncia l’hybris, e lo avvisa che Campoformio ha compromesso la dignità del suo nome. Questo giovane engagé capisce presto che la Storia travolge tutto, e che perciò il chierico, per non tradire, deve conservare il distacco necessario a un accettabile grado di indipendenza: di qui le satire sui servili letterati montiani, e l’abbozzo londinese di una “Storia della adulazione”. Il suo esilio – “istituzione”, diceva Cattaneo, che proprio Foscolo ha dato all’Italia – è già simile a quello degli intellettuali del XX secolo illusi e delusi dai sommovimenti epocali. Dopo essersi identificato con lo spirito del tempo a cavallo, il poeta-soldato constata non solo che gli effetti dell’espansione francese differiscono drammaticamente da quelli sperati, ma soprattutto che a chi parla con la voce della cultura non è lecito propagandare nemmeno le cause in apparenza buone, se i concreti mezzi collettivi che permettono di promuoverle fanno a pugni coi fini astratti, e passano sopra la testa di chi crede di governarli. Perciò Foscolo evita la carboneria, e rifiuta l’appoggio ai comitati per la liberazione dei “suoi” greci, costretti a mistificare una realtà troppo distante e a consegnarsi ai demagoghi. Questa scomunica preventiva dei moderni foreign fighters, già chiara nell’“Ortis”, potrà essere giudicata discutibile: non però priva di motivazioni robuste.

 

Ma al di là delle opinioni sugli eventi storici, è lo status sociale a fare di Foscolo il nostro primo scrittore moderno. Lasciandosi alle spalle un ceto letterario di aristocratici e abati, questo neocittadino spiantato, con le tasche bucate e la lingua troppo sciolta, si giostra “ramingando” tra prìncipi italiani e mercato librario inglese, si guadagna il pane con la penna, e difende la propria reputazione davanti all’opinione pubblica con una serie di affannose autoapologie in cui le rivendicazioni più nobili si mischiano a un istrionismo quasi ciarlatanesco. Dalla fisiologica instabilità, che lo costringe a interrompere di continuo i progetti letterari a cui tiene per seguire gli imprevedibili zig zag delle sorti politiche, militari e professionali, deriva l’idea che solo la poesia possa risarcire la fugacità della vita e l’ingiustizia delle devastazioni storiche e naturali. E’ una poesia concepita insieme come immaginazione e come ragione, una facoltà allegorica che combatte l’artificiosa scissione tra la letteratura puramente decorativa e la vuota metafisica delle nascenti estetiche moderne. “L’uomo non sa di vivere, non pensa, non ragiona, non calcola se non perché sente”, sostiene Foscolo; e “non sente continuamente se non perché immagina” (non conosce un fiore né chi ne avverte solo il profumo né chi lo coglie solo per esaminarlo, rifletteva allora Hölderlin in quel parossistico “Ortis” che è “Iperione”). Il distacco tra scienza arida e poesia ornamentale è un “pretesto di scienziati che non sapeano rendere amabile la parola, e di letterati che non sapeano pensare”, a cui Foscolo oppone una famiglia di saggisti (Machiavelli, Galileo, Beccaria, Galiani) che ha in lui stesso un discendente esemplare. Solo fondendo immaginazione e ragione la poesia può fondare uno spazio civile al riparo sia dalle menzogne dei despoti che dalla demagogia delle moltitudini: e buona parte dell’opera foscoliana non è che una plastica descrizione della sua nascita. Si vedano i racconti vichiani abbozzati nei “Sepolcri”, nelle “Grazie” e nell’orazione sull’“origine” e l’“ufficio” della letteratura, dove si narra sempre come un uomo ancora ferino s’incivilisce attraverso il linguaggio. La laica religione cimiteriale, che cederà poi allo spiritismo piccolo-borghese delle certose e dei camposanti carducciani e pascoliani, nel carme del 1806 è figura dell’utopia di un poeta che predica “non la resurrezione de’ corpi, ma delle virtù”; e se manca il sepolcro, a testimoniare rimane per lui la parola, come in un racconto ebraico che commuoveva Giacomo Debenedetti. Quanto alle “Grazie”, in quel paesaggio di Bellosguardo dove la natura armoniosa sembra già cultura, e dove Montale misurerà lo sfacelo della modernità, Foscolo non dipinge solo il dirozzamento artistico di genti ancora barbare, ma propone anche un argine alla fatuità gazzettiera e all’astrattezza sterile dei contemporanei.

