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L'Onu e i suoi fallimentari 70 anni (Auguri)

Dopo 70 anni (e mezzo trilione di dollari) cosa hanno ottenuto le Nazioni Unite? Il bilancio triste e fallimentare del più grande jet set delle buone intenzioni. Inchiesta sull’industria della bontà

di Giulio Meotti | 21 Settembre 2015 ore 10:03

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Caschi blu dell’Onu in partenza per una missione. Le operazioni di peacekeeping sono la prima voce di spesa dell’organizzazione

Ci sono quaranta paesi produttori di vino in tutto il mondo. Chi volesse trovarli tutti sulla stessa carta, dai rossi italiani alle cantine di Samarcanda, deve riservare un tavolo alla Delegates Dining Room delle Nazioni Unite. Oggi è uno dei migliori ristoranti di New York. Dopo aver superato il controllo di sicurezza, da lì si potrà godere della vista spettacolare sull’East River e su Queens e gustare una cena per la modica cifra di 34 dollari. Se sei in compagnia di un dipendente dell’Onu puoi anche parcheggiare illegalmente nei dintorni, tanto le multe non le paghi e sfrutti lo status diplomatico. Oriana Fallaci non aveva messo piede in quel ristorante quando definì l’Onu “una banda di mangia-a-ufo, una mafia di imbroglioni che ci menano per il naso”. Neppure il segretario generale Kurt Waldheim ci aveva messo piede quando ebbe l’ardire di definire l’Onu “un parco buoi dove relegare ex amici e protetti che non servono più”. Ci avevano entrambi visto giusto.

 

“Immaginate una terra afflitta da inefficienza, burocrazia kafkiana e miasmi di corruzione” ha scritto Stephen Halper sul Wall Street Journal. “L’immaginazione non è necessaria, siete alle Nazioni Unite. Stipendi incredibilmente lucrativi vengono pagati presso la sede di New York, dove il salario medio di un ragioniere è di 84 mila dollari, mentre un ragioniere non dell’Onu ne prende 41 mila. Un analista di computer si aspetta di ricevere 111 mila dollari rispetto ai 56 mila fuori dalle Nazioni Unite. Un assistente del segretario generale riceve 190 mila dollari; il sindaco di New York è pagato 130 mila. I dati però non riflettono appieno la disparità, poiché gli stipendi delle Nazioni Unite sono esentasse”.

 

Quando la Carta dell’Onu fu firmata nel 1945, Winston Churchill si disse più che soddisfatto, ma annotò nei suoi diari che il tutto gli sembrava “la premessa di una babele”. Chissà cosa avrebbe scritto o pensato se avesse visto, nel 2015, i festeggiamenti per il settantesimo anniversario del Palazzo di vetro. “Settant’anni e mezzo trilione di dollari dopo: che cosa ha raggiunto l’Onu?” si è appena chiesto il Guardian. “Le Nazioni Unite hanno salvato milioni di vite e potenziato sanità e istruzione in tutto il mondo. Ma sono antidemocratiche e molto costose”. Persino troppo generoso il quotidiano inglese.

 

Due economisti di Harvard, Ilyana Kuziemko e Eric Werker, in un saggio intitolato “Cooperazione e corruzione alle Nazioni Unite” e pubblicato dal Journal of Political Economy, sostengono che i paesi membri dell’Onu cercano ormai l’elezione per un mandato biennale nel massimo organo di governo del mondo non per esercitare influenza sulla sfera internazionale. Lo fanno per la grana. L’assistenza finanziaria degli Stati Uniti ai paesi in via di sviluppo aumenta del 59 per cento quando ottengono un seggio al Consiglio di sicurezza dell’Onu. Queste stesse nazioni ricevono anche un otto per cento in più di aiuti dalle agenzie della galassia delle Nazioni Unite e in particolar dall’Unicef, l’agenzia per il sostegno all’infanzia. In media il paese in via di sviluppo si aspetta sedici milioni di dollari in più dagli Stati Uniti e l’assistenza aumenta marcatamente in tempi di crisi: a 45 milioni di dollari da Washington e otto milioni di dollari dal Palazzo di vetro.

 

Per capire cosa siano diventate le Nazioni Unite bisogna dare un’occhiata alla Commissione economica dell’Onu per l’Europa. Questo sconosciuto organismo, che ha sede a Ginevra e si è annidato come un parassita nei meandri della rete burocratica umanitaria, ha pubblicato un rapporto di 44 pagine offrendo una serie di norme sui peperoni rossi e verdi, mettendo in evidenza le caratteristiche del prodotto per i commercianti alimentari “al fine di evitare muffa o scolorimento”. Nessuno, neppure gli stessi dipendenti, ha un’idea di cosa sia l’Onu.

