Il compagno Alfa

Altro che rilancio del centrodestra. Angelino Alfano si è accasato con Renzi e viaggia felice sotto le bandiere del centrosinistra. E i suoi? Affondino pure, lui si è già salvato.
Il compagno Alfa

Angelino Alfano alla Festa dell’Unità. Il ministro dell’Interno è entrato a Montecitorio nel 2001, quand’era in Forza Italia. E’ stato il più giovane ministro della Giustizia della storia repubblicana

Senza giacca, camicia esibita en plein air con le maniche sollevate, niente cravatta. E’ in piena fase sportswear, addobbato come un corretto democratico dell’era renziana. E’ là, sul palco della Festa dell’Unità di Milano, è proprio lui, quando impastrocchia un passaggio retorico in anglo-siculo – “asailum sciopping” – sembra di vederlo aprire il portoncino di Downing Street con un vassoio di cannoli sul palmo della mano. Parla, dice, promette, puntualizza, assicura, abbiamo fatto, faremo, noi qui voi là et voilà les jeux sont fait, la trasformazione è inesorabile, l’applauso del “popolo del Pd” scatta come una rana sulle foglie bagnate di rugiada. E’ il 2 settembre, i suoi dentoni inamidati passeggiano fra gli stand, Angelino Alfano ha indossato una nuova maschera. Splendido splendente, è nato “il Compagno Alfa”.

 

Chi è Alfano? Lasciamo che sia lui a raccontarsi. Che emozione, l’esordio politico del giovinetto: “Presidente, questa mattina mio papà mi ha portato il fac-simile, il santino della mia prima campagna elettorale, quella al consiglio provinciale di Agrigento del 1994. Era la primavera bellissima del 1994 e io ero un ragazzo di 23 anni che aveva appena finito gli studi a Milano, che si era ritrasferito, per amore di quella terra, in Sicilia. Vidi in televisione un imprenditore che aveva passione per la libertà, che aveva il sole in tasca, che aveva tanta voglia di cambiare il paese. Sentii una musica straordinaria, un jingle straordinario, che emozionò milioni di italiani e, vedendo quell’uomo, sentendo quella musica, sentendo quel programma, decisi unilateralmente, perché non lo concordai con il presidente Berlusconi perché lui era alla televisione ed io lo guardavo dall’altra parte della televisione, decisi di aderire a Forza Italia”. Che sentimento, che afflato, che romanticismo nel discorso di investitura a segretario del Pdl. Era il 1° luglio 2011, sembra un secolo fa. Più che parole, versi; più che una passione politica, un innamoramento. Ma so’ cose che capitano da ragazzi, poi arriva l’Alfano della maturità, consapevole di sé, già ministro della Giustizia per tre anni, con un’identità granitica e un obiettivo concreto: continuare a fare carriera. Ormai fatto uomo, diventato una solida realtà, egli si racconta sobriamente in “La mafia uccide d’estate”, libro pubblicato da Mondadori nel 2011, volume ambizioso, meditativo, “l’autobiografia politica di un ‘antimafioso siciliano berlusconiano’”. Ecco l’incipit: “Quello che leggerete è un racconto. E’ il mio racconto dei tre anni vissuti come ministro della Giustizia. E’ il racconto di mille giorni e di mille episodi. Parlo di tutto, proprio di tutto, della sostanza delle cose che ho vissuto. Ovviamente dal mio punto di vista. Il punto di vista di chi, le cose qui narrate, le ha vissute in prima persona. Il punto di vista di chi, per il ruolo in cui le ha vissute, è parte in causa”. Non è Camilleri, non è Sciascia, non è Verga, non è Pirandello, ma per mille fulmini, è un libro tutto “in prima persona”. Altro che fiction. Dove c’è Alfano, c’è la realtà. E perbacco, “ci sono mille giorni e mille episodi”. E dove c’è Berlusconi, c’è Alfano, cribbio. Il suo arrivo al ministero della Giustizia è un’operazione del Cavaliere e della sua Eminenza Azzurrina. Squilla il telefono: “Sono Gianni Letta, ti passo il presidente. Ringrazialo, per te ha fatto un capolavoro. Comunque adesso spiega lui tutto”. “Ciao Angelino”, esordì il presidente Berlusconi, “Gianni esagera, credo di avere fatto un buon lavoro con il presidente della Repubblica, ma adesso tocca a te. Oggi pomeriggio alle 17 hai un appuntamento al Quirinale. Ti attendono all’ingresso laterale, quello che porta alla palazzina presidenziale. Mi raccomando: non dirlo a nessuno”. C’è già tutto Alfano in questo racconto autobiografico: entra sempre da un ingresso laterale, esce dal portone principale con un incarico per se stesso. A trentasette anni si ritrova Guardasigilli e sì, confessa, “il mio nome era in bilico”. Sarà sempre così, in alto e in bilico, senza mai cadere.

