La cortina dei rancori

Miro Cerar, primo ministro sloveno, durante il vertice europeo del 25 ottobre sull’onda migratoria che attraversa i Balcani, ha lanciato l’allarme interpretando un diffuso senso comune: “Questa può essere la fine dell’Europa”.
La cortina dei rancori

I nuovi muri: contro i migranti che vengono dal medio oriente e dall’Africa, contro l’esodo degli spodestati, ma anche contro l’orso russo che s’affaccia di nuovo minaccioso

Miro Cerar, primo ministro sloveno, durante il vertice europeo del 25 ottobre sull’onda migratoria che attraversa i Balcani, ha lanciato l’allarme interpretando un diffuso senso comune: “Questa può essere la fine dell’Europa”. Gli ha fatto eco Martin Schulz, presidente del Parlamento europeo: “Sui migranti l’Europa rischia di frantumarsi”. Di quale Europa parlano? Di quella dell’est, la Nuova Europa laboratorio di un futuro fatto di libertà, mercato, benessere, tanto esaltata nell’ebbrezza postcomunista; ma anche della Vecchia Europa, quella occidentale satolla ed esangue, svuotata e stanca. Entrambe si stavano già sgretolando prima che l’esodo dal medio oriente e dal nord Africa desse il colpo di maglio. La crisi dei debiti sovrani ha diviso il continente per linee orizzontali: il nord contro il sud, le formiche virtuose contro i pigs, i maiali. Adesso arriva una nuova frattura longitudinale: una cortina di paura, di rancore, di xenofobia, di patriottismo da piccola patria sta scendendo dal Baltico ai Balcani. Un muro sotto il quale rischia di restare schiacciata l’utopia di Ventotene.

 

Vladimir Tismaneanu aveva messo da tempo in guardia dai facili entusiasmi: i paesi dell’est non sono destinati a diventare modelli di liberal-democrazia. “I vecchi demoni rivivono e si trasformano in nuovi miti, in fantasie di salvezza”, spiega il politologo romeno che ha lasciato il suo paese nel 1981 ed è diventato uno dei più influenti analisti dell’Europa orientale (dirige il centro studi sulle società postcomuniste nell’Università del Maryland). Che cosa è la fantasia di salvezza? E’ la ricerca di qualcosa o qualcuno che possa offrire dall’alto o dall’esterno la via del riscatto. Ciò è lontano mille miglia dalla filosofia dei Lumi o dai valori liberali e del mercato il quale, al contrario, cerca all’interno, negli individui e nei loro rapporti reciproci, le energie che generano lo sviluppo. Questo stato d’animo rende la gente pronta ad accettare false promesse o a seguire falsi idoli e leader menzogneri; ai vecchi miti del comunismo si sostituiscono così i nuovi formando una miscela letale e aggressiva di etno-nazionalismo. Il vero discrimine in quei paesi, dunque, non è tra destra e sinistra, ma tra internazionalisti e nazionalisti.

 

Il saggio intitolato “Fantasie di salvezza” è uscito nel 1998 quando ancora prevaleva sull’est europeo la lettura dei neo-con tutta magnifiche sorti e progressive e quando sembrava realizzarsi per davvero la hegeliana fine della storia predetta da Francis Fukuyama. La tesi di Tismaneanu ha suscitato un’ondata di critiche. Poteva andar bene per la Romania, la Bulgaria, la Serbia, ma che dire della Repubblica ceca ancora inebriata dai sogni liberal-democratici di Havel? E della Polonia, il gioiello del Baltico, circondata da altri tre brillantini come Lettonia, Lituania, Estonia?