 

Nella sola Ginevra, le Nazioni Unite hanno tenuto diecimila incontri in un anno, offerto 632 seminari di formazione e tradotto 220 mila pagine di documenti per annuari, report e documenti di lavoro dell’organizzazione. Cosa sia l’Onu lo spiega Jean-Pierre Lehmann, professore di Economia politica internazionale a Losanna, in Svizzera: “L’Onu è stata una terribile delusione rispetto agli ideali con cui è stata creata. Oggi serve come una miniera d’oro per un sistema occupazionale gonfio”. Quella commissione ginevrina ha 220 dipendenti e un budget di cinquanta milioni di dollari. Nessuno sa a cosa servano. Una delle priorità su cui sta lavorando adesso questa indispensabile agenzia dell’Onu è come permettere alle persone con disabilità visive di guidare le auto elettriche.

 

L’inconsistenza dell’Onu è impressa in tutti i volti dei suoi segretari generali. L’attuale, Ban ki-Moon, che quando venne eletto dieci anni fa si era definito un “bridge builder”, un costruttore di ponti, e un “armonizzatore”, è soprannominato “Ban-chusa”, Ban il burocrate, tanto per dare una vaga idea del suo eroico carattere. Per altri, è “l’uomo invisibile dell’Onu”. Il “successo” più grande di Ban, ironizzano da più parti, è stato la marcia contro il surriscaldamento globale a New York al fianco di Al Gore.

 

Trygve Halvdan Lie, il primo segretario, era di sinistra e scandinavo. Svedese anche Dag Hammarskjöld, “il signor H” come lo chiamavano per evitare la pronuncia. Anche lui di sinistra, inventò l’espressione “economia pianificata”. Un aristocratico, figlio di un ministro della Giustizia e membro di una famiglia al servizio dei re di Svezia da cinquecento anni. Alto, sguardo glaciale, senso del dovere luterano, il signor H. era anticolonialista al punto da schierare l’Onu a fianco del satrapo egiziano Nasser durante la crisi di Suez. Sithu U Thant, che gli succedette, quando nel 1967 Nasser gli chiese di togliere i Caschi blu che dieci anni prima “il signor H” aveva messo nel Sinai a tutela del diritto israeliano al transito per lo Stretto di Tiran lo fece, obbligando Israele alla guerra  preventiva poi passata alla storia come “dei Sei giorni”. Preside di scuola media divenuto giornalista per sostenere l’indipendenza birmana, U Thant era infarcito del pregiudizio antioccidentale del vecchio militante anticolonialista e aveva un bisogno quasi buddhista di mantenersi imparziale. Poi arrivò Kurt Waldheim, uno spilungone austriaco democristiano con un ricattabilissimo passato durante la Seconda guerra mondiale. Memorabile la risoluzione sotto il suo mandato sul “sionismo come razzismo”. Gli succedette il peruviano Javier Pérez de Cuéllar, aplomb da gentiluomo ma quanto a fatti, pochi. Seguito da Boutros Boutros-Ghali, egiziano, aristocratico, una mummia faraonica, e poi dal ghanese Kofi Annan, studi americani e un matrimonio con una svedese della famiglia Wallenberg. Segretari come papi laici e simboli dell’inutilità delle Nazioni Unite.

 

L’organizzazione per l’infanzia dell’Onu, l’Unicef, ha fornito una formazione e un percorso di vita migliore per milioni di persone, tra cui l’attuale segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, che da piccolo studiava in una scuola senza tetto, ultimo di otto fratelli, i genitori contadini che raccoglievano il grano. Programmi di sviluppo delle Nazioni Unite sono stati fondamentali nell’aiutare i paesi appena liberati dal dominio coloniale a governare se stessi. Ma i pochi successi dell’organizzazione non riescono a sopperire al suo vero volto: un covo vergognoso di dittature, una burocrazia paralizzante con i suoi istituzionali insabbiamenti, la corruzione e con le politiche antidemocratiche del suo Consiglio di sicurezza.

