Cantori di gloria

Da Pozzo a Sconcerti, da Brera a Biscardi. Un libro racconta le gesta di chi per sessant’anni ci ha narrato le imprese sportive.
Cantori di gloria

Nella sua lista dei giornalisti sportivi, Gian Paolo Ormezzano mette Gianni Brera (qui ancora con i capelli scuri e senza barba) tra gli “erotisti”. “I cantaglorie” è pubblicato da 66thand2nd

“Ogni tanto gioco con me stesso al gioco di pensare a come potrebbe essere un eventuale nuovo cantore. Io sogno di leggermi la partita di calcio, anche se vista e stravista allo stadio o in televisione, raccontatami da un Hemingway, ovviamente per iscritto. Ma non solo mi manca l’Hemingway, mi manca la partita ideale, giusta, nel senso che mi sembrano ormai una eguale all’altra”. (Gian Paolo Ormezzano, “I cantaglorie”)

 

Dal 1934 al 1970 le partite della Nazionale italiana di calcio erano raccontate in radio da Nicolò Carosio, il primo vero grande radiocronista sportivo, prima che la televisione ingurgitasse tutto, mettendo a nudo errori e imprecisioni di chi, solo, faceva arrivare alle orecchie degli italiani le gesta degli Azzurri. Nel 1960 Carosio collaborava con Tuttosport. Non era una penna raffinata, ma era un nome molto conosciuto. Al termine di uno Spagna-Italia giocato a Barcellona e finito 3-1 per gli iberici, Carosio telefonò allo stenografo in redazione per dettare il pezzo sulla partita. Le linee erano un disastro, dopo qualche minuto fu consegnato al direttore Antonio Ghirelli un foglio con qualche frase. Insufficiente. Ghirelli chiamò nel suo ufficio un giovane giornalista venticinquenne, appena assunto dopo anni di “abusivismo” pressoché anonimo ma molto fattivo in redazione. “Hai sentito la radiocronaca della partita?”. “Sì”. Il direttore buttò nel cestino il foglio con l’articolo di Carosio. “Carosio adesso diventi tu. Prendi i dispacci di agenzia e scrivimi la partita”. Il giovane cronista eseguì, e il giorno dopo su Tuttosport uscì la cronaca di Spagna-Italia firmata Nicolò Carosio ma scritta da lui. Compiendo un errore che nessun giornalista dovrebbe mai fare, il ragazzo rilesse il pezzo in pagina, scoprendo con orrore che per l’emozione si era dimenticato di raccontare due gol su quattro. Nel suo articolo la partita finiva 1-1. Per una settimana attese la tempesta, sicuro di essere licenziato: non solo aveva sbagliato lui, ma aveva fatto sbagliare il grande Carosio. Nessuno però gli disse niente. Preso coraggio, il giovane andò da Ghirelli e gli disse: “Direttore, ho la prova che nessuno legge più la cronaca delle partite”, e confessò il suo errore, di cui né i colleghi, né i lettori, né Ghirelli, né Carosio stesso si erano accorti. Il direttore si infuriò, ma per fortuna non lo licenziò, e da quel giorno ridusse lo spazio delle cronache in pagina.

 

Quella brillante promessa del giornalismo sportivo oggi ha ottant’anni, tifa Torino fin dal giorno della sua nascita, ha da tempo superato la fase del solito stronzo – peraltro lambendola appena – ed è a pieno titolo un maestro, anche se non venerato quanto meriterebbe, complici il suo carattere meravigliosamente sabaudo, certi “no” umorali ma ragionevoli al giornalismo televisivo e forse anche il suo essere dalla parte “sbagliata” della barricata (lo scorso anno la dirigenza juventina lo accusò a torto di essere l’ispiratore delle violenze pre-derby con il Torino per un suo articolo sulla Gazzetta dello Sport). Si chiama Gian Paolo Ormezzano – per molti GPO – ed è una firma amica per chi ha seguito e amato lo sport, pressoché qualunque sport, negli ultimi sessant’anni. Sessant’anni e più che lui stesso racconta nel suo ultimo libro, “I cantaglorie”, pubblicato da 66thand2nd, casa editrice che sforna opere preziose e ben curate sullo sport e non solo. Il libro è una storia divertente, appassionata e appassionante di chi ha trasformato il giornalismo sportivo in genere letterario (là dove per letterario si intende di tutto, dal registro alto di un Dino Buzzati a quello basso e urlato di un Aldo Biscardi).

