Escobar è tra noi

“Narcos”, la nuova serie di Netflix, ha scatenato il revival del boss colombiano. Ecco come funziona il mito oscuro del re della cocaina. I critici americani hanno elogiato la fiction come una delle cose migliori capitate al crimine su pellicola dai “Sopranos”.
Escobar è tra noi

Wagner Moura nella parte di Pablo Escobar, protagonista della nuova serie tv di Netflix, che arriverà in ottobre anche in Italia

Pablo Escobar, re colombiano della cocaina negli anni Settanta e Ottanta, settimo uomo più ricco del mondo secondo Forbes, prototipo per tutti i narcotrafficanti passati e futuri, primo narcoterrorista della storia, amava barare a Monopoli. Quando giocava con la famiglia, chiedeva ai suoi scagnozzi di preparare in soggiorno dei nascondigli per i soldi finti, che usava per vincere le partite contro i suoi figli. Pablo Escobar guadagnava così tanti soldi dal traffico della droga che era costretto a nasconderli dentro ai muri delle sue ottocento case, in vecchie cantine, a sotterrare le banconote nel fondo della foresta amazzonica, e ogni anno i topi e la muffa si mangiavano il dieci per cento della sua fortuna, 2,1 miliardi di dollari, ma a lui non importava, perché guadagnava 420 milioni a settimana. Pablo Escobar spendeva 2.500 dollari al mese in elastici di gomma per legare insieme le mazzette di banconote. Pablo Escobar bruciò un sacco con 2 milioni di dollari per tenere al caldo sua figlia Manuela mentre si trovava in un nascondiglio in montagna. Pablo Escobar, ucciso nel 1993 durante una sparatoria con la polizia, in realtà si tolse la vita, e la ragione principale per cui moltissimi credono a questa versione è che uno come lui non sarebbe mai potuto morire di una morte banale.

 

Alla fine di agosto Netflix ha pubblicato in America e nei paesi in cui è presente (a ottobre in Italia) la sua nuova serie tv, tutti gli episodi in una volta come è suo solito. La serie si chiama “Narcos”, e racconta la vita terrificante e romantica di Pablo Escobar. I critici americani hanno elogiato la serie come una delle cose migliori capitate alla criminalità su pellicola dai tempi dei “Sopranos”, e la definizione è notevole, visto che in mezzo sono passati capolavori come “The Wire” e “Breaking Bad”. “Narcos” ha uno stile descrittivo, a volte documentaristico, a cui contribuiscono spezzoni di foto e video d’epoca, il bilinguismo (Escobar e gli altri narcos sono interpretati da attori che parlano in spagnolo sottotitolato, e questo ha creato problemi, perché quasi nessuno è colombiano, e l’attore che interpreta Escobar, l’ottimo Wagner Moura, è un brasiliano che parla spagnolo con un accento per noi impercettibile, ma che ai colombiani suona come unghie che stridono su una lavagna) e soprattutto l’espediente della voce narrante fuoricampo. Il narratore è Steve Murphy, agente della Dea, l’antidroga americana, superpoliziotto che ha contribuito alla caccia a Escobar anche nella realtà, e ha partecipato alla stesura della sceneggiatura. La prima puntata di “Narcos” è programmatica, e il narratore si impegna a descrivere i temi che segneranno tutta la serie. Uno su tutti: la fragile linea di demarcazione che divide buoni e cattivi. “Se c’è una cosa che ho imparato nel narcomondo è che la vita è più complicata di quel che si pensa. Buono e cattivo sono solo dei concetti”, dice Murphy alla fine della prima puntata, esprimendo la sua teoria del relativismo criminale: “Nel mondo dei narcotrafficanti fai quello che pensi sia giusto e speri che vada bene”.

 

In realtà all’inizio della serie, quando i personaggi sono presentati per la prima volta, i ruoli del cattivo e del buono sembrano scolpiti nel granito. Pablo Escobar è Pablo Escobar, non ha bisogno di presentazioni. Steve Murphy è l’agente gringo, biondo e con i baffi, che si trasferisce in Colombia e mette un pericolo la sua vita, la vita di sua moglie (anche lei bionda infermiera eroina) e quella del suo gatto gettandosi nella guerra alla droga “per dovere” (mio padre ha combattuto nel Pacifico dopo Pearl Harbor, dice Murphy nella prima puntata: “Questa è la mia guerra”). Il cliché viene enfatizzato per poterlo ribaltare più facilmente. Perché la polizia è corrotta e usa gli stessi mezzi dei narcotrafficanti, e anche quando non è corrotta si abbandona alla violenza, alle esecuzioni sommarie e alla tortura. Perché lo stesso Murphy si lascia trascinare in una durezza che sfiora la crudeltà, e perché Pablo Escobar è decisamente il personaggio più umano di tutta la serie. Questo dipende da uno dei maggiori difetti di “Narcos”, lo scarso spessore dei personaggi secondari che mette in risalto i protagonisti, ma anche da alcune scelte di sceneggiatura, che hanno fatto arrabbiare i colombiani ed esaltato i media americani.