 

[**Video_box_2**]Non a caso, questa civilizzazione estetica è associata alle figure femminili. Le donne, si sa, in Foscolo sono ovunque: muse, amanti, madri putative, iniziatrici ai salotti. Non va sottovalutato, certo, il lato patetico: che la Fagnani, più sintetica di Gadda, colse soprannominando il suo Ugo “romanzetto ambulante”. Ma c’è qualcosa d’altro, e di meno frivolo. Didimo preferisce la compagnia delle donne perché sono più dotate “di compassione e di pudore”, forze pacifiche che “temprano sole tutte le altre forze guerriere del genere umano”. Le donne incarnano la poesia, la pietà, l’amore temperato dalla verecondia. Sono spesso figure danzanti, di una sensualità mossa e velata, canoviana: come l’“amica risanata”, la Teresa ortisiana che suona l’arpa o canta Saffo, e le sacerdotesse delle figlie di Venere; ma sono anche testimoni, martiri capaci di scontare in sé la sofferenza del mondo, come la Lauretta dell’“Ortis” e la Cassandra dei “Sepolcri”. La loro bellezza, platonica immagine del bene, simboleggia un soave equilibrio di allegoria e fisicità, ma soprattutto di piacere e dolore. Ed è tra polarità analoghe che gioca il letterato Foscolo, il quale, come altri autori cresciuti nel passaggio tra età classicista e romantica (Byron, Leopardi, più tardi Nievo), oscilla inquieto tra toni tragici e ironici, tra il titanico alfieriano Jacopo e quello Jacopo “più disingannato che rinsavito” che è Didimo, fratello dell’Ottonieri leopardiano. L’oscillazione si rispecchia nello stile: lo stesso “Ortis” è un misto di enfasi oratoria e di sintassi franta, nervosa; e ibridi sono anche i suoi materiali, dato che Foscolo vi rifonde lettere e appunti sparpagliati altrove. Qui, è vero, mostra una spregiudicatezza che ricorda Tommaseo e D’Annunzio. E in effetti, almeno in un tratto è molto italiano: la sua opera versatile, simile a un’intermittente ma inesausta confessione, rivela una personalità in senso lato romanzesca e teatrale, ma in senso stretto negata al romanzo e al teatro. Perciò il suo genio si esprime meglio nei luoghi di transizione tra un genere, un tono, un punto di vista e un altro, sia che si tratti di rapidi trapassi o di dissolvenze dilatate, dei pindarici voli sepolcrali o delle distrazioni sterniane.

 

Foscolo è insuperabile nel far convivere senza stridori solennità marmorea e agilità sinuosa, severità casta e delicatezza sensuale, la naturalezza inedita dell’endecasillabo e la sintassi più spericolata, una levigatezza quasi parnassiana e un fonosimbolismo, un analogismo quasi ermetici. E’ lo stile di un’epoca a sua volta ibrida, che ha assorbito la lucidità illuminista, ma a cui le delusioni postrivoluzionarie hanno tolto la speranza. Ora i lumi non rischiarano più, col loro tiepido raggio settecentesco, l’utopia politica di un mondo avviato a perfezione, ma portano in primo piano il gelo della teodicea laica, un cosmo insensato dove tutto lucrezianamente si corrompe e tutto è illusione. D’altra parte, Foscolo capisce che solo le illusioni danno la forza di vivere: consapevolezza già leopardiana, ma corretta in lui da un abito di cittadino ancora legato al fervore sociale del secolo in cui nacque. E’ da questa ambigua natura che scaturiscono i suoi stupendi torsi poetici: i soli, nella letteratura italiana, paragonabili ai capolavori europei di quel neoclassicismo che nella sua forma più alta si può chiamare una malinconia della ragione.

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