L’accordo canaglia

Teheran non rinuncia all’ideologia. Ecco perché Obama non può dire di aver trattato con l’Iran come Nixon con la Cina e Reagan con l’Urss. Al termine del lungo negoziato, Mosca di fatto metteva da parte la concezione della rivoluzione proletaria internazionale.
L’accordo canaglia

Quando i leader di due paesi riescono a “superare questioni dovute alle differenze nei sistemi sociali, nelle ideologie”, scriveva Gorbaciov a Reagan nel 1985, “allora noi cooperiamo con successo”

Ancora questa settimana, l’ayatollah Ali Khamenei, Guida suprema dell’Iran, ha detto che l’accordo sul nucleare non equivale a un avvicinamento all’ideologia americana o liberale. E d’altronde non s’interrompono le dichiarazioni belliciste, soprattutto verso Israele, di Teheran. Eppure il 14 luglio scorso il presidente Barack Obama, nell’intervista al New York Times che doveva suggellare mediaticamente il deal, aveva lasciato intendere dell’altro. Fra i vari argomenti, Obama ha ricordato come nel passato il presidente Nixon abbia negoziato con la Cina e il presidente Reagan con l’Unione sovietica a proposito del medio oriente e del mondo islamico. L’accordo con l’Iran, secondo Obama, deve essere inserito nella tradizione negoziale di cui Nixon e Reagan erano stati illustri precursori. Quest’affermazione, poco rilevata nella stampa nazionale, se non completamente ignorata, risponde a un’esigenza pubblicitaria di Obama, ma è completamente fuori luogo. Anzi, operando questo inserimento, Obama rende un cattivo servigio alla tradizione delle relazioni internazionali degli Stati Uniti e al significato stesso che Washington ha storicamente annesso alla propria pratica negoziale con la controparte.

 

Nel 1969, la Casa Bianca e il Cremlino iniziarono un lungo round di negoziati condotti da Kissinger e da Dobrynin, ambasciatore sovietico a Washington, su una serie di questioni di interesse comune (il famoso back-channel), negoziati che si interruppero alla vigilia della guerra dello Yom Kippur. Fu un negoziato alla pari tra le due superpotenze che, dopo decenni di confronto, avevano deciso di assestarsi su uno status quo accettabile da ambedue le parti. Cioè, avevano deciso di non mettere più in campo il formidabile apparato militare, ideologico e politico che aveva caratterizzato gli anni della Guerra fredda perché non era più loro interesse continuare in un logoramento che non aveva portato ad alcun vantaggio concreto per le due parti sulla scena internazionale. Di fatto, Mosca rinunciava a sostenere l’inutile concezione della rivoluzione proletaria internazionale, che, tra le altre negatività, aveva prosciugato le casse dello stato sovietico; d’altro canto, gli Stati Uniti riconoscevano la pericolosità di continuare a insidiare il blocco sovietico agitando la bandiera della democrazia e della libertà, accettandone, perciò, la realtà scaturita dagli esiti della Seconda guerra mondiale. Il realismo metteva in soffitta l’ideologia. Le due superpotenze coesistevano, essendo giunte a una sorta di maturità politica basata sulla consapevole accettazione della realtà effettuale. Realismo, coesistenza, maturità, consapevolezza, accettazione dell’altro. Occorre tener ben presenti questi concetti quando andremo a considerare il significato dell’accordo Stati Uniti-Iran di oggi.

 

Lo storico negoziato con la Cina comunista, opera di Nixon e Kissinger (e di Mao e Chou En-lai), rispondeva, con le dovute differenze, agli stessi criteri seguiti nel negoziato con l’Unione Sovietica. Gli Stati Uniti volevano sganciarsi dal Vietnam, che da tempo costituiva un peso insopportabile per Washington, anche a causa di un’opinione pubblica interna ormai insofferente. Ma, per far questo, occorreva gestire il “dossier Cina”, un dossier fermo al 1949, data di nascita della Cina comunista. Il negoziato con la Cina presentava margini d’incertezza ben più gravi rispetto a quelli posti da Mosca. La Cina era ancora solo una grande potenza regionale, ma le sue coste dominavano il Pacifico e fronteggiavano un alleato storico degli Stati Uniti, il Giappone. Sul piano ideologico, contendeva a Mosca la leadership del presunto movimento internazionalista proletario, il “sol dell’avvenire” che avrebbe abbattuto l’odioso sistema capitalistico. O, almeno, così si definiva il comunismo cinese. La realtà della Cina era ben diversa. Dopo gli orrori della “rivoluzione culturale”, la Cina si presentava come un paese povero, arretrato, non in grado di competere con l’Unione sovietica e gli Stati Uniti sul piano internazionale: aveva bisogno di una forte legittimazione internazionale per poter assumere il ruolo di una grande potenza, almeno sulla carta. Questa legittimazione le fu fornita dagli Stati Uniti. La Cina, da parte sua, dovette cambiare gli abiti e indossare quelli della diplomazia internazionale sul piano formale e su quello sostanziale: abiti che l’Unione sovietica aveva cambiato già da molto tempo, perché non poteva fare altrimenti. La rivoluzione come momento catartico della storia universale era ormai un ferrovecchio, impresentabile sul piano diplomatico e politico. Così fu per la Cina comunista.

 

Pechino aveva bisogno di Washington, così come Washington aveva bisogno di Pechino. Il bisogno reciproco era il terreno più propizio per un’intesa. A sua volta, il raggiungimento dell’intesa poggiava su alcuni presupposti insuperabili. Tuttavia, la Cina, per la sua presunta posizione di leader della “rivoluzione mondiale”, non poteva calarsi le braghe e accettare subito di intraprendere negoziati con la più grande ed odiata potenza capitalistica mondiale. Così, scrive Kissinger nelle sue memorie, “iniziò un intricato minuetto fra noi e i cinesi, così finemente organizzato da permettere a ciascuna delle due parti di sostenere in qualsiasi momento che non esistevano dei contatti, talmente semplificato da non addossare ad alcuna delle due parti il peso di un’iniziativa, così ricco di sottintesi da non mettere a repentaglio le relazioni già esistenti fra i due paesi”. Naturalmente, questo valeva più per la Cina, che non voleva perdere la faccia di fronte ai suoi sostenitori internazionali. Tuttavia, dopo un lungo e spossante valzer negoziale, si giunse alla stretta finale e al riconoscimento americano della Cina comunista. Era, questo, il passo decisivo perché la Cina desse il suo assenso all’uscita indolore degli Stati Uniti dal Vietnam.

 

Ma era proprio quest’assenso a costituire una novità, questa sì rivoluzionaria, per la posizione internazionale della Cina. Pechino, con quest’atto, rinunciava alla sua leadership rivoluzionaria mondiale e s’inseriva all’interno del sistema politico internazionale, accettando le logiche del confronto diplomatico, degli accordi politici ed economici, delle intese caratteristiche della politica internazionale. Di più: il suo prestigio si spostava dall’ambito dei movimenti rivoluzionari a quello dello scenario internazionale in cui si esplicita una logica di potenza fuori dagli schemi ideologici.

 

Tutto questo implicava una maturità nuova rispetto al passato: implicava tutto ciò che da tempo, sin dalla fine della Seconda guerra mondiale, aveva caratterizzato la posizione internazionale dell’Unione sovietica. Nonostante la Guerra fredda, Mosca, come del resto il suo competitore internazionale, aveva sempre tenuto aperto il confronto basato sul riconoscimento reciproco degli interessi in gioco. Ora Pechino si era posta in questo nuovo ordine, senza possibilità di ritorno al vecchio passato ideologico, ma ancora con qualche remora, che sarebbe stata ben presto superata: “Era evidente che per i cinesi – scrive Kissinger – il nostro arrivo aveva assunto un significato ancora più profondo che per gli americani. Per noi significava l’inizio di un nuovo corso vantaggioso nelle nostre relazioni internazionali. Per i cinesi comportava una crisi personale, intellettuale ed emotiva. […] Tuttavia ora, eccoli conferire con un paese loro nemico da venticinque anni”. Per la Cina di Mao tutto ciò significava la presa di coscienza del nuovo, difficile ruolo che il paese stava assumendo, grazie proprio all’odiato nemico, nella scena internazionale. Ciò comportava maturità, consapevolezza, raziocinio e capacità di leggere il proprio futuro sgombro da doppiezze che avrebbero potuto causare la fine del “grande balzo” (questo, sì, il vero grande balzo) nelle relazioni internazionali. Chou En-lai, nonostante la sua grande esperienza, mostrava, ma per poco ancora, la difficoltà di questo passo rivoluzionario per il suo paese. Kissinger annota, in un passaggio molto efficace delle sue memorie, l’imbarazzo di Chou: “Questa ambivalenza morale si rifletteva in una certa pensosità di Chou, nella occasionale schizofrenia delle sue esposizioni, nella poca linearità dell’annuncio della mia visita, intercalato da racconti epici della “lunga marcia” e della guida ispiratrice di Mao. Tuttavia Chou possedeva una serenità interna che, come capii ben presto, lo metteva in grado di evitare le meschinità tipiche dei nostri negoziati con altri comunisti”. La Cina comunista era comunque pronta ad assumere il nuovo ruolo senza doppiezze: era entrata a pieno titolo in seno alla comunità internazionale, con tutti gli oneri che ne derivavano.

 

Lo stesso ragionamento vale per Reagan. Prima dell’avvento di Gorbaciov al Cremlino, i rapporti tra le due superpotenze erano pessimi. Ma successivamente, una volta andato al potere, Gorbaciov si rese subito disponibile ad avviare negoziati con Washington. Tra Reagan e il leader sovietico s’instaurò un rapporto amichevole fondato sulla condivisione delle stesse preoccupazioni per l’ordine mondiale. Si susseguirono alcuni summit importanti che cementarono il comune interesse a stabilizzare le relazioni tra i due paesi, a tracciare linee comuni di intervento per raffreddare i punti caldi del sistema politico internazionale e ad affrontare la questione delle armi nucleari: Ginevra nel novembre 1985; Reykjavik nel 1986; Washington nel 1987; Mosca nel 1988. In una lettera di Gorbaciov a Reagan del 1985, riportata nelle memorie del presidente americano, il sovietico così scriveva: “Ovviamente, i nostri paesi sono differenti. Questo dato non può essere modificato. Vi è anche un altro fatto: quando i leader di due paesi […] trovano in se stessi sufficiente saggezza e realismo per superare questioni dovute alle differenze nei sistemi sociali, nelle ideologie, allora noi cooperiamo con successo e realizziamo cose per i nostri popoli e per tutti i popoli”.

 

Tornando all’accordo Stati Uniti-Iran di oggi, consideriamo ciò che ha detto l’ayatollah Ali Khamenei, guida suprema dello stato iraniano: “Abbiamo detto molte volte che non abbiamo un dialogo con gli Stati Uniti su questioni internazionali o regionali, e neanche su questioni bilaterali. A volte, come nel caso del nucleare, abbiamo negoziato con gli Stati Uniti, ma sulla base dei nostri interessi. Le politiche americane nella regione sono diametralmente opposte alle politiche dell’Iran”. Il confronto tra le affermazioni di Gorbaciov e quelle di Khamenei rivela, senza ombra di dubbio, due posizioni molto diverse di fronte al negoziato. Può essere, d’altronde, che la rigidità di Khamenei risponda alla necessità di tenere buona la parte più oltranzista della classe dirigente iraniana e dello stesso popolo iraniano. Cioè, che sia un gioco di squadra. Ma, come i fatti stanno dimostrando, il progetto iraniano è quello di giungere al controllo del medio oriente: Libano, Siria, Iraq, Yemen rappresentano i punti di maggiore impatto della presenza iraniana nello scenario mediorientale. Giordania e Arabia Saudita hanno tutte le ragioni di sentirsi in pericolo. Benché le questioni regionali non facciano parte dell’accordo sul nucleare con gli Stati Uniti, occorre tenere presenti questi fattori per comprendere che cos’è oggi l’Iran, con il quale Washington ha concluso l’accordo.

 

[**Video_box_2**]Come Khamenei ha detto con la massima chiarezza, l’Iran si muove a livello regionale con una spregiudicatezza totale. E’ uno “stato canaglia” nel senso pieno del termine, che si muove nello scenario regionale senza inibizioni, direttamente o per mezzo degli alleati locali, usufruendo del caos politico prodotto dalla presenza dell’Is di al Baghdadi. E’ con questo “stato canaglia” che Obama ha concluso lo “storico” accordo. La differenza con l’Unione sovietica e la Cina ai tempi di Nixon e Reagan non può essere più drammaticamente evidente. Si trattava, in quel caso, di controparti veramente interessate a un accordo che prevedeva vantaggi significativi per ambedue i contraenti. Tutto questo si coniugava con la consapevolezza che il mancato rispetto dell’accordo avrebbe compromesso i vantaggi acquisiti. Era un’intesa basata sulla maturità politica, sulla consapevolezza dell’importanza reciproca di ciò che si era firmato, sulla correttezza nella gestione dei successivi rapporti, come i fatti hanno dimostrato. Al contrario, la sua spregiudicata politica regionale qualifica l’Iran come una controparte inaffidabile, doppiogiochista, falsa. L’ideologia rivoluzionaria fondata sulla supremazia dell’islamismo sciita è tuttora al centro del progetto politico iraniano.

 

E’ questo il vero nodo della questione. Ai tempi di Nixon e Reagan, l’Unione sovietica e la Cina comunista avevano rinunciato all’ideologia come asse portante della loro presenza sullo scenario internazionale a favore di una scelta che le ponesse non più in contrapposizione ma in sintonia con il mainstream internazionale. Al contrario, l’Iran degli ayatollah è l’unica presenza ideologica nel panorama internazionale e il totalitarismo che vi è insito fa di quel paese uno stato inaffidabile da tutti i punti di vista. Ecco perché l’accostamento fatto da Obama tra il suo accordo con l’Iran e gli accordi stipulati da Nixon e Reagan con Mosca e Pechino è uno specchietto per le allodole.

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