 

Nato ad Agrigento nel 1970, Alfano ha una biografia da flash mob: studente di legge alla Cattolica, padre democristiano corrente Calogero Mannino, padrino politico berlusconiano tendenza Silvio, ministro prêt-à-porter e oggi padre distratto di un partito con i figlioli in fuga. Alfano a 45 anni ha già bruciato tutte le tappe. I maligni aggiungono: anche se stesso. Sottovalutano il tipo umano, non ne afferrano lo storytelling – così lo chiamano quelli della sua nuova compagnia di giro – l’essere preconfezionato per l’incarico, sempre preceduto dalla targa d’ottone sulla porta, con le idee politiche fisse come una poltrona girevole. Premessa di ogni Alfano che si rispetti è il Sua Eccellenza, il Signor Ministro, l’Esimio Presidente. Se fosse Tarzan, non beccherebbe una liana, ma la giungla politica è perfetta per gli Alfano. Perché egli è già stato tutto quello che si poteva diventare essendo nato Alfano: capo dei giovani democristiani da ragazzo, nel 1996, a 25 anni, è deputato dell’assemblea regionale siciliana con Forza Italia, fa il suo ingresso nel 2001 a Montecitorio. Da quel momento non ne esce più. Il 7 maggio del 2008 diventa ministro della Giustizia, il più giovane di tutta la storia repubblicana; il 1° luglio del 2011 Berlusconi ha una folgorazione e lo nomina con lo spadone da Cavaliere segretario politico del Pdl, lui lascia il ministero della Giustizia per – dice – “dedicarsi al partito”. Elezione per acclamazione, roba da capo carismatico, altro che primarie e democrazia. Il 28 aprile del 2013, in tempi di larghe intese e lettismo carsico, trova sgombra per lui la scrivania del ministero dell’Interno, roba tostissima, controllo della polizia, della macchina dello stato, sicurezza, ordine pubblico, tutto è nelle sue manine di prestigiatore. Eccolo, Alfano, nell’album dei ministri del Viminale, successore di De Gasperi, Scelba, Fanfani, Andreotti, Tambroni, Segni (Antonio), Spataro, Taviani, Rumor, Restivo, Gui, Cossiga. Lui, Alfano, in mezzo a una foresta di giganti. Una mostruosa carriera che supera tutte le intemperie del centrodestra italiano. Qual è il suo segreto? “Il tradimento”, dice chi si ostina a non cogliere il paso doble della sua straordinaria mobilità. E’ scattante come una lucertola, Alfano. Gianfranco Micciché, che lo tenne a battesimo (politico) e fu un tempo suo amico e alleato, ne scartavetrò qualche anno fa un ritratto profetico: “Vuole fregare Berlusconi, mi pento di averglielo presentato”. Previsione azzeccata. Ma chi poteva immaginarlo con lo stiletto nel pugno quel ragazzone sorridente? S’allenava per la maratona con Maurizio Lupi, non per vestire i panni di Bruto. Disse Alfano, nei primi giorni dell’ottobre 2013: “Io non sono Fini, non tradirò mai Berlusconi. Stiamo lavorando, ciascuno secondo il proprio modo, per l’unità del partito. Non saranno i nostri avversari a determinare la chiusura del ciclo politico di Berlusconi in quanto il popolo, ancora oggi, individua in lui il leader di un grande partito e il leader di una coalizione che può ancora vincere”. Un politico ad alta fedeltà, dal suono cristallino, l’hi-fi del centrodestra. In realtà Alfano non tradisce, semplicemente, si sposta. Berlusconi è accerchiato? Lui è fuori dal cerchio rovente. Custer cade trafitto dalle frecce degli indiani a Little Big Horn? Lui diventa improvvisamente un distaccato osservatore, un casco blu dell’Onu. Non fa mai un plissè, Alfano. Gli altri cadono, lui sta sempre in piedi, le slavine e le valanghe non lo sfiorano, i compagni di cordata uno a uno precipitano nei crepacci, ma lui è in vetta come un Mike Bongiorno qualsiasi: sempre più in alto…

 

