Bluff su due ruote

Lance Armstrong: i sette Tour vinti, il doping dopo aver sconfitto il cancro, la cancellazione dalla storia del ciclismo. Tutto in un film. “The Program” di Stephen Frears, uscito giovedì scorso nelle sale italiane, racconta l’ascesa e la caduta del ciclista americano.
Bluff su due ruote

Lance Armstrong (foto LaPresse)

Il grande inganno fu svelato il 24 agosto 2012. Fu allora che l’Usada (United States Anti-Doping Agency) ufficializzò la squalifica a vita di Lance Armstrong rendendo noti i particolari dell’inchiesta, le prove che dimostravano come il ciclista americano avesse fatto uso di sostanze dopanti per tutta la sua carriera. Un motore che, secondo l’accusa, andava a eritropoietina (Epo), testosterone e corticosteroidi – tra le altre cose – e che gli ha permesso di mettere in bacheca sette Tour de France, un bronzo olimpico (Sydney 2000) e una decina di altre vittorie minori. Fu in quel giorno che le testimonianze dei suoi compagni – siano queste state raccolte in libri o indagini giornalistiche – e le perplessità di appassionati e addetti ai lavori, si trasformarono da maldicenze in realtà. Non più illazioni, prove concrete. Il texano fu spodestato, detronizzato, esautorato di tutto, di ori e allori, di primati e trionfi, di credibilità, soprattutto, e miracoli compiuti. Un buco di sette anni nella storia del Tour, nessun vincitore, solo un nome cancellato, damnatio memoriae di quello che è stato applaudito come il più grande ciclista della storia e poi cercato di eliminare dalla memoria.

 

“The program”, il film di Stephen Frears uscito giovedì 8 ottobre nelle sale cinematografiche ripercorre la sua carriera e le inchieste giornalistiche di David Walsh sul Sunday Times – il primo a mettere in discussione il personaggio, il primo a raccontare quello che non si sapeva o non si voleva che si sapesse. La pellicola accompagna la scalata e la discesa, le tappe intermedie, terribili e incredibili, estreme e fenomenali, perché Lance Armstrong è stato per questo sport apice e nemesi, campione sportivo e simbolo di speranza e redenzione, prima, impostore, bugiardo, canaglia, poi. Una fiaba moderna che si autodivorava, sino a intaccare tutto, contesto, protagonisti, spettatori.

 

Quella di Armstrong è una storia non solo di sport, racchiude tutto. Non poteva non essere raccontata, così come la sua ascesa non poteva non appassionare. Il successo di ogni storia non sempre deriva soltanto dalla bontà della trama, ma molto spesso dalla cornice storica nella quale la si racconta. Se secondo lo studioso di letteratura italiana Vittorio Spinazzola “la vita di un’opera risiede nel rapporto che essa ha saputo attivare con il suo pubblico” ed è “la risposta a microlinguaggi particolari, a determinare l’effettiva capacità di essere capita e apprezzata”, l’epopea di Armstrong è stata così significativa poiché è nata alla fine degli anni Novanta in un mondo, quello ciclistico, distrutto dall’affaire Festina. La scoperta della pratica del doping di squadra – la sistematica somministrazione di sostanze proibite sotto il controllo scientifico del personale medico a tutti (o quasi) i ciclisti di una formazione – innescò infatti un meccanismo di caccia alle streghe, di sfiducia totale, contribuendo alla immediata perdita di credibilità e all’aumento dello scetticismo da parte di tifosi e giornalisti. Al ciclismo serviva qualcosa a cui attaccarsi, un appiglio che potesse far passare la mareggiata di sospetti e disincanto. Questo fu Armstrong, la sua storia, la sua rinascita, il suo miracolo.

 

La storia del texano era una favola moderna. Il quarto posto alla Vuelta del 1998 una ripartenza, il successo al Tour de France del 1999 qualcosa di straordinario. E non solo per la sua trasformazione da uomo da corse di un giorno a fenomeno dei grandi giri. A rendere speciale Armstrong era altro: era un sopravvissuto. Al cancro. Nell’ottobre del 1996 gli venne diagnosticato un tumore ai testicoli con metastasi a cervello e polmoni. Cure pesantissime, la guarigione. E il ritorno. Da vincente. Con una determinazione oltreumana, un modo di andare in bici nuovo, rapporto agile e frequenza di pedalate altissima. Per la stampa era un miracolato, per il ciclismo il nuovo che eclissava quanto successo l’anno precedente. Una fiaba che serviva a tutti, che non dispiaceva a nessuno, che dava da raccontare ai giornalisti, che faceva riavvicinare il pubblico, che rendeva eroe il texano, lo innalzava a modello.

 

Da quel 1999 Armstrong vinse sette Tour consecutivi, un dominio mai visto nel ciclismo, nemmeno ai tempi di Eddy Merckx – forse il più forte corridore della storia di questo sport –, avversari asfaltati, nessuna alternativa a lui. Quando correva non c’era margine di sorpresa. Un dominio che divenne soporifero, prima, sospetto, in seguito.

 

Chi poneva dubbi sulle sue prestazioni era azzittito, relegato in un angolo della discussione, anche se portava prove per supportare l’accusa. David Walsh, giornalista sportivo del Sunday Times, è stato uno dei primi a cercare di smascherare il grande inganno Armstrong. Una storia perfetta, “troppo bella per essere vera”, iniziò a dirsi dopo il primo periodo di naturale affascinazione. Chiacchiere indegne, dicevano. Come si può mettere in dubbio l’onestà di un simbolo, dell’uomo che aveva battuto il cancro, era tornato e aveva vinto? Impossibile. Istituzioni e gran parte della stampa fecero muro attorno all’americano. Si creò una dittatura di bel pensiero, di positivismo sentimentale.

 

Eppure per Walsh troppe cose non andavano. Bastava guardarlo negli occhi il texano, bastava osservarlo in corsa, nel rapporto con i gregari. Bastava osservare il modo in cui era gestita la sua squadra. La Us Postal Service, che nel 1998 decise di puntare su Armstrong, era una fortezza a protezione del suo unico capitano. Tutti avevano un solo compito: dare tutto per lui, nessun personalismo era concesso. Chi chiedeva spazio era fuori, tacciato di infamia. Successe a Kevin Livingston, luogotenente di professione, colui che doveva stargli sempre vicino e agevolarne lo scatto. Fu cacciato per aver chiesto di correre per vincere una piccola corsa a tappe (e aver chiesto un adeguamento del contratto), nonostante fosse sempre stato accanto al texano anche nei mesi più terribili della malattia, quando sembrava non ci fosse più niente da fare. Se ne andò nella squadra del grande rivale, Jan Ullrich, si ritirò nemmeno due anni dopo un po’ per l’età, un po’ per mai chiarite pressioni americane. Dopo di lui altri.

 

Armstrong era “un dittatore che non tollerava nient’altro oltre a lui e quelle poche persone di cui si fidava ciecamente”, disse alla Bbc un suo ex compagno della nazionale di triathlon. Una di queste era il medico italiano Michele Ferrari, preparatore ciclistico di fama internazionale e accusato dall’Usada di aver creato di un metodo (quasi) infallibile per trasformare buoni corridori in vincenti: un mix di sostanze dopanti e indicazioni su come assumerle per evitare brutte sorprese ai controlli antidoping. “Chi si metteva contro Ferrari era finito: Lance prima o poi gliela avrebbe fatta pagare”, scrisse il suo ex gregario Tyler Hamilton nel suo libro.

 

Fu nel 2004 che il carattere di Armstrong, quello privato accentratore e autoritario, si rivelò al pubblico. Era il 23 luglio, 18esima e terzultima tappa del Tour, da Annemasse a Lons-le-Saunier, 166 chilometri. La corsa già decisa, il texano vincitore. Era una tappa da fughe, ultima occasione per i coraggiosi di cogliere qualcosa, un successo che portasse soldi e visibilità alla squadra e soprattutto agli sponsor. Sei davanti, gruppo unito dietro che fa del cicloturismo quando scatta Filippo Simeoni, professione gregario con il talento giusto per ottenere nove vittorie in quindici anni di professionismo ed essere utile a tanti capitani. L’italiano è lontano dalle prime posizioni della generale e corre in una squadra che non ha ottenuto nulla in quell’edizione. Recupera, raggiunge i primi, si accorge che alle sue spalle è apparso Armstrong in maglia gialla, ossia chi avrebbe dovuto fregarsene delle sorte degli avanguardisti. Perché esiste una regola non scritta nel ciclismo, una regola che è valsa sempre, di buon senso e che nessuno ha mai messo in discussione. Recita pressappoco così: se non ci sono pericoli per il mantenimento della maglia e se ormai i giochi sono fatti, la squadra del leader della classifica lascia spazio alla fuga, perché si fatica tutti ed è giusto che ci siano occasioni buone per chi tenta la fortuna da lontano. In quel caso però Armstrong non mise a lavorare i compagni, raggiunse i primi da solo, perché quella non era una questione di squadra, era personale, uno contro uno, maglia gialla contro “l’infame”, contro lo “scemo”. Questo era Simeoni per il texano.

 

L’italiano fu costretto ad abbandonare la fuga. Gli avanguardisti infatti iniziarono a inveire contro di lui, “vattene, Lance non ti vuole”, e ancora “stronzo, fatti staccare, se ci sei tu c’è anche lui e se c’è lui ci vengono a riprendere”. Simeoni si rialzò, la fuga riprese terreno, uno di loro vinse (Juan Miguel Marcado). Ma a vincere fu Armstrong. “Hai sbagliato tutto”, disse l’americano al collega, “a denunciare Ferrari e a querelarmi. Ho tempo, soldi e ti distruggo quando voglio”, riportò in un’intervista a Malcom Pagani il corridore italiano.

 

Il texano non aveva dimenticato le accuse mosse da Simeoni contro il dottor Ferrari al pm Pierguido Soprani, durante l’inchiesta della procura di Ferrara e Bologna, che furono determinanti per la condanna a un anno di carcere (con pena accessoria di 11 mesi e 21 giorni di interdizione dai pubblici uffici) per frode sportiva ed esercizio abusivo della professione di farmacista, pena annullata poi in appello per “intervenuta prescrizione”, nel caso del primo reato, e perché “il fatto non sussiste”, per la seconda imputazione.

 

Armstrong non dimentica e non perdona chi si macchia di collaborazionismo, perché di questo si trattava ai suoi occhi. Il ciclismo è fatto di gare, di allenamenti e di silenzi, quello della montagna quando la si scala, delle uscite solitarie, e l’ultimo, il più importante: quello delle parole che non si possono e non si devono dire. Chi lo rompe sbaglia, è “l’infame”, è Simeoni, “uno che faceva del male al gruppo”. Quella rincorsa nei primi chilometri di quella 18esima tappa un “gesto antisportivo, indegno, volgare, mafioso”, scriveva Gianni Mura a smascheramento avvenuto e “chi lo compie, pensai quella sera, è capace di tutto”.

 

Capace di tutto, certo, di doparsi ad esempio. Pecora nera in un mondo di agnellini. Sarebbe anche questa un bella favola, una fiaba moderna. Il problema di Armstrong però non è stato quello di doparsi, o meglio non solo, è stato soprattutto quello di aver sfruttato la drammatizzazione della sua storia per creare un personaggio di redento, di mecenate della pietà. Il cancro vinto come sinonimo della purezza atletica e sportiva, come vessillo di onestà. Su questo ha costruito una carriera da intoccabile. Perché mettere in discussione quella storia era impossibile, perché il cancro è una brutta bestia, miete vittime come una guerra e passare dalla parte dell’accusatore equivale a mettersi di propria iniziativa davanti a un plotone di esecuzione. La sua fondazione Livestrong, sebbene abbia effettivamente svolto un lavoro prezioso per la ricerca su questa malattia, è stata dall’atleta sbandierata a stampa e federazione come un passepartout per dichiararsi moralmente superiore al resto del gruppo, quasi come una minaccia a tutti: se toccate me, toccate chi sta facendo del bene a tanti malati. Perché se è fuori discussione il suo contributo (economico) per la scienza, la sua umanità verso chi stava male, la speranza che è riuscito a dare a tanta gente, è altrettanto vero che tutto questo Armstrong l’ha sempre rivendicato, se ne è fatto vanto e scudo. L’ha fatto fruttare sia davanti al pubblico, sia davanti all’Unione ciclistica internazionale. Ma addossare al texano tutte le responsabilità sarebbe sciocco. Dice bene Simeoni: “Armstrong ha usato il ciclismo per risultati e vittorie non più di quanto sia stato usato dal suo sport per rilanciare la propria immagine. Erano reciprocamente indispensabili”. E’ il contesto che conta, che ritorna e si fa centrale al racconto. Ed è proprio grazie alla mutazione dello scenario, alla progressiva diminuzione di casi di positività, all’aumento di appassionati e spettatori, lungo le strade e in televisione, che il ciclismo ha potuto cannibalizzare di nuovo un suo mito.

 

Armstrong ha imbrogliato, si è professato quello che non era, non si è mai (forse) neppure pentito veramente – sia nell’intervista/confessione da Oprah Winfrey, sia davanti ai giudici, a eccezione di qualche lacrima, e qualche mea culpa non ha mai espresso pentimento, non ha mai fatto nomi e spiegato come si dopasse – ma non è altro che espressione, magari forte sicuramente lampante, di un sistema diffuso che non può essere catalogato come errore o leggerezza del singolo.
Armstrong ha sbagliato, si è dopato, ma non è il solo ad aver truccato con la chimica il proprio motore, ad averlo aumentato di cilindrata con benzina a più ottani. Lo ha fatto in modo scientifico, certo, forse meglio di altri. Il perché lo ha descritto l’attore Stephen Frears, che ha interpretato il texano in “The program”: “Un grande ciclista che ha voluto diventare ancora più grande. Per questo ha mentito, ha ingannato lo sport e manipolato le persone”. Menzogne funzionali a coprire il doping, per il resto un professionista autentico, maniacale. Un atleta che per preparare il Tour ne correva due prima, mesi sulle strade che in estate avrebbero assegnato la maglia gialla. Scrive Mura: “Si raccontano episodi al limite del fachirismo: la Madeleine due volte in maggio, pochi gradi sopra lo zero, l’Alpe d’Huez otto volte”. Quella per il Tour era un’ossessione. Per lui esisteva solo quella corsa. Perché la più importante, la più gloriosa e seguita, perché, soprattutto “non esiste altra corsa che ti metta più alla prova. E’ il palcoscenico del ciclismo mondiale, quello che fa grande un corridore normale, eterno un campione. E io sarò il più grande”, riporta un suo ex gregario. Un’ossessione che lo fece ritornare a 38 anni e a quattro dalla sua ultima vittoria. Finì terzo, un risultato eccellente per un vecchietto del pedale, ma sul podio sotto la Tour Eiffel Armstrong aveva lo sguardo triste e incattivito, guardava contrariato Alberto Contador sul gradino più alto, quello che era stato suo.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi