Un drink con Bond

Come si fa un Martini Vodka, come si tiene il bicchiere, com’è il sesso con l’alcol: l’agente segreto di Fleming, che non ama lo Spritz, insegna
Un drink con Bond

Il primo James Bond al cinema, interpretato da Sean Connery. C’è chi ha quantificato il consumo di alcol degli 007 sul grande schermo: è Daniel Craig il Bond che beve di più

Il vaporetto numero 1 è detto dai veneziani pisacan – con la esse sibilante, non sorda – perché si ferma a ogni cantone. Infatti dalla fermata alla mia meta ci saranno sì e no centocinquanta metri. Un uomo mi aspetta davanti alla chiesa di San Marcuola.
“Ha un fiammifero?”.
Ho l’accendino.
“Anche meglio”.
Finché non si rompe.
“James Bond, molto lieto”.
Molto lieto anch’io. Ma la gente lei l’incontra sempre così, con le parole d’ordine, le controparole…?
“Nel mio mestiere la pedanteria allunga la vita”.
Capisco. Vogliamo andare?
“Purtroppo il casinò è chiuso. Sciopero”.
Eh, l’Amministrazione autonoma dei Monopoli di stato…
“Avete la bizzarra abitudine di scioperare a tradimento in questo paese”.
Mi verrebbe una replica sulla bizzarra abitudine di andare al casinò a mezzogiorno, ma lascio perdere.
“Ho un amico qui vicino. Venga: facciamoci un giro in gondola”.
Non ero preparato a questo.
“Non si faccia strane idee. Intendevo quella gondola”.

 

E ci mettiamo in fila con una mezza dozzina di veneziani allo stazio di San Marcuola, dove due gondolieri ci portano al Fondaco dei Turchi. Cinquanta centesimi per evitare un lungo vagabondaggio tra ponti e calli: un ottimo investimento. In piedi, pressato tra una Ester e una Noemi che tornano dalla spesa con le loro borse rigurgitanti, ammiro la disinvoltura con cui l’agente inglese si destreggia tra le usanze veneziane. Del resto, c’è stato più volte in laguna; ha perfino attraversato piazza San Marco con una gondola a motore: non uno dei suoi exploit migliori, per la verità. La cosa che più salta agli occhi però, è che non assomiglia per nulla al cinico battutista tramandato dai film: è quasi chiacchierone. Dopo una rapida passeggiata ci fermiamo davanti a un bacaro scalcagnato nascosto in una calle dietro l’Erbaria.

 

“Moro è un amico”. mi dice per rassicurarmi. Lo seguo. Bond e l’oste si abbracciano come vecchi amici. Terminati i convenevoli il proprietario ci fa accomodare: Fioi, sentéve là e senza chiedere nulla ci piazza davanti due bicchieri. Da sotto il bancone prende una bottiglia di vino bianco senza etichetta e ci riempie i gotti. Nel frattempo stappa un Campari Soda e spruzza di rosso i bianchini trasformandoli in serenissimi cocktail. Bond trangugia metà del suo e Moro – realizzo ora la sottile allusione shakespeariana – mi guarda con un’espressione che non ammette dissenso. Mi affretto a buttare giù il bianco corretto.
Bond, ma lei non andava solo a Martini Vodka, shakerato non agitato?

 

“Mi ci vede a chiederlo qui? Già non si può più ordinare il Martini Vodka shaken not stirred, perché il trash è dietro l’angolo, ma provi a immaginare l’effetto qui dentro”.

Giacché il trash è l’imitazione fallita di un modello alto e che, in questo caso, il modello è lui stesso, non vedo il rischio, ma preferisco non discutere.

 

Il suo primo libro è del ’53, quindi lei è su piazza da sessantadue anni; com’è cambiato il modo di bere?
“Innanzitutto si beve di meno. Si beve ancora, intendiamoci, ma negli anni Cinquanta e Sessanta bere era un fatto identitario. Si beveva per appartenere alla parte cool della nazione. Oggi si beve per socializzare. Lei è troppo giovane per ricordarsene, ma avrà visto la serie ‘Mad Men’. Quei pubblicitari newyorkesi illustrano perfettamente il rapporto che si aveva col whisky e il tabacco a quei tempi. Il whisky era onnipresente - ancorché on the rocks per diluire l’alcol e i timidi sensi di colpa - e le sigarette erano incorporate nelle mani. Oggi il politically correct ha reso impossibile tutto. Fumare è riprovato socialmente e accendere una sigaretta in un film è quasi impossibile. Forse è più salutare, ma sicuramente meno estetico. Quelli erano tempi ingenui in cui ci si poteva concedere dei piaceri senza preoccuparsi di essere malgiudicati e l’alcol era il naturale lubrificante delle relazioni sociali”.

 

Frequentava un bar preferito all’epoca? O ne frequenta uno oggi?
“No. Sono sempre stato ecumenico, anche se a Londra ci sono dei posti che dimostrano una certa competenza. E’ pratico di Londra?”

 

Un po’, mento.
“Be’ il Nightjar è un bar che si trova in City Road, invece a Mayfar il Connaught è imperdibile. Ma credo nel carpe drink”.
Stava accennando al fatto che l’alcol facilitava le relazioni. Si chiacchierava meglio con un tumbler di whisky in mano?
“Senza dubbio. Per quanto il tumbler sia all’origine di un penoso fraintendimento che ha avuto ripercussioni fino quasi ai nostri giorni”.

 

Potrebbe essere più esplicito?

“Potrebbe volerci un po’. Si guardi bene dal finire il bianco spruzzato, altrimenti Moro gliene fa un altro. Cerchi di seguirmi: tutto ebbe inizio una sera del marzo 1957. Il mio primo libro, ‘Casino Royale’, era uscito quattro anni prima e Fleming aveva già scritto parecchio su di me, per cui ricordo perfettamente quei giorni. Ero a Las Vegas con una collega della Cia di cui volevo approfondire la conoscenza, così andammo al Sands. In programma c’era il nuovo show di Dean Martin. A dicembre era uscito ‘Hollywood o morte’, l’ultimo film della coppia Martin e Lewis, ufficialmente separatasi sei mesi prima. I due erano molto popolari all’epoca e quindi la curiosità di vedere cosa avrebbe fatto quel belloccio italoamericano senza Lewis era palpabile. L’acciottolio delle stoviglie della sala Copa si tacque di colpo quando la voce del presentatore disse: ‘Signore e signori, l’hotel Sands è orgoglioso di presentarvi la stella del nuovo spettacolo: direttamente dal bar, Dean Martin!’. Dalle quinte emerse un Martin barcollante. Uno choc enorme, perché sovvertiva tutte le regole dell’educazione e dello show business di allora. Ma, per uno di quei fatali incantesimi del palco, nel giro di pochi secondi l’ubriacone che raccontava brevi monologhi divertenti e modificava i testi delle canzoni (‘Cara, se ti ho amato, perdonami’ diventò ‘Cara, se ti ho sposato, perdonami’) divenne la quintessenza del cool. Le donne impazzivano per quella simpatica canaglia e gli uomini avrebbero voluto essere come lui. E tutta quell’eleganza, fascinazione e classe erano riassunte in un tumbler con succo di mela e ghiaccio che dalla platea sembrava whisky on the rocks. Whisky e sigaretta: la cifra stilistica del Rat Pack. Quello stesso modo di portare in giro il bicchiere impugnandolo disinvoltamente con due dita per il bordo, l’ho visto poi imitare per decenni sorseggiando le bevande più varie, persino dei Chianti Putto. Una volta ho addirittura colto M a bere così al Blades club. Nessuno voleva rinunciare a dimostrare la propria coolness con un semplice accessorio. Quel modo di indossare il bicchiere era un concentrato ideologico che neppure il libretto rosso di Mao”.

 

Avrebbe potuto fare il sociologo se non avesse avuto successo con l’MI6.
“Anni e anni di marciapiede non passano invano per nessuno. Ma sul maneggiare i bicchieri avrei altro da dire”.
Siamo qui per questo.
“Forse lei ricorderà che negli anni Sessanta e Settanta nel suo paese, dove per il mio mestiere mi sono trovato a venire spesso, aveva grande successo un liquore: il Vecchia Romagna Etichetta nera, il brandy che crea un’atmosfera, per usare le parole di un vostro grande scrittore prestato alla pubblicità. In uno spot si vedeva un gruppo di amici riuniti intorno a un caminetto acceso, mentre bevevano il loro brandy in completo relax. Quello spot è responsabile di due misfatti che hanno devastato il costume italiano per anni: l’abbraccio al bicchiere e il roteamento”.