 

Amore, eros e pornografia, queste le tre ère dei cantaglorie, i giornalisti che grazie alle imprese degli sportivi hanno brillato per capacità inventiva nel raccontarle, spiegarle e farcele toccare con mano anche a chilometri o ore di distanza. Ormezzano le ha viste tutte: respirata con forza la prima, vissuta e goduta la seconda, guardata con sospetto e curiosità la terza. La prima (amore) è l’epoca dei cantori, “parole e musica, articoli come canzoni”, la seconda (erotismo) quella degli studiosi, la terza (pornografia), quella della “rappresentazione oscena o quanto meno esplicita dell’atto amoroso nonché erotico”. Ma il libro è anche se non soprattutto un utile saggio per capire che cosa si sono persi i più giovani, scritto però senza il tono lagnoso di chi lascia intendere che si stava meglio una volta. A disagio nell’epoca di blog, chat, tweet e web per sua stessa ammissione, GPO si ritiene fortunato ad avere incocciato “un gran bel periodo dell’Italia, dello sport, del giornalismo sportivo”, quando si girava per il mondo spesati per “andare-vedere-raccontare”, senza fretta se non quella imposta dai tempi di scrittura dei pezzi, né timore che qualcuno “bruciasse” fatti e notizie su Twitter o Facebook. Nessuna idealizzazione del passato, anzi: dei cantori, i primi del mestiere che – assente del tutto la tv e quasi del tutto la radio – soli avevano il potere di dare patente di verità a quanto riportavano sulle pagine dei loro quotidiani, Ormezzano dice chiaramente che “lavoravano bene di fantasia, inventavano molto, alla fin fine ingannavano poco”, persino che “non sapevano molto di sport”. GPO racconta le sue cronache di ciclismo accanto a quei maestri da lui venerati in firma, voce e fotografia, descrivendoli in modo amorevole ma schietto: c’era quello che spendeva tutti i soldi il primo giorno e poi scroccava dagli altri, quello che citava l’amante durante le radiocronache, quello che con la sua sola presenza teneva in piedi il Tour de France nei momenti difficili, o quello che a tavola partiva con aneddoti pallosissimi che ammazzavano di noia i commensali, i quali però non potevano lamentarsi. Si sono estinti quasi tutti negli anni Sessanta, i cantori (eccezion fatta per alcuni, happy few, tra i quali GPO annovera Gianni Mura, ad esempio). Pativano “il modernismo dirompente”, dato che prima “non c’erano le immagini a rendere obsolete o addirittura a smentire certe loro narrazioni di ambienti e anche di vicende”.

 

Ormezzano li mette in fila tutti (“dai cazzari agli onesti, dagli studiosi dello sport ai demagoghi, dai colti ai nemici del congiuntivo”), prima i cantori, poi gli erotisti e infine i pornografi. Ventitré piccoli ritratti di personaggi che a modo loro hanno fatto la storia del mestiere, migliorandolo, cambiandolo, rinnovandolo o stravolgendolo. Ciò che lega questi personaggi è l’autore stesso, che con ognuno ha fatto un pezzo di strada, ad alcuni rubando il mestiere, con certi lavorando spalla a spalla e infine ad altri insegnandolo un po’.

 

Letti in controluce i ritratti dei cataglorie sono una imperfetta ma essenziale storia del giornalismo sportivo italiano: nel susseguirsi di direttori alla guida dei giornali, nel cambio di grafica, di linguaggio e di messaggio che di volta in volta i quotidiani apportavano, GPO fa intravedere il modellarsi continuo di un mestiere in cui “tutto serviva, bastava e avanzava per vendere i giornali”. C’è il momento, da lui identificato con la metà degli anni Sessanta, in cui lo sport diventa sempre più il calcio e solo il calcio: “Fiorenzo Magni, il terzo uomo del mondo del pedale, mi avrebbe una volta mostrato la ‘rosea’ di quando, anni Cinquanta e stesso giorno, lui aveva vinto il Giro d’Italia e il Milan lo scudetto: la prima pagina quasi tutta per lui, al calcio un taglietto basso”. C’è l’arrivo improvviso e devastante della tv, che trasforma in personaggi che sulla carta non sarebbero emersi (come Maurizio Mosca, descritto con amore di amico in queste pagine) e ne ridimesiona altri che davanti a una telecamera si sentivano a disagio, come Nicolò Carosio. Il primo della fila è Ruggero Radice, che GPO undicenne guarda con ammirazione al Giro d’Italia, l’ultimo è Fabio Fazio, “pornografo sereno, onesto, pulito. Un Rocco Siffredi che studia”.