 

Nel 2013 Emily Nussbaum, la critica cinematografica del New Yorker, ha coniato la teoria del “Bad Fan”, il cattivo fan che si lascia trascinare dal carisma di certi personaggi e perde di vista il resto. Il Bad Fan è quello che considera Walter White, il professore di chimica convertito in narcotrafficante di “Breaking Bad”, un “kick-ass genius degno di venerazione”, e non vede le uccisioni e le violenze su sua moglie. E’ quello che non sopporta che la perfezione di Don Draper, protagonista di “Mad Men”, sia messa in dubbio. E’ quello che si lascia affascinare dal carisma e dal genio, perde di vista tutto il resto, lascia che degli abili sceneggiatori rivoltino la sua scala dei valori come un calzino. “Narcos” sembra fatta apposta per eccitare la cattiva coscienza del Bad Fan, perché anche se Pablo Escobar è un personaggio indubbiamente crudele, la cui stabilità psicologica degenera nel corso della serie, il suo carisma è indiscutibile fin dalla prima scena, che fa capire al lettore che per dieci episodi Pablo prenderà a calci i suoi rivali e dominerà i poliziotti senza mai perdere il suo sorriso glaciale.

 

Il risultato di queste scelte è che in America è iniziata una specie di Escobarmania, un gran revival del re della droga. Non è un fenomeno strano: quando un prodotto culturale ha successo i media, affamati di clic e lettori, ci si buttano a capofitto, lo raccontano, lo smembrano per farne listicle, cioè elenchi di fatti curiosi, e gallery fotografiche. Ma alla mania per “Breaking Bad”, alla mania per “Lost”, alla mania per “Walking Dead” non corrisponde una mania per “Narcos”. Parlare della serie sembra un pretesto. Quello che i media vogliono non è “Narcos”, ma Pablo Escobar, figura storica e criminale efferato.

 

Gli aneddoti che si leggono a inizio pagina vengono tutti da Business Insider, eccellente sito di economia con tendenze pop, i cui giornalisti sembrano ben propensi a spulciare le molte biografie del re della cocaina in cerca di curiosità: hanno prodotto sei articoli in pochi giorni, tutti per raccontare la favolosa e corrotta vita del boss. I media spagnoli, usando il vantaggio linguistico, tentano lo scoop, e il País racconta di Silvia Hoyos, giornalista colombiana che all’inizio degli anni Novanta ebbe un breve intercorso epistolare con Escobar mentre questi si trovava in prigione. Il risultato è (sorpresa!) “un Escobar totalmente diverso” dal mostro criminale che molti credono, un uomo di saldi princìpi e letture raffinate, che dal carcere scriveva lunghi racconti per sua figlia piccola e perfino “chiedeva rispetto per gli omosessuali”. I giornali inglesi invece si sono buttati su Sebastián Marroquín, al secolo Juan Pablo Escobar, figlio del boss oggi trentottenne che ha rifiutato il crimine, è diventato architetto e designer e per i media è una fonte inesauribile di aneddoti. Altri hanno intervistato gli agenti della Dea che hanno partecipato alla cattura, Forbes questa settimana ha ripubblicato online le pagine in cui negli anni Ottanta incoronava Escobar tra gli uomini più ricchi del mondo. Il sito per millennial Fusion ha pubblicato a luglio una serie di video in sei puntate sulla vita del boss. Perfino un magazine di costume come Gq non ha saputo resistere e ha pubblicato una listicle su “La vita incredibile del boss della droga Pablo Escobar”. Buzzfeed ha risposto, ovviamente, con un test: “Quale narcos sei?”. Mancano solo le magliette e il merchandising – anche se quelli online esistono da sempre, e non hanno bisogno di revival. A confronto, l’interesse dei media per la serie in sé è piuttosto ridotto.

 

“Narcos” non ci ha messo molto a risvegliare l’attenzione internazionale su Pablo Escobar. Il colombiano aveva un senso della comunicazione e dei simboli che i suoi eponimi messicani, che oggi terrorizzano le Americhe, possono solo sognare, e fin da vivo ha lavorato alla sua mitizzazione. Per molti anni in Colombia Escobar è stato un personaggio più amato che odiato, e tutti sorvolavano sulle origini illegali delle sue fortune finché donava milioni di dollari ai poveri, apriva ospedali e cliniche, costruiva scuole, case, ripuliva le slum di Medellín. Si faceva chiamare “el Robin Hood paisa”, dove “paisa” è sia l’apocope di paesano, popolare, sia la definizione geografica e culturale degli abitanti della regione intorno a Medellín. Si è perfino lanciato in politica, ed è riuscito a correre con successo per un seggio al Parlamento di Bogotá. Fu espulso dopo poco, ma l’episodio fu esempio di una popolarità vera, anche se finanziata con fiumi di denaro a politici, media, elettori. Anche quando la natura criminale di Escobar divenne impossibile da nascondere, e il Robin Hood paisa divenne il nemico pubblico numero uno, la sua sensibilità per i simboli non venne meno. Nel 1985 ispirò l’occupazione armata del Palazzo di Giustizia di Bogotá da parte delle milizie comuniste M-19. Le milizie resistettero dentro l’edificio per due giorni, asserragliate con 350 ostaggi, quando l’esercito ebbe espugnato il palazzo erano morte 98 persone, tra cui undici magistrati. La sfida al potere dello stato fu evidente a tutti. Nel 1989 provocò con una bomba l’esplosione di un aereo di linea a pochi minuti dal suo decollo, nel tentativo di uccidere il candidato presidenziale César Gaviria, che però non era sul volo. Morirono 110 persone, e l’esplosione dell’Avianca divenne il simbolo stesso del narcoterrorismo colombiano.