 

La spesa annua delle Nazioni Unite oggi è quaranta volte superiore a quella che era nei primi anni Cinquanta, quando nacque con le migliori intenzioni. L’organizzazione comprende oggi diciassette agenzie specializzate, quattordici fondi e un segretariato con diciassette dipartimenti che impiegano 65 mila persone. E’ la più grande burocrazia del mondo. Il suo bilancio ordinario è più che raddoppiato negli ultimi vent’anni, fino a cinque miliardi e mezzo di dollari. Ma questa è solo una piccola parte della spesa totale.

 

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L’Onu è cresciuta così tanto che a volte lavora contro se stessa. I costi del personale rappresentano i due terzi o più delle uscite. Quanto prende il direttore associato di un ufficio delle Nazioni Unite? Il conto lo ha fatto il New York Daily News: 143 mila dollari all’anno, 65 mila dollari di benefit e il rimborso di una parte dei viaggi per tornare nel paese di origine e per l’istruzione dei figli. Per questo Mark Steyn in una memorabile column sul Chicago Sun Times ha definito l’Onu “un jet set umanitario”.

 

Come ha rivelato una inchiesta dell’ambasciatore Joseph Torsella, il diplomatico americano responsabile per la riforma e il management, nel solo biennio 2010-2011, l’Onu ha speso 575 milioni di dollari in viaggi. Visto che il campus sull’East River dove ha sede il Palazzo di vetro si estende su una superficie di 69 mila metri quadri su cui non cresce un solo albero da frutto o una pianta commestibile, l’Onu ha pensato bene di risolvere il problema del budget per frutta e verdura creando una serie di piccoli orticelli dentro al campus. Pomodori, zucchine, fagiolini, carote e altre verdurine biologiche oggi coltivate nel giardino dell’Onu verranno distribuite tra lo staff o donate a “food banks”. Ci sarebbe da ridere a crepapelle se non fosse tremendamente tragico il livello cui sono scese le Nazioni Unite.

 


Il Palazzo di vetro a New York, quartier generale delle Nazioni Unite dal 1951 (progetto di Oscar Niemeyer)


 

“Il concetto stesso di Nazioni Unite era nobile”, dice al Foglio Joseph Olmert, professore di Scienze politiche alla South Carolina University e fratello dell’ex primo ministro israeliano. “Il problema è che non funziona. La Lega delle Nazioni è stata un fiasco miserabile e l’Onu non è da meglio. Senza contare il doppio standard su Israele, che avviene a spese delle vere tragedie del nostro tempo”. “Considero le Nazioni Unite come una istituzione indegna, perché fu fondata per prevenire il genocidio, mentre è rimasta a guardare senza fare niente di fronte alle guerre e ai genocidi in Ruanda e Darfur” incalza al Foglio il padrino del movimento neoconservatore Norman Podhoretz.

 

“Se non bastasse, l’Onu ha condotto una campagna senza fine per delegittimare Israele, divenendo la principale fonte di antisemitismo nel nostro tempo. Per questa e altre ragioni, il mondo sarebbe un posto migliore se l’Onu non avesse mai visto la luce”.

 

Dello stesso avviso Yossi Klein Halevi, intellettuale americano che da qualche anno vive in Israele, collaboratore di New Republic e del New York Times, che ci spiega: “E’ oggi routine all’Onu condannare Israele più di qualsiasi altro paese, inclusa Corea del Nord, Iran, Sudan e Siria. L’Onu è una farsa, e un pericolo per il popolo ebraico”.

 


Caschi blu dell’Onu nell’isola di Haiti dopo le violenze e la cacciata del presidente Aristide


 

Già, Israele, la grande ossessione del Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite. Questo organismo sorge in quella Versailles diplomatica che è Ginevra. Nella città lacustre, la presenza del Palais des Nations è massiccia e incombente nella ricchezza della grande storia, il lusso del passato fastoso, il clamore della retorica pubblica e le migliaia di funzionari arrivati dai cinque continenti che costituiscono una folla pittoresca. Trenta sale per le riunioni, ognuna delle quali con materiali e decorazioni provenienti da questo o quel paese membro. La biblioteca custodisce seicentomila volumi. Il bel parco di ventidue ettari fu donato da una famiglia del patriziato ginevrino, i Revilliod de la Rive. Lo fece a una condizione: che vi si continuassero ad allevare quei pavoni che è facile incontrare, quando ci si aggira per il parco alla ricerca dello spirito di Jean-Jacques Rousseau. Bene, in quel Consiglio è entrato a far parte, tanto per citare un simpaticone democratico, Saeed Mortasavi, il pubblico ministero di Teheran che ha perseguitato scrittori e torturato intellettuali, noto come il “macellaio della stampa”. In passato è successo che la Libia ottenesse la presidenza di questo Consiglio o che l’Arabia Saudita, Cuba e lo Zimbabwe, questi modelli di condotta umanitaria, decidessero quali violazioni fossero da condannare.

 

Sono loro, le dittature o “stati parzialmente liberi”, forti di una maggioranza di 27 membri su 45, ad aver dato mandato alla commissione di Mary McGowan Davis di accusare Israele di “crimini di guerra” lo scorso giugno (e prima c’era stato il ridicolo Rapporto Goldstone). Come spiega Anne Bayefski, direttrice di Human Rights Voices, “Israele guida ogni anno la lista dei paesi più bersagliati da singole inchieste all’Onu, seguito da Siria, Sudan, Somalia, Iran…”. Si capisce allora perché Foreign Policy parla del bisogno di “riportare i diritti umani dentro al Consiglio per i diritti umani”. Ogni volta che nel Consiglio le democrazie hanno sollevato il problema della sharia e dei crimini commessi in suo nome (lapidazioni, amputazioni, esecuzioni, mutilazioni…) gli ambasciatori dei regimi islamici sono riusciti sempre a insabbiare tutto. Sempre a Ginevra c’è un’altra commissione, quella sulla Tortura, che un anno fa è riuscita a mettere sotto inchiesta il Vaticano per gli abusi sessuali, paragonati a una forma di tortura appunto.

 

“Le Nazioni Unite sono figlie di Franklin e Eleanor Roosevelt, due naïf che non avevano capito che l’Onu sarebbe diventato strumento di tiranni ed estremisti”, dice al Foglio lo studioso di medio oriente Daniel Pipes. Per dirla con lo storico inglese Paul Johnson, “oggi gli amici dei dittatori sono premiati con questi confortevoli posti a New York”. Solo nove paesi (oltre a Stati Uniti, Giappone, Germania, Regno Unito, Francia, Italia, Canada, Spagna e Cina) contribuiscono per il 75 per cento del budget totale dell’Onu. Ma ormai il Palazzo di vetro è dominato da dittature, oligarchie e satrapie. Non c’è cattivone al mondo che non abbia un posto che conta: Cina, Russia e Yemen hanno la vicepresidenza dell’Assemblea generale; l’Arabia Saudita sta nel comitato per il Disarmo; il Sudan siede nel Legal Committee; Congo e Iran sono membri della commissione sulle Donne; l’Unicef ha come paesi membri Cina, Pakistan e Iran;  la commissione per la Prevenzione del crimine ha dentro Bielorussia, Arabia Saudita ed Emirati Arabi; allo Sviluppo sostenibile ci sono Angola e Libano; al comitato per l’Informazione non potevano mancare Cina, Iran, Kazakistan e Libia.

 

Il presidente americano Barack Obama ha sempre definito l’Iran “isolato”. Ma all’Onu, Teheran è una rock star. Si è occupato di “diritti femminili” al programma per lo Sviluppo (nel 2009 l’Iran ne è stato presidente), è stato vicepresidente dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche, è stato all’ufficio Onu per la Droga e il crimine, nella commissione sulla Prevenzione del crimine e la Giustizia penale, nel board esecutivo dell’Unicef e nella commissione per la Scienza, la Tecnologia e lo Sviluppo e nel “Comitato per l’uso pacifico dello spazio”.

 

Al Palazzo di vetro i tiranni si distribuiscono anche i premi: il principe saudita Nayef nel 2013 è stato insignito del premio per il suo “lavoro umanitario”; il premio per il “servizio pubblico” è andato al ministero dell’Interno del Libano, nelle mani dei terroristi di Hezbollah; Fidel Castro è stato nominato “eroe mondiale della solidarietà”, il presidente boliviano Evo Morales è “l’eroe mondiale della madre terra” e l’ex presidente della Tanzania, Julius Nyerere, è “l’eroe mondiale della giustizia sociale”. E ci fermiamo qui, per decenza. Il matematico francese Laurent Lafforgue ha commentato che “è come se un Alto consiglio dei diritti dell’uomo decidesse di fare appello ai Khmer rossi per costituire un gruppo di esperti per i diritti umani”.