 

Cioè?
“L’abbraccio era quel modo di impugnare il bicchiere circondandone la coppa panciuta con la mano e collocando il corto stelo tra il medio e l’anulare. Per il brandy, capisco, ma per il vino… Ci sono voluti decenni per recuperare l’uso corretto dello stelo, che ha la funzione di tenere lontano l’odore delle mani. Ma era nata un’ancor più grave perversione: la rotazione. I suddetti amici facevano mollemente roteare il liquore nel bicchiere; in questo modo l’alcool agitato libera nell’aria alcune molecole che ne diffondono l’aroma. Ma la televisione è cattiva maestra e così quel gesto, sganciato dal suo significato e ripetuto a pappagallo, negli anni ha dato origine a legioni di rotatori che, vuoi per ignoranza, vuoi per imperizia manuale, si trasformavano in scuotitori continui che sottoponevano le loro bevande a bradisismi, tremori e spasmi sussultori. E questa stessa attitudine rotatoria è stata esportata con effetti esilaranti dal mondo dei superalcolici a quello del vino, che però conosco meno”.

Già, lei si limita a champagne millesimati e Bordeaux Grand Cru.

“E’ vero, non sono mai stato a misurare le note spese; il governo però non se ne è mai lamentato. Ma dicevamo degli scuotitori. Gli ultimi sono stati debellati solo negli anni Duemila da due fattori concomitanti. Il primo è stato un attore, autore di una pantomima in cui metteva alla berlina il repertorio coreografico di annusate, rotazioni, sciacqui, scrutamenti di un sommelier che poi concludeva con un sublime: ‘E’ rosso’. Il secondo: gli smartphone. Ora scuotono di meno perché controllano a ripetizione la posta e i social”.

 

Mi complimento per la conoscenza, quella sì molecolare, della nostra cultura. Si direbbe abbia vissuto più in Italia che a Londra.
“Uno dei vantaggi del mio mestiere è stare lontano dal clima della nostra isola per gran parte del tempo. In Italia sono venuto ben più spesso di quanto si potrebbe pensare guardando i film, nei quali ho passato metà del tempo ai Caraibi. Ma il cinema è finzione, si sa”.

 

Parlando di comportamenti trash, però, deve ammettere che anche lei ha qualche responsabilità. Come si diceva all’inizio, è diventato impossibile ordinare un Vodka Martini shaken not stirred senza fare la figura del pirla che si crede 007.

 

“Definitely. Come dicono i primi ministri, sono lieto che abbia toccato questo argomento che mi dà modo di chiarire la mia posizione. Io amo il Martini Vodka agitato e non mescolato perché, come potrà spiegarle qualunque barman professionista, nello shaker le molecole della vodka e del vermouth, urtando con violenza le pareti d’acciaio si fondono, cosa che con la semplice mescolata non avviene. Lo shaker ha la funzione di unire liquidi di densità diverse; il che conferisce al cocktail una morbidezza incomparabile. Eppure, provi a chiedere a cosa serve lo shaker e otterrà le risposte più fantasiose: perché fa un bel rumore; per cambiare sapore ai liquori o per mescolarli! Nonsense. Peraltro, il direttore della New York Bartending School sostiene che con la vodka non cambi nulla se lo si agita o lo si mescola, ma Fleming non lo sapeva. In ogni caso ciò non ha impedito al Vodka Martini skahen not stirred di schizzare in cima alla classifica delle ordinazioni preferite. Pensi che ai tempi di ‘Goldfinger’, il film, vendevano dei kit per prepararlo, con tanto di shaker telescopico dissimulabile sotto la giacca, dove di solito portavo la mia Walther Ppk. Q avrebbe dato la mia testa per averlo. Ma la verità è che io preferivo il Vesper: tre parti di Gordon’s gin, una parte di vodka, mezza parte di Kina Lillet, che oggi non fanno più e quindi ci si deve mettere il Lillet Blanc; shakerare con ghiaccio e servire in una coppa da champagne larga e profonda con una fetta lunga e sottile di scorza di limone. Se lo si beve thrown è straordinario: alcol puro e non lo sembra. Una magia”.