 

C’è un ventiquattresimo ritratto, e dura tutto il libro, ed è quello dell’autore stesso, cantore, erotista e finanche un po’ pornografo. Tra i non molti sopravvissuti di questa Spoon River giornalistica, Ormezzano regala aneddoti spassosi e surreali, come quello che riguarda Dino Buzzati. Il grande romanziere e cronista del Corriere della Sera viene inviato ai Giochi invernali di Innsbruck nel 1964. Per un problema burocratico Buzzati deve aspettare per due giorni fuori dall’edificio degli accrediti, sperando che il collega Moncherio gli porti buone notizie sulla sua pratica. L’episodio diventa naturalmente spunto per un elzeviro dei suoi, in cui si descrive come uno che si sente nessuno, in attesa delle epifanie provvidenziali di Moncherio, diventato nel racconto una sorta di divinità, e ribattezzato Monkerius. Buzzati poi segue i Giochi, e li racconta sul Corriere in quello che per Ormezzano è “il momento più alto dell’incontro tra letteratura e sport”. Con alcuni giorni di ritardo giunge da Milano la copia del Corriere con l’elzeviro. Moncherio lo legge e gli fa, serio: “Sei stato troppo gentile con me. Mi descrivi come un mago del bene, troppo. Peccato che hai sbagliato il mio cognome, io mi chiamo Moncherio, non Monkerius”. Tante volte, commenta ironico GPO, il letterato catapultato nello sport ha passato momenti duri.

 

[**Video_box_2**]Buzzati fa parte dei cantori, assieme a Vittorio Pozzo (“Non se ne fanno più, di uomini così, e se li si facessero non si saprebbe proprio dove metterli”), Carlin (“Uno come lui non ce la farebbe ad accettare il tanto giornalismo gaglioffo e sguaiato. Farebbe il pittore”), Giovanni Arpino e il più giovane Gianni Mura tra gli altri. Negli erotisti ci sono Gianni Brera, Sergio Zavoli, Gianni Minà, Enrico Ameri, Sandro Ciotti, Giorgio Tosatti, Mario Sconcerti e altri nomi storici di questo mestiere. I pornografi sono Aldo Biscardi, Maurizio Mosca, Adriano De Zan, Candido Cannavò, Gianni Clerici & Rino Tommasi, Fabio Fazio.

 

Nella sua lunga carriera di cronista prima, direttore poi e commentatore infine, Ormezzano è stato ed è penna raffinata, così amante del paradosso da diventare realista (celebre la sua risposta alla domanda sul derby della Mole ideale: “Quello che si giocherebbe in B”), così “franco e sincero” da “apparire gaglioffo”. Ha praticato alcuni degli sport di cui ha poi scritto, ed è stato per anni l’anima anonima del mensile Hurrà Juventus (lui, che considera “fortune speciali non essere nato donna afghana a Kabul e uomo juventino a Torino”), firmandosi di volta in volta Boniperti, Trapattoni, Cabrini e Platini. Si vanta di avere lasciato in diretta lo studio del “Processo” di Aldo Biscardi. Ha scritto, e bene, non solo di sport, e quando il Torino ha vinto lo scudetto da direttore di Tuttosport ha fatto un titolo che oggi nessuno potrebbe rifare: “Toro, lassù qualcuno ti ama”. Dopo averlo respirato, narrato, coccolato e amato per un vita non crede più “nello sport che fa bene”, per lui diventato “il mezzo migliore per fottere i dieci comandamenti”. Eppure, dice, “se dovessi ricominciare farei quello che ho fatto. Perché amo l’idea dello sport”. Non solo l’idea, però, ci permettiamo di osservare dopo aver letto “I cantaglorie”, ma anche “lo sforzo, la fatica, il sudore, le puzze, le piaghe” di cui lui stesso e i cantori qui immortalati si sono fatti voce.

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