E’ la storia di una carriera costruita fin dall’esordio parlamentare con il tessuto vellutato e la trama damascata della politica siciliana, tutta retroscena, vedo e non vedo, vero e non vero, una sottile sferrazzatura di felpate amicizie – e ruvide inimicizie – che in Alfano diventano occasione continua di balzo e controbalzo in alto. Quando fu relatore della finanziaria nel 2003, mise a frutto questa competenza nel salto a ostacoli per accontentare e scontentare amici e nemici. Berlusconi apprezzò l’opera e vide in quel giovane una promessa più grande della premessa. Catapultato al vertice della monarchia anarchica del partito di Berlusconi, si ritrovò a decidere e… crash! Berlusconi scoprì così che l’Angelino aveva superbe doti girevoli, ma non il “quid”. C’è un dipinto di Tiziano perfetto per spiegare l’essenza e l’assenza dell’alfanismo, il suo essere inodore e insapore, la sua asettica presenza nel campo delle idee politiche: è l’“Allegoria della Prudenza”, un dipinto che raffigura tre teste e tre animali, i tre stadi della vita di un uomo. Ecco, nel caso di Alfano non ci saranno mai tre volti e non ci saranno mai tre animali. Egli è un uomo politico con una sola espressione del viso, è senza età: non è mai stato giovane, non è mai stato maturo, non sarà mai vecchio. E non sarà mai né lupo né leone né cane. E’ Alfano, esattamente così come lo vedete. E’ un libro aperto nelle cui pagine decanta la storia. Non importa quale storia, conta solo la sua presenza, perché ieri era l’“antimafioso berlusconiano siciliano”, oggi è il Compagno Alfa e domani sarà altro perché il calendario politico scorre come le nuvole trasportate dal vento e Angelino è lesto nel leggere il bollettino meteo e dove c’è tempesta non troverete mai la sua barca. Quando ci si trova, in mezzo alla bufera, è sempre una disavventura per caso. E se affonda qualcuno, non è il capitano Alfano, ma il suo equipaggio.

 

Durante “il pasticcio kazako”, nel 2013, la figura di Alfano si fece impalpabile e invisibile. Che storia era? Eccola qui. Viene segnalata a Roma la presenza di Muktar Ablyazov, un bancarottiere senza scrupoli, già condannato a Londra, nemico politico di Nazarbaev, presidente del Kazakistan. La polizia fa un’irruzione notturna a Casalpalocco, nell’abitazione della compagna, Alma Shalabayeva. Di Ablyazov non c’è neppure l’ombra, è già scappato all’estero, è un viveur, è in Costa Azzurra con la bionda Olena. Blitz fallito. Ma la Shalabayeva e la sua bambina vengono fatte accomodare su un aereo e rispedite in Kazakistan. A casa del nemico di Ablyazov. S’apre un caso diplomatico, Letta e Napolitano sono in imbarazzo. Dov’è il ministro Alfano? Quattissimo sta. Se c’era, dormiva. In ogni caso, tranquilli, non c’era. Ma una testa deve pur rotolare. Non la sua, ovvio. A cascare nobilmente nella cesta sarà quella di Domenico Procaccini, il capo di gabinetto del ministro dell’Interno, cioè il braccio destro (e sinistro) del ministro. Cose che capitano. Agli altri, mai ad Alfano. Ne sa qualcosa il fu ministro Maurizio Lupi, mai indagato, ma tradito da un rolex e una grande loquacità telefonica. E provateci, a pronunciare il suo nome in presenza di Nunzia de Girolamo, potrebbe pietrificarvi con lo sguardo, come la Medusa. Il Nuovo centrodestra è una calamita per i magistrati. Persecuzione? Forse, ma nella fretta del distacco dal padre (Silvio), il suo partito pesca tutto quello che serve per fare il fritto misto del golfo. Il risultato è un falò pirotecnico-penale dove ardono carriere politiche e voti: richiesta d’arresto per Antonio Azzollini (salvato), il sottosegretario Giuseppe Castiglione nei guai per la gestione del Cara di Mineo (salvato dal voto di sfiducia), indagini sui senatori Pino Firrarello (suocero di Castiglione), Bruno Mancuso. E’ un lungo elenco in cui spiccano altre due richieste di arresto nei confronti dei senatori Piero Aiello e Gianni Bilardi. Calabria Infelix. Sintesi: dove Ncd ha voti, in Calabria, Campania e Sicilia, fioriscono guai con la magistratura. Ncd è un partito nato prematuro, gracilino, cresciuto a poppate di voti del sud. Democristianeria? “Un surrogato, quello che esce dopo la terza spremitura”, dicono i navigati di Montecitorio. Servirebbe altro, ma se Alfano è sveglio nello scegliere la posizione (della sua aurea persona) è invece dormiente nell’opera del posizionamento politico del suo partito nella stagione del renzismo. Battutista seriale senza conseguenze pratiche, prolifico inventore di rivoluzioni a tavolino, promette piani economici per il sud (e la Sicilia, mi raccomando), la “virata dell’Europa”, e “chi ha paura non è libero”, poi “le unioni civili non saranno mai matrimonio”, e basta perché “siamo campioni del mondo nel salvataggio di vite umane”, e “l’Italia riparte grazie a noi”, ecco la soluzione “servono leggi speciali anticrisi”, e tutto il programma di Renzi in fondo è il mio e tranquilli, faremo anche il ponte di Messina, trallallerò e trallallà.