 

Come lo si dovrebbe bere, scusi?
“Thrown. Sa quella tecnica per cui si fanno delle fontane versando il liquido da una metà all’altra dello shaker? Il throwing?”.
Faccio segno di sì, ma fingo.

 

“Un’altra di quelle faccende molecolari con cui si incorporano microbolle d’aria nel liquido”.
Però dopo la morte della signorina Lynd non l’ha più bevuto.
“Non esattamente. In ‘Quantum of Solace’ me ne hanno fatti bere sei durante un viaggio in treno, ma non lo hanno nominato, si sono limitati a elencarne gli ingredienti. Un private joke per bondologi”.

 

[**Video_box_2**]Nel suo prossimo film, in uscita a giorni, mi dicono che berrà un Dirty Martini. Una cosa con le olive, vero?
“Con la salamoia di olive, non solo con le olive. Un po’ eccessivo, ma una volta ogni sessantadue anni si può fare”.
Quanto mi sarebbe piaciuto ordinare un cocktail con la sua strafottenza: due parti di questo, una di quello e un’oliva: servire con ghiaccio, non tritato. Impossibile: il barman mi avrebbe sputato in un occhio.
E della mixology che va tanto di moda da tre o quattro anni cos’ha da dire?

 

“Quel che aumenta la consapevolezza del bevitore mi piace. Del resto dopo anni di totalitarismo dello Spritz… A questo proposito mi faccia dire chiaramente una cosa: lo Spritz è il male. E’ come la Spectre. Nella classifica dei crimini ha eguagliato il prosecco nei bicchieri di plastica che volano via al primo colpo di vento: i fuori salone del Salone del mobile di Milano ne sono stati infestati per anni. Nemmeno i negozi di mutande volevano rinunciarvi. Per fortuna, bevo solo in servizio”.
Ah, come vorrei avere la sua battuta pronta.

“Please, don’t”.
Ma restiamo sullo Spritz.

 

“Lo Spritz era destinato a una mogia sopravvivenza nella sua zona endemica, l’irriducibile Patreve: Padova-Treviso-Venezia. Ma all’inizio degli anni Duemila la Campari ha comprato l’Aperol e ha rilanciato il marchio abbinandolo allo Spritz. Un enorme successo, ma un’operazione semplificatoria. Da un giorno all’altro sono scomparse tutte le varianti di cui per anni si era nutrito quel cocktail di origine austriaca, che rari intenditori prendevano addirittura al Cynar, o al Select, in favore della ferrea dittatura dell’Aperol. Per la verità è sopravvissuta un’eroica resistenza che lo prende al Campari, ma minoritaria. Potenza della pubblicità, lo Spritz divenne il monarca degli aperitivi e delle apericene con salumi ossidati, tagliati sei ore prima. Ricorda cosa diceva il dottor Lecter a Clarice? Si desidera quel che si vede. Aveva ragione: si beve anche quel che si vede”.
Quindi con l’avvento della mixology lei sarà contento?

 

“Studiare gli ingredienti e capire come si possa rendere buona da bere una rapa è un’iniziativa meritoria. Sapere è potere e se il potere è diffuso, si corrono meno rischi”.

 

Bond, lei mi sorprende: questa è una dichiarazione di fede nella democrazia. Lo sa che a lungo è stato ritenuto un relitto fascistoide e sessista.

“Vivi e lascia dire”.
Avrà notato che non ho sfiorato l’argomento sesso.
“Gliene sono grato. Alcol e sesso non vanno d’accordo”.
Non parlavo degli aspetti fisiologici. Lei è noto per avere tenuto negli anni un’attività erotica da Guinness. E non nel senso della birra.

 

“Dice? Non ho mai fatto ubriacare una donna per convincerla a far l’amore. Magari giusto un bicchiere per sciogliere l’atmosfera, soprattutto alle nostre latitudini nordiche, ma mai di più. Non sarebbe stato fair. Sa cosa diceva Dorothy Parker? ‘Amo i Martini, ma al massimo due. Tre e sono sotto il tavolo. Quattro e sono sotto il cameriere’”.
Bond, temo si debba chiudere perché abbiamo finito la pagina. Se volesse fare una della sue famose battute…
“Allora ordino quello che ha ordinato una signora elegante in un bar alla moda di Roma, e vediamo che faccia fa il nostro anfitrione. ‘Moro, fammi una tachipirinha’”.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi