La vita nuova di Bobo

Un vignettista ai tempi del web e di Renzi (e contro i vecchi compagni che sbagliano). Incontro con Staino. Sulla nuova Unità fa vignette non in linea con la vecchia guardia pd, e ha scambiato lettere di fuoco con Cuperlo.
La vita nuova di Bobo

L’autocritica a volte può costare al mai pentito sessantottino Sergio Staino l’accusa di essere diventato renziano

Eataly, Roma, quartiere Ostiense, interno notte di un tranquillo martedì di settembre, talmente tranquillo che si potrebbe essere altrove. All’aeroporto Fiumicino-Leonardo Da Vinci prima degli incendi e della calca da lavori rimandati, alla stazione centrale di Milano, all’Ikea in un giorno feriale. Contagiati dal nitore, viene quasi voglia di comprare la crostata biologica senza olio, senza burro e forse pure senza marmellata per la colazione del mattino, quando, sotto le luci soffuse del secondo piano, un tapis-roulant (o forse l’ascensore) catapulta tra i tavoli dell’osteria calabrese e tra sconosciuti curiosi l’uomo che negli ultimi giorni ha fatto più che mai arrabbiare il Cretino collettivo della Rete, per via delle sue vignette sui lavoratori riuniti in eterna assemblea sotto il cielo dell’Anfiteatro Flavio. (Antefatto: sulla prima pagina dell’Unità, non più tardi dello scorso fine settimana, Staino ha fatto dire ai suoi personaggi le seguenti frasi: “In Cina stanno costruendo un Colosseo del tutto identico all’originale”. Risposta: “Così i nostri custodi potranno fare tutte le assemblee che vogliono”). E non c’è stato più niente da fare: sono piovuti, su Twitter, fiumi di indignazione a casaccio: “Becero”, “meno male che eri compagno”, “vergogna” e, al culmine dello scatenamento insultante, la cosiddetta “pancia del web” ha tirato fuori l’accusa delle accuse: “Renziano!”. Ed è vero che Staino è abituato, ormai, all’ira della Rete, dopo che quest’estate aveva scritto una lettera aperta al suo amico Gianni Cuperlo, sempre sull’Unità, in cui gli faceva notare che continuando a comportarsi da “estremisti disperati” della minoranza pd, e da gente convinta che Renzi fosse una sorta di “fungo malefico spuntato dal nulla”, ci si riduceva al ruolo di insopportabili ai più, condannandosi altresì a vestire i panni dei facilitatori di future leadership quelle sì davvero populiste (Matteo Salvini, Beppe Grillo). Però stavolta fatica a capire l’astio, Staino, storico disegnatore satirico nella vecchia e nella nuova Unità, già direttore di Tango, già punto di riferimento per i reduci del “Male”, già amico di Andrea Pazienza quando Pazienza insolentiva Francesco Guccini chiamandolo “Guccione”.

 

E fatica anche, Staino, a trattenersi dal dire la battuta della staffa ai commensali in quel di Eataly: “Che poi i cinesi fanno imitazioni perfette pure di San Gimignano”. E a quel punto al disegnatore satirico sotto tiro del web viene in mente il giorno in cui aveva dovuto far presente all’amico e prof. Stefano Rodotà che forse quattromila voti alle “Quirinarie” online non erano proprio numero da vittoria “landslide”, come si dice in Inghilterra, e neppure numero da prendersi troppo sul serio, ma tant’è: Rete o non Rete, minoranza o non minoranza, Pd renziano o non renziano, al mai pentito sessantottino Staino, la penna che ha inventato “Bobo”, omino tondo post-comunista borbottone e alter ego che ha dato il buongiorno ai compagni-lettori dell’Unità per circa trent’anni, pare quasi di essere tornati ai tempi in cui, dice un po’ intenerendosi e un po’ sobbalzando, “il difficile era andarsene: eravamo marxisti-leninisti e avevamo paura di essere considerati traditori per primi”. (Questa è un’altra storia, ma Staino dice “eravamo marxisti-leninisti” anche quando racconta del primo incontro con sua moglie Bruna, la Bibi dei suoi disegni, allora ragazza peruviana già impegnata che gli aveva rapito il cuore al primo sguardo, e però da marxisti-leninisti, appunto, “non si poteva commettere adulterio”, e dunque al povero Staino innamorato toccò aspettare che gli eventi facessero il loro corso).

 

Erano marxisti-leninisti, sì, ma mai “politicamente ciechi” come Cuperlo, Bersani e affini, par di capire dal sottotesto dello struggimento incazzato di Staino, e mai “uccellacci tristi” come i “giustizialisti” che il creatore di Bobo vede “appollaiati” sui rami di alcune testate ventriloque e suggeritrici delle tante notti della ragione internettiana. E si vede benissimo che ancora non è andato giù, a Staino, che di Cuperlo era stato sostenitore interno (“non sono io a essere renziano, sono loro che non riescono a liberarsi del giogo di D’Alema”, è il concetto), il gran rifiuto opposto da Cuperlo a Matteo Renzi ai tempi “degli sms”, e cioè dei febbrili contatti intercorsi tra il premier e lo stesso Staino quando il nome del pacato Gianni era comparso al centro del toto-direttore della nuova Unità (ora guidata da Erasmo D’Angelis, amico di Staino pure lui, sebbene non appartenente alla minoranza pd, quella che se non comincia a “prendere l’autobus” come gli sceneggiatori sgridati a suo tempo da Cesare Zavattini, dice Staino, “ucciderà di sicuro la sinistra”).