 

[**Video_box_2**]Fondò il Nuovo centrodestra sperando di far affluire i voti perduti nella stagione del decadentismo berlusconiano, ma come spesso capita in politica due più due non fa mai quattro e la storia ha sempre una sorpresa dietro l’angolo: Renzi. Il segretario fiorentino fu l’evento che in calendario non c’era, il leader imprevisto, l’erede (in)naturale di un certo modo di Berlusconi di comunicare, lo spiazzista del quadro politico. Con Enrico Letta e le larghe intese Alfano aveva uno spazio di mediazione inversamente proporzionale alla sua forza elettorale (Angelino cumulava perfino due cariche: ministro dell’Interno e vicepremier) e abbastanza fiato per suonare la tromba dell’identità moderata, la possibilità di sventolare il fazzolettino delle cose di destra e, ogni tanto, incassare un premio. Ma con Renzi lo spartito cambia e Alfano si ritrova in mezzo al cammino un caterpillar che se ne infischia della forma e punta al sodo della politica, parla di (e fa) cose che per la sinistra erano totem e tabù. Alfano e Matteo non sono complementari, non saranno mai un ticket perché Renzi è il one man show che non smezza il palcoscenico. In ogni caso, Angelino mantiene la poltrona di ministro dell’Interno, da titolare del Viminale nel weekend spesso va e viene in Sicilia con l’aereo di stato (ragioni istituzionali, tutto regolare), lascia che la macchina del Viminale e la polizia facciano il loro lavoro, senza troppi intralci politici, affida alla poderosa Danila Subranni il mezzo e il messaggio della sua persona, delega la gestione del nitroglicerinico settore degli affari legali, delle nomine e delle varie ed eventuali occasioni all’influente (e potente) avvocato Andrea Gemma, mentre la casa, la famiglia (e il portafoglio) sono curati splendidamente dalla moglie Tiziana Miceli, lontana dai riflettori, discreta, elegante, sublime collezionista di consulenze. Ci sarebbe anche il partito da curare, ma resta una cosa senza capo né coda, un prototipo a gestione familiare che l’avanzare del renzismo riduce a bric à brac, un soprammobile da camino che conta qualcosa finché si sta al gioco parlamentare, ma ha pochi voti e troppi vuoti da crisi d’identità. Hanno voglia i parlamentari di Ncd di dire che sulle Unioni civili daranno battaglia. Benissimo. E poi che fanno? Concordano domani la candidatura con Alfano? E in quale lista? Vanno con Renzi? Tornano da Berlusconi? Loro con Salvini e noi con chi? Questo è il drammone che appassiona i divanisti del Transatlantico dove la vox è quella dell’“hanno un’emorragia”, “ha chiesto dieci posti a Renzi”. Saranno tutte favole, ma questo è il sottofondo musicale. Si rincorrono le voci di un progetto, un’idea, un desiderio, un sogno, una scialuppa di salvataggio costruita dal Pd per Alfano e qualcuno dei suoi fedelissimi, un giorno, quando si voterà. Forse. Perché poi girano come una sventagliata di realtà sondaggi (Istituto Piepoli, tanto per citarne uno tra i tanti) che dipingono scenari da fiasco elettorale, numeri che raccontano come l’imbarcata dell’Angelino costerebbe al Pd quattro punti in meno. Meglio soli. Vai a saperlo, se questo s’avvera, ma certo è che il Nuovo centrodestra appare “senza domani”. Il partito, non Alfano. Lui, di tutto questo, pare non curarsi, ma poi c’è lo scatto di nervi, finisce che Angelino sgomma, sfriziona e l’altro ieri finisce in cunetta con il motore fuso, perché fa quello che non può concedersi un politico, perde il controllo e invita i monelli della classe a uscire in cortile, liberi di fracassare le finestre con la palla: “C’è chi vuole andare con Berlusconi, e vada con Berlusconi, chi vuol andare con Renzi, vada con Renzi, chi vuol andare con Salvini, vada con Salvini: noi andiamo avanti con chi vuole stare con noi nel progetto che unifichi i moderati italiani in una prospettiva di governo fuori da ogni estremismo. Quindi, accetto scommesse sul futuro: ogni volta che hanno detto che abbiamo problemi, alla fine della gara ci siamo trovati più numerosi di quanti eravamo all’inizio”. Mi viene in mente una fulminante battuta di Gordon Gekko: “Se vendesse bare, non morirebbe più nessuno”. In fondo, non è in gioco la sua carriera ma quella dei suo compagni di ventura, perché egli è già immerso totalmente in un’altra parte, ha indossato un’altra maschera, è uno nessuno e centomila, la sua metamorfosi è compiuta. E’ già un altro, Angelino, è il Compagno Alfa. Senza Omega.

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