 

In tutta la sua storia, il Consiglio di sicurezza si è mosso solo due volte per fermare aggressioni che hanno comportato violazioni di confini nazionali, il tipo di aggressioni, cioè, che statutariamente l’Onu è nata per impedire: in Corea nel 1950 e nel Kuwait fra 1990 e 1991. In entrambi i casi, però, le Nazioni Unite si sono semplicemente rivolte agli Stati Uniti e ai suoi alleati. Nata per prevenire altri genocidi, l’Onu non vanta un bel curriculum: un milione di Tutsi uccisi dagli Hutu in Ruanda nel 1994 mentre i Caschi blu restavano a guardare; diecimila musulmani bosniaci massacrati a Srebrenica quando dovevano essere protetti dalle truppe olandesi sotto egida dell’Onu; 200 mila sudanesi del Darfur sterminati mentre al Palazzo di vetro i burocrati discettavano se fosse o meno un “genocidio”; un milione di iracheni perseguitati da Saddam Hussein che rimpinzava il suo regime con il programma Oil for Food delle Nazioni Unite. E anche qui ci fermiamo, sempre per decenza.

 

Il brindisi, del luglio 1995, tra Ratko Mladic e Ton Karremans, comandante del contingente Onu preposto alla difesa dell’enclave, che sancì la resa della città e la consegna dei suoi abitanti alle forze militari serbo-bosniache, è una delle più nefande immagini  che può stare a fianco di quelle che ritraggono i leader francese e britannico sorridenti a Monaco, mentre consegnano la Cecoslovacchia ad Adolf Hitler. Gli scherani di Mladic si presentarono ai civili di Srebrenica con i Caschi blu avuti dal contingente olandese, così che anche fisicamente i massacratori avevano la divisa dei pacificatori. Per questo le vedove di Srebrenica hanno fatto causa alle Nazioni Unite.

 


La “Golden Rule” di Norman Rockwell: dall’illustrazione è stato tratto un mosaico posto in una sala del Palazzo di vetro


 

Il genocidio è il “mai più” della comunità internazionale, ma impone l’obbligo di intervento. E l’Onu non interviene mai. A capo della missione dell’Onu in Ruanda, nel 1994, c’era un generale canadese, Roméo Dallaire. Nelle sue memorie, “Shake Hands with the Devil: The Failure of Humanity in Ruanda”, Dallaire racconta che, alcuni mesi prima dell’inizio del genocidio, era riuscito a scoprire i piani di sterminio. Riferì il tutto sia a Kofi Annan, allora sottosegretario generale incaricato di peacekeeping, sia al capo politico della missione Onu in Ruanda, ma la risposta fu allucinante: essere cauti, non divulgare queste informazioni, non disturbare il segretario generale, Boutros Boutros-Ghali, scordarsi ogni tipo di missione preventiva. Più tardi Dallaire chiese rinforzi, ottenendo invece una riduzione del suo contingente. Dopo un tentato suicidio, nel 2000 gli venne diagnosticata la sindrome da stress post traumatico.

 

Non che le altre agenzie stiano meglio. L’American Enterprise Institute ha messo sotto accusa il World Food Program in un meticoloso dossier. Ovviamente una agenzia simile, con uffici in ottanta paesi e responsabile della distribuzione di cibo a cento milioni di persone ogni anno, non può essere immune da problemi. Ma le sue falle sono ormai comiche e strutturali. In Etiopia, uno dei paesi che più beneficia del programma Onu, soltanto il dodici per cento del cibo arriva a destinazione. In Corea del nord, il dittatore Kim Jong-un storna gran parte dei fondi a favore dei corrotti del regime comunista. Il presidente del Senegal, Abdoulaye Wade, si è scagliato contro la Fao, l’Organizzazione per l’alimentazione e l’agricoltura delle Nazioni Unite, definendola un “pozzo di denaro senza fondo” che dovrebbe essere abolita per aumentare la produzione alimentare mondiale. Gli analisti dicono che decenni di abbandono dell’agricoltura da parte di questa agenzia ha lasciato molti paesi con poco cibo per nutrire la loro gente. “C’è stato un fallimento istituzionale molto profondo su come risolvere i problemi alimentari”, ha dichiarato Peter Timmer, studioso della Stanford University che studia la sicurezza alimentare. La Fao, con sfavillante sede a Roma (e altre 130 sedi nel mondo), è diventata il bersaglio di pesanti critiche. Una revisione indipendente delle sue politiche ha rivelato che l’agenzia ha perso la fiducia dei donatori, che hanno costantemente ridotto i finanziamenti negli ultimi dieci anni. “La Fao è oggi alla deriva”, secondo la relazione del 2007 di un gruppo di esperti esterni.

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