 

Ormai è fatta, il “no sdegnoso” è stato detto, e “non, come sarebbe stato pure comprensibile, per profondo disagio nel dirigere un giornale di partito sotto un segretario non politicamente affine, ma per senso di superiorità verso il presunto usurpatore”, dice Staino, a cui nei giorni dell’esordio sulla nuova Unità arrivarono pure sms allarmati di altri compagni, la cui sostanza era “se lavori lì ti sei venduto a Renzi e sei un traditore”. E Staino rispondeva a tutti gli sms, solo che gli pareva molto “un dialogo tra sordi”, anche perché a lui l’usurpatore non era mai parso tale: preferiva Cuperlo come segretario, ma che Renzi fosse spuntato da chissà dove come Nemico Populista e corpo estraneo nel partito non lo credeva. “Renzi è figlio delle leadership anche fallimentari precedenti”, è l’idea di Bobo-Staino, che a questo punto si è anche inventato una striscia-feuilletton a puntate dal titolo “Cime tempestose”. E nei giorni della vittoria dell’ultra-vetero-socialista Jeremy Corbyn alle primarie laburiste inglesi, in “Cime tempestose” è comparsa la battuta che ha fatto andare fuori dai gangheri la Rete (per sentito dire) e la minoranza pd (per lesa maestà o scoramento). I personaggi di Staino infatti si interrogano sul mistero di Corbyn che con quelle idee trinariciute oltre ogni limite “è sempre rimasto nel Labour” anche sotto Tony Blair, a anche quando Blair era alleato di Bush “che bombardava l’Iraq… altro che Senato elettivo e cazzate simili”. Ma a chi gli dice “renziano”, Staino ha dedicato recentemente la vignetta sull’Unità in cui il bambino dice “nostro babbo cerca il socialismo dentro Renzi”, e la bambina risponde “come il petrolio nell’Adriatico. Merita?”.

 

Con la penna è polemista, lo Staino che nel 1983, nell’epoca in cui alle feste dell’Unità si parlava di “terza via”, disegnava Enrico Berlinguer a cavallo dell’Ippogrifo e in viaggio verso la luna, con Bobo che da terra lo salutava sventolando un fazzoletto e gridandogli “Ritorna con l’alternativa!”, e però la sensazione è strana. E’ infatti una bizzarra specie di folletto saggio e non astioso, quello che compare nell’iperrealtà non-politica di Eataly per presentare il libro dell’amico e biologo marino Silvio Greco, “uno che nei suoi racconti dell’oceano mi pare Jack London”, dice il vignettista che il libro l’ha illustrato – nomen omen, il volume si chiama “Il pesce”, e vi si descrivono storie, mercati, cucine e ricette di e con fauna ittica, e vi si riportano strofe di canzoni e proverbi, inframmezzati da disegni divertiti di sirene, tonni e isole, con gran profluvio di onde e plancton usciti dalla matita di Staino, che si mette anche a cantare “Vieni, pesciolino mio diletto vieni…” come Paolo Poli, e a segnalare ai convenuti la verità indubbia del proverbio cinese che recita “il gatto desidera i pesci ma non vuole bagnarsi le zampe”. Il libro è dedicato a Francesco Tullio Altan, Francesco Guccini e Andrea Satta che “non mangiano pesce ma che dopo questo libro chissà”, e in effetti si mangia pesce pure allo stand-osteria calabrese dove Staino arriva con la moglie Bruna, con il naso all’insù come la Bibi di Bobo. E sono Bibi e Bobo davvero, quelli che si scambiano di posto senza bisogno di dirselo, per parlare con gli altri e perché si capiscono al di là delle parole anche se, come ha detto Bruna un giorno, la vera fortuna della loro storia è che ancora “non si conoscono del tutto”, e a chi li vede per la prima volta insieme sembrano davvero usciti dalle vignette di “Stainoterapia dell’amore”, il libro in cui si dipanava a spezzoni la loro relazione – e però non si riusciva a capire, leggendo, “chi avesse ceduto di più tra i due, e su che cosa”, come in tutte le storie che durano a lungo. Sono andati a vivere a Scandicci, i due, e ci sono rimasti, come Bibi e Bobo nella loro provincia, anche perché quando sono venuti a vivere a Roma, tanti anni fa, non si sono trovati bene. “Qui mi muore il personaggio, lo sento che scappa via”, si era detto con sgomento Staino una mattina, al culmine di un periodo di salotti, ristoranti e vita sociale intensa (“ma potevo io, al mio caro amico Beniamino Placido, chiedere, come faccio al paese, ‘senti, io devo partire e mia moglie non sta bene, vieni per favore ad aiutarla che oggi ha il colpo della strega?’. Non potevo, e infatti ce ne siamo tornati a Scandicci, dove il macellaio e il pensionato mi leggono e mi criticano”. Ma se poi si chiede a Staino “su Cuperlo la pensano come te?”, Staino senza indugio e sorridendo risponde sottovoce di sì, mentre a ogni fan che gli si pari davanti all’osteria lascia dedica e disegni e abbracci, scherzando sui suoi problemi di vista al grido di “guarda un po’ come disegna bene questo cieco” e ringraziando la mano dei miracoli “che scrive da sola, leggendo dalla mente e ricordando a memoria, e se qualcuno mi dice che la penna non scrive e il foglio è bianco mi stupisco”. D’altronde Staino disegna da quando non pensava neanche lontanamente che con il disegno ci avrebbe vissuto, e cioè dagli anni in cui, bambino e figlio di un padre in guerra, veniva messo da sua madre a copiare per gioco tutte le figure del libro di favole. Copia che ti copia, ne venne fuori il tratto originale, a lungo dimenticato in favore degli studi di architettura e dell’esperienza di insegnante di Educazione tecnica. Ma siccome Staino non pare, ex post, un insegnante severo, ci si domanda come diavolo facesse a tenere buona la classe nei momenti di massima follia adolescenziale, e si scopre che l’arma fine di mondo era proprio l’embrione di vignetta senza battute che Staino tracciava sulla lavagna, dal nulla, e gli esagitati d’un tratto tacevano, incuriositi dalle figure abbozzate dal prof. (oggi Staino si diverte a tratteggiare sull’Unità l’altro prof., e cioè il Romano Prodi da cui i suoi personaggi vanno in pellegrinaggio in quel di Bologna, per sentirsi rispondere che sì, c’è la fila di gente che “rimpiange il suo governo” e va a chiedergli consigli, “ma ci fosse poi uno che li segue”, ecceziona fatta per le genti d’Africa e d’oriente).