 

Il confronto con il narcotraffico messicano dei giorni nostri, che secondo molti analisti sta trasformando il Messico nella Colombia degli anni Ottanta, fornisce un termine di paragone interessante. L’attività criminale di Escobar ha fatto tra le 4.000 e le 10.000 vittime. In Messico il numero delle vittime dal 2006 è vicino a 100 mila, più altre decine di migliaia di desaparecidos. Per quanto il paragone tra la sola organizzazione criminale di Escobar e la miriade frammentata dei cartelli messicani non sia equilibrato, la differenza è notevole, eppure Escobar continua a essere considerato il boss più violento, e nessu rivale per ora è riuscito a eguagliare la sua fama: il “narcos” per eccellenza, come si vede dal titolo della serie tv, resta il colombiano.

 

C’è un’altra ragione per cui l’epopea di Escobar sembra immortale, ed è legata alle persone che hanno trasmesso la sua memoria e raccontato la sua storia. I più famosi biografi del boss non sono giornalisti e rigorosi analisti americani, ma i membri della sua famiglia. Suo figlio Juan Pablo, oggi Sebastián Marroquín, è la star del documentario argentino “Sins of my father”, che racconta la storia di Pablo vista con gli occhi del figlio e il viaggio di Sebastián per rintracciare le vittime di suo padre e chiedere loro perdono. Il documentario si è trasformato subito in una fonte inestimabile su Escobar, perché al contrario della vita braccata dei narcotrafficanti di oggi il boss ha vissuto per molti anni comodamente nella sua hacienda con la famiglia, e questo ha permesso ai figli di essere testimoni di ogni cosa, e di dare un’immagine intima della vita del boss impensabile per qualsiasi altro narcos. Su questo Sebastián non si è mai pentito, e lo ha reiterato nella biografia “Pablo Escobar: My Father”, uscita nel 2014: Pablo era un criminale efferato, ma anche un padre modello, che adorava la sua famiglia e ha trasmesso ai figli princìpi saldi e retti. La serie “Narcos” è fortemente debitrice di questo tipo di racconti, mostra Escobar come un marito tenero e un padre affettuoso, e questo ha fatto infuriare i colombiani. Un’altra biografia famosa di Escobar, anch’essa fonte di un’aneddotica preziosa, è quella di suo fratello Roberto, che ha pubblicato “Mi Hermano, El Patrón Escobar”.

 

[**Video_box_2**]Basta aprire Amazon per leggere le molte recensioni dei fan del boss che plaudono a una biografia che “finalmente” non getta cattiva luce sul Robin Hood paisa. Anche la sorella di Escobar, Alba Marina, ha scritto una biografia dal titolo piuttosto chiaro (“El otro Pablo”), e nello sport di contribuire all’epopea del boss si è gettata anche la sua amante di un tempo, la giornalista Virginia Vallejo, che nel 2013 ha pubblicato “Amando a Pablo, odiando a Escobar”: anche qui la distinzione tra il criminale da stigmatizzare e l’uomo da ammirare è chiara. I racconti dei famigliari di Escobar sono inestimabili, di pochi altri signori del crimine abbiamo così tante informazioni personali, ma hanno forzatamente cambiato la percezione che il mondo ha del boss.

 

Gli autori di “Narcos” si sono posti a lungo il problema della mitizzazione, come hanno raccontato in molte interviste, ma nonostante gli sforzi sono riusciti nel loro intento solo per metà. Nonostante gli omicidi, i tradimenti, le mascelle serrate di Wagner Moura, capace di trasformare la sua faccia bonaria in una maschera crudele, sembra che non si possa scappare dall’epica criminale di Escobar, e i media vivono il loro momento Pablo. Escobar è semplicemente un brand troppo fecondo per ignorarlo. Anche suo figlio Sebastián, che pure ha cambiato nome e ripudiato l’eredità morale del padre e transita da intervista a intervista predicando perdono e non violenza, ha messo in commercio una linea di vestiti che si chiama “Escobar Henao” (Henao è il cognome della moglie del boss). Sulle magliette sono stampati la faccia e i simboli del re della cocaina – insieme a messaggi di pace, ma nessuno le compra per questi.

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