 

Ebbene, adesso anche Varsavia è salita sul palcoscenico del nazional-populismo; sì, il paese più grande e più importante, quello in cui il sol dell’avvenire spento dal comunismo era risorto con la libertà economica e politica. Diritto e Giustizia, il partito di Jaroslaw Kaczynski guidato dalla sua pupilla Beata Szydlo potrà governare da solo. In Parlamento per la prima volta dal 1989 non è entrata nessuna forza di sinistra, ma soprattutto ha avuto uno schiaffone clamoroso Piattaforma civica, al potere da otto anni, fondata da Donald Tusk, l’uomo che oggi presiede la Ue. A maggio aveva vinto le elezioni presidenziali Andrzej Duda, anch’egli fedelissimo di Kaczynski che così diventa il vero burattinaio della politica nazionale. E il miracolo polacco che ha lasciato tutti a bocca aperta? Come mai non ha mitigato la rabbia e la protesta? Allora non è vero che lo sviluppo economico crea consenso e rafforza la classe politica al potere?

 

La Polonia non solo è cresciuta più degli altri paesi europei, Germania compresa, ma è l’unica a non aver subito crisi. La grande recessione del 2008 che ovunque ha spazzato via redditi, produzione, consumi, è stata un refolo di vento a Varsavia: l’economia ha rallentato il passo, ma non s’è mai fermata. Tra il 2008 e il 2014, il prodotto lordo è aumentato del 24 per cento. La crescita minima (1,7 per cento) nel 2013 ha surclassato quella europea; per quest’anno è previsto un più 3,3 per cento. Il reddito pro capite ha fatto un balzo del 55 per cento dal 2001 e può raggiungere quello greco, anche se non va mai dimenticato che resta di poco superiore a diecimila euro l’anno (l’Italia è a 25.300 e la media dell’Unione europea è di 25.800).

 

Non c’è una formula magica che spieghi il successo economico del paese. Certo, un ruolo fondamentale spetta alla versione polacca della cassa per il mezzogiorno: 14 Zone economiche speciali (Zes) dove le imprese non pagano le imposte, attirando così molte grandi multinazionali, comprese quelle italiane come la Fiat sbarcata insieme alla General Motors nella zona speciale di Katowicze, nel cuore della Slesia, diventata un polo dell’auto.

 

Diritto e Giustizia tuona contro i capitali stranieri. Eppure il dollaro e l’euro hanno fornito il gas per gonfiare il pupazzo, come l’elefante nel racconto di Slawomir Mrozek (si calcolano circa 220 miliardi di euro dal 1990 al 2013). La Polonia ha ricevuto più fondi europei di qualsiasi altro membro della Ue e altri 100 miliardi di euro sono in arrivo entro il 2020. L’odiata Unione europea, alla quale la Polonia ha aderito nel 2004, gira a Varsavia un ammontare di euro pari al 4,36 per cento del prodotto lordo e riceve circa l’uno per cento. L’Italia, invece, paga un po’ più di quel che riceve: 1,02 contro 0,81 per cento del pil. La Ue ha offerto un terreno di sbocco alle merci consentendo nello stesso tempo che la Polonia operasse una concorrenza fortissima, visti i bassi salari: un operaio alla filiale polacca dell’Electrolux guadagna 700 euro al mese, alla Fiat di Tychy 600, la metà rispetto all’Italia. Un ingegnere difficilmente arriva sopra i duemila euro. Le retribuzioni crescono, ma meno del prodotto lordo, il che dà un vantaggio competitivo a livello sistemico. In più, i governi di Varsavia hanno potuto deprezzare a piacimento lo zloty che non è entrato nella moneta unica. La caduta delle barriere doganali, la svalutazione, i vantaggi di un ambiente favorevole agli affari, senza trascurare le correnti culturali che hanno prodotto Solidarnosc o l’importanza avuta direttamente e indirettamente da un papa della statura di Karol Wojtyla: tutto ciò ha plasmato la nuova Polonia che oggi vorrebbe rinnegare i fattori del proprio successo.