 

[**Video_box_2**]E sono giorni duri per chi, come Bobo, “detesta i tristi censori che vogliono ricreare la lotta di classe su internet, ma per invidia sociale”, dice Staino, non capacitandosi di come al gruppo musicale Têtes de Bois, con cui ha collaborato per una serie di spettacoli, sia capitato di dover arginare le preoccupazioni dei fan: ma davvero lavorate con Staino? ma non è diventato renziano?, e Staino ride, definendosi per nulla renziano nei contenuti e nelle radici, ma consapevole del fatto che Renzi non sia “emerso dal nulla”. Questo abbiamo, questo dobbiamo cercare di “aiutare” in senso costruttivo almeno fino a che non ci sarà una valida alternativa, dice nei dispacci agli irriducibili anti-Rottamatore che tempo fa, nei momenti tosti dello scontro sull’Italicum, sostenevano fosse giusto non votare la fiducia al governo. “Se Togliatti fosse vivo li avrebbe mandati in Siberia”, diceva un Bobo-Staino esasperato nelle vignette sul Giorno/Quotidiano nazionale nel maggio scorso. E si arrabbiava contro quelli che, “disegnando Renzi con il fez”, spianano la strada agli “strabordanti grillini e leghisti”, con tanti saluti al “D’Alema rancoroso che ha sbagliato tutto e pretende di dirigere” e si “angoscia perché il Pd non è più in mano sua” e “finché ha sperato che Renzi gli desse una poltrona in Europa è stato zitto, ma una volta nominata la Mogherini apriti cielo”. Prima di urlare al “fascista”, è l’appello di Staino ai compagni che sbagliano, “ritrovate un progetto di sinistra che parli agli elettori”. Fatto sta che, per ora, a ogni vignetta spunta lo scandalo di “Bobo che non è più compagno”, ma Bobo non può fare a meno di dire quello che dice, e Staino si diverte a raccontare di quando, nel 1979, si diede un anno di tempo per far prosperare quel personaggio che aveva cominciato a disegnare per passatempo, ma con la segreta speranza di arrotondare il bilancio familiare. E tac, con sua grande sorpresa il personaggio, piaciuto molto a Oreste Del Buono, fece il miracolo: nel 1980 Bobo era già Bobo, su Linus, e Staino non avrebbe mai più insegnato Educazione Tecnica.

 

Epilogo. Eataly, Roma, quartiere Ostiense, interno notte: Staino saluta gli ultimi avventori mentre qualche sparuto compratore di tisane si avvicina alle casse. Dice che nei prossimi giorni sarà a Firenze, per commemorare l’amico e vignettista francese Georges Wolinski, rimasto ucciso nell’attentato a Charlie Hebdo. E si arrabbia, al pensiero, perché “Georges non doveva essere lì”. Poi si gira, qualcuno gli chiede altro, lui si distrae, sorride, saluta con la mano e scompare nel nulla, confermando i poteri magici da folletto, inghottito dall’ascensore o dal tapis-roulant.

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