 

Se Diritto e Giustizia manterrà le promesse fatte agli elettori, torneranno le nazionalizzazioni di imprese e banche le quali dovranno concedere prestiti e mutui a tassi fuori mercato. Meno imposte per tutti, abbassamento dell’età pensionabile, estensione dei benefici sociali ai figli e alle famiglie a basso reddito, protezione agli allevatori e ai contadini (la Polonia è ancora un paese agricolo) compongono un programma senza dubbio popolare, ma molto costoso, perché la signora Beata ha detto che con lei arriva l’epoca dei pasti gratis. C’è una logica in questa follia? Se la si cerca nell’economia, no. La logica economica è quella che ha trasformato gli ultimi nei primi, come sottolinea Anders Åslund, uno dei maggiori studiosi dello sviluppo nell’Europa postcomunista, già al Peterson Institute for Internationasl Economics e ora al Consiglio atlantico.

 

Il modello di sviluppo viene riprodotto ovunque anche se con effetti diversi. I tre paesi baltici hanno dato i risultati migliori: dal 2001 il redito pro capite è raddoppiato in Lituania, è cresciuto del 78 per cento in Lettonia e del 60 per cento in Estonia, anche se resta basso, tra i 7 mila e i 10 mila euro annui. Eppure pochi ricordano che nel 2009 scoppiarono in Lettonia rivolte per il pane e il paese è stato salvato dai prestiti della Ue e del Fondo monetario internazionale. La Germania ha avuto un ruolo importante, spesso decisivo come in Slovacchia, diventata catena di montaggio dei grandi gruppi automobilistici. La svolta è avvenuta dopo che la Volkswagen ha acquisito la Skoda battendo la Renault con un bell’aiutino della politica: era il 1991 e anche questo entrava nello scambio tra Helmut Kohl e François Mitterrand che diede poi il via libera all’euro. Non solo, dell’intero pacchetto strategico varato a Maastricht faceva parte il riconoscimento della secessione unilaterale della Croazia dalla Jugoslavia.

 

Paesi con una base di partenza più alta come la Repubblica Ceca e la Slovenia, il cui reddito pro capite supera già oggi quello greco, hanno avuto ritmi di crescita meno clamorosi, ma tuttavia solidi. Eppure anche lì ribolle un pentolone di rancori e rimpianti del comunismo perduto. Si è fatto strada un senso comune che guarda a un’era in cui la sicurezza dalla culla alla tomba compensava la mancata libertà. In Polonia il generale Jaruzelski oggi è più popolare di Lech Walesa. A presiedere la Bulgaria c’è Byko Borisov che si è formato nell’ufficio sicurezza della polizia ai tempi di Todor Zivkov, (insomma, modello Putin). E che cosa rimane di Václav Havel e del suo sogno neokantiano a quattro anni dai solenni funerali di stato? Una installazione a Pilsen, due poltroncine di legno e un tavolino, con una lastra sulla quale è scritto “la verità e l’amore devono vincere la bugia e l’odio”.

 

Il successo economico dell’est è innegabile, anche se bisogna stare attenti a parlare di miracolo. Meglio non perdere la prospettiva storica: dalla caduta della cortina di ferro è trascorso un quarto di secolo, nello stesso arco temporale, 25 anni, la Germania e l’Italia prostrate dalla Seconda guerra mondiale, hanno triplicato i redditi dei loro cittadini e sono diventate la terza e quinta potenza economica mondiale. Le ha aiutate il piano Marshall, ma come abbiamo visto qualcosa del genere è stato messo in campo anche per l’Europa postcomunista. I tempi sono cambiati, certo (al tempo appartiene il cambiamento direbbero i filosofi) e tutto sta cambiando ancora. La Nuova Europa perde colpi ovunque e rischia di esaurire la sua forza propulsiva anche perché rallenta il primo motore immobile, la Germania. Ma basta questo a configurare il ritorno di un modello fondato sul capitalismo di stato, il rapporto clientelare (a doppio senso) tra oligarchia finanziaria e classe politica, il protezionismo mercantile, la chiusura delle frontiere?

 

Secondo una lettura di sinistra, il neoliberismo ha creato sì crescita, ma ha lasciato troppe vittime sul terreno e i partiti nazional-populisti danno voce ai vinti. Ma è difficile dire che in Polonia le campagne (protette e sussidiate con soldi pubblici ed europei) assedino le città come predicava la rivoluzione culturale maoista. Lo stesso vale per l’Ungheria di Orbán e della formazione di ultra destra Jobbik, per la Serbia degli eredi di Milosˇevic´, per la Croazia figlia di Tudjman, per tutti i paesi in cui i nazional-populisti hanno vinto. Ecco allora che torna d’attualità l’interpretazione di Tismaneanu.

 

[**Video_box_2**]Pochi amano ricordarlo, però ad aprire le danze sono stati gli slavi del sud con le guerre in Yugoslavia negli anni Novanta. Il 21 gennaio scorso la destra è tornata al potere a Zagabria con Kolinda Kitarovic´, che ha lasciato un incarico alla Nato per salvare il proprio paese sull’orlo della bancarotta. Poco importa se la prima donna presidente fa parte della classe politica autrice del disastro ed è stata ministro degli Esteri ed esponente di punta dell’Unione democratica dei croati (Hrvatska demokratska zajednica– Hdz) fondata da Franjo Tudjman nel 1989 recuperando gli Ustascia di Ante Pavelic´. Tudjman è stato il grande nemico del partito nazional-socialista serbo di Slobodan Milosˇevic´ che ha insanguinato la ex Jugoslavia e si è macchiato di crimini contro l’umanità. I suoi successori che oggi governano a Belgrado sono il presidente Tomislav Nikolic´ e il primo ministro Aleksandar Vucˇic´ entrambi provenienti dal partito cetnico fondato da Vojislav Sˇesˇelj. Insomma, se possibile ancor più nazionalisti. La Bosnia è retta dallo schema di governo tripartito a rotazione (croati, serbi e bosniaci) inventato dieci anni fa a Dayton in Ohio, con gli accordi che misero fine alla guerra. La Slovacchia vede una coabitazione al vertice tra il primo ministro Robert Fico, a sinistra, e il presidente Andrej Kiska di centrodestra. Situazione simile in Romania: presidente Klaus Ioannis nazional-liberale e capo del governo Victor Ponta socialdemocratico. Di Borisov in Bulgaria abbiamo detto. Viktor Orbán sta introducendo in Ungheria il veleno del dispotismo orientale. Miro Cerar in Slovenia si è fatto un partito personale che porta il suo nome (Stranka Mira Cerarja), anche se pende verso il centrosinistra come Bohuslav Sobotka, primo ministro della Repubblica Ceca. Un socialdemocratico, Algirdas Butkevicˇiu, governa la Lituania; una conservatrice, Laimdota Straujuma, guida la Lettonia; il liberale Taavi Rõivas ha le redini dell’Estonia.

 

Nazionalisti e internazionalisti, insomma, si alternano con una prevalenza dei primi dopo che i secondi si sono battuti per portare i loro paesi nell’Unione europea (in lista d’attesa restano Serbia, Bosnia, Montenegro e Albania) o nell’euro (come la Slovenia, la Slovacchia, la Lituania e la Lettonia). Liberali, conservatori, socialdemocratici, postfascisti, tutti adesso sono pronti a costruire muri. Contro i migranti che vengono dal medio oriente e dall’Africa, contro l’esodo degli spodestati, ma anche contro l’orso russo che s’affaccia di nuovo minaccioso. E questa è l’altra grande novità che può riportare indietro le lancette della storia.

 

Di fronte alla crisi ucraina c’è un blocco dell’est che preme per una sfida muscolare nei confronti di Vladimir Putin, anche a costo di entrare in rotta di collisione con Berlino che ha a lungo protetto il suo spazio vitale. L’Europa centro-orientale (persino chi più guarda a Mosca come Belgrado) torna così a essere la Zwischenland, come la chiamano i tedeschi, la terra di mezzo contesa tra Russia e Germania. Non tutto è perduto, è ovvio, ma il montare della xenofobia, la sensazione che il futuro sia dietro le spalle e le carte migliori siano state giocate, le ansie generate dalla nuova economia-mondo spingono per un ritorno alla vecchia collocazione geopolitica. Più che la crisi del modello di sviluppo è proprio questa mistura avvelenata a far svanire il sogno della Nuova Europa.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi