Un vermut per Santamaria

Torino è cambiata, la Fiat e gli Agnelli anche. Il commissario di Fruttero & Lucentini ha qualche nostalgia. Anna Carla mi riferiva di una singolare attitudine della città, in apparenza ritrosa, in realtà pronta a captare il male e a diffonderlo.
Un vermut per Santamaria

Marcello Mastroianni, il commissario Santamaria nel film di Luigi Comencini “La donna della domenica” (1975), tratto dall’omonimo romanzo pubblicato tre anni prima

Incontro Santamaria in un ristorante fuori Torino, in collina. Speriamo che l’amministrazione non faccia storie con la ricevuta del taxi, perché non saranno due lire. Sarebbero euro, ma come tutti gli italiani quando devo esprimere ristrettezze economiche continuo a fare riferimento al vecchio conio. Il viale di ippocastani che conduce alla villa settecentesca convertita in ristorante di charme è degno di una residenza reale. Chissà perché mi ha dato appuntamento qui? E’ più un posto da acchiappo che da colazione di lavoro e mi sembra di conoscerlo. Bah, vai a capire cosa passa per la testa dei tutori dell’ordine. I quattro platani giganteschi che fronteggiano il corpo centrale della villa proiettano un’ombra refrigerante su una dozzina di tavoli. Oltre una siepe intravedo una scelta selezione di Audi, Porsche, Jaguar, Bmw. Come una sorta di vanitas in un dipinto barocco, c’è anche una 127 d’antan color aragosta, ancorché Special: particolare non trascurabile nell’educazione sentimentale di più di una generazione, giacché dotata, a differenza del modello standard, di sedili reclinabili. A uno dei tavoli con vista sulla città sottostante identifico subito il commissario. E’ un bel tipo tra i quaranta e i cinquanta, alto, capelli scuri appena screziati di bianco sulle tempie; il vestito chiaro denuncia un vago taglio estivo-ministeriale. Si alza e mi stringe la mano con vigore.
“Me la immaginavo diverso”. Mi dice.

 

E come? Con l’abito stazzonato e il cartellino press infilato nel nastro del cappello?

 

“Una cosa del genere. Cosa ci vuole fare, fa più vittime la cattiva letteratura della mafia…”.

 

Del resto, anch’io la immaginavo diverso. La facevo più…

“… vecchio?”.
Be’…

 

“Lo so, lo so. E’ uno dei vantaggi di essere un personaggio letterario: restiamo esattamente come eravamo nei romanzi. Intorno il mondo può stravolgersi ma noi restiamo immutabili”.

 

Be’, allora chi meglio di lei, che è il protagonista della “Donna della domenica”, per notare le differenze tra la Torino degli anni Settanta e quella del dopo Fiat?

 

“Temo che nel mio caso valga quello che diceva Plinio: Ne supra crepidam sutor iudicaret”.

 

Mi dispiace, ma col latino ho sempre avuto qualche problema.

 

(Santamaria annega l’imbarazzo nel prosecco di non smagliante qualità che il cameriere, ieratico come un cardinale, gli ha versato in attesa di portarci la carta).

 

“Volevo dire che non sono sicuro di essere il più adatto a trattare l’argomento: io sono solo un immigrato dalla Sicilia”.
Sicuramente lo è più di me che sono immigrato a Roma da Milano: più si viene da lontano, più le cose saltano all’occhio.
“Certo, molte cose sono cambiate, ma altre non cambieranno mai”. (Con un gesto eloquente indica gli altri tavoli affollati da un drappello di torinesi medium-upper class. E improvvisamente mi spiego il déjà-vu).

 

Credo di aver realizzato solo ora che questo è il ristorante dove ha pranzato con Jacqueline Bisset, voglio dire con Anna Carla Dosio, mentre stava decidendo se incriminarla o portasela a letto.

 

“Senza offesa, ammetterà che quella volta m’è andata meglio”.

 

Ne convengo.

 

“Be’, se si ricorda il libro…”.

 

L’ho appena riletto.

 

“Ecco, allora ricorderà che c’è un punto in cui Anna Carla mi riferiva di una singolare attitudine di Torino che è una città solo apparentemente ritrosa, mentre in realtà è la più pronta a captare il male e a diffonderlo in ogni dove: i consigli di fabbrica, il cinema, la radio, la televisione, gli intellettuali di sinistra, il cioccolatino di lusso, il libro Cuore, l’opposizione extraparlamentare. Be’, mutatis mutandis… oh, mi perdoni il latino…”.

 

Fin qui ci arrivo.

 

“Direi che qualcosa di simile è accaduto con la Fiat, ora FCA, una società per azioni di diritto olandese, una Naamloze Vennootschap, con sede legale ad Amsterdam e fiscale a Londra e con una parte del corpo in Italia e l’altra in America. Quando si dice una vocazione…”.

 

Quindi lei identifica il male con la Fiat? Non me l’aspettavo da un tutore dell’ordine.

 

“Non mi faccia dire cose che non ho detto. Mi limitavo a notare il persistere di questo impulso a oltrepassare l’orizzonte sabaudo. Che poi è un tratto di fondo del carattere della città, perennemente diviso tra il desiderio di spingersi in avanti e la tentazione di voltarsi indietro”.

 

Deformazione professionale: cercavo un titolo a effetto. Ma mi dica, cos’è cambiato a Torino dopo la dipartita della Fiat?
“Prima di tutto cominciamo col dire che la Fiat da Torino non se n’è mai andata davvero. E’ ancora qui, sotto gli occhi di tutti. A Londra si saranno spostate sì e no duecento persone. Quel che è certo è che non è più una presenza totalizzante come una volta. Diciamo che quella della Fiat è una dissolvenza lentissima di cui Londra è solo l’ultimo fotogramma, ma secondo me il primo grande cambiamento dell’immagine di Torino l’ha segnato la fine dell’Einaudi”.

 

Cioè?

 

“Vede, a Torino c’erano due poli, quello intellettuale e quello industriale: Einaudi e Fiat. Poi c’era anche l’ala Bobbio e derivati, ma lasciamola da parte. Due mondi, anzi due galassie che coesistevano nella stessa porzione spazio-temporale senza incontrarsi. O perlomeno molto poco. Ciascuno dei due regni aveva un monarca che non nutriva una gran simpatia per il collega, anche se lo rispettava, come Carlo V rispettava Francesco I. O, per volare basso, come Coppi e Bartali”.
Come Diabolik e Ginko!

 

(Santamaria mi guarda stringendo gli occhi. Credo stia cercando di capire se sta perdendo tempo con me. Per ora decide di farmi ancora credito).

 

“I due non si amavano e Giulio Einaudi si vantava di non essere mai stato invitato dagli Agnelli. Peraltro quando l’editore ci lasciò, l’Avvocato non fece mancare una visita alla camera ardente: noblesse oblige”.

 

Ogni regnante che si rispetti ha la propria corte. Lei che è stato contemporaneo di entrambe, me ne vuole parlare?

 

“In realtà le ho frequentate assai poco. La corte Fiat l’ho frequentata solo in occasione dell’inchiesta raccontata in ‘A che punto è la notte’, nel 1979. La corte Einaudi era molto esclusiva: gli intellettuali che ne facevano parte si frequentavano fra di loro e conducevano una sorta di vita comunitaria appartata dal resto della città – addirittura erano andati ad abitare vicini – e, soprattutto, appartata dal mondo industriale, dove l’unica realtà visibile, anche se non era la sola esistente, era la Fiat: una sorta di monocultura che permeava l’anima della città, mettendone in ombra ogni altro aspetto. Ovviamente da fuori era l’industria a colpire l’occhio. Soprattutto perché oltre all’esercito di operai, aveva quel formidabile ambasciatore che era l’Avvocato. Le sue stravaganze e il suo imperversare tra Cortina, Saint-Tropez e Saint-Moritz erano pane per l’immaginario popolare. Del resto, gli Agnelli sono stati la nostra vera famiglia reale – tanto più che quella legittima non ha mai brillato – un po’ come i Kennedy per gli americani. La differenza, però, è che gli Agnelli erano totalmente polarizzati da Gianni, i collaterali essendo poco più che succedanei: come il lompo col Beluga. I Kennedy, invece, erano un clan. E anche nell’uscita di scena hanno dimostrato ben altra classe: vuole mettere farsi sparare da un killer? Sono cliché, d’accordo, ma hanno un loro senso”.
Possiamo dire, allora, che la borghesia torinese con la scomparsa dell’Avvocato ha perso la sua aura? Se non mi sbaglio era Benjamin che parlava della perdita dell’aura, anche se lui si riferiva alle opere d’arte.

 

“Guardi, le confesso che l’estetica tedesca non rientra tra le mie letture preferite, ma forse sì, si potrebbe dire così. Anche se non è detto che sia un male. Certo il bianco e nero della Juventus si è sbiadito tra scandali e nanismi che forse non sarebbero mai accaduti ai tempi. O che almeno non sarebbero mai assurti all’infamia delle cronache”.

 

“La proverbiale riservatezza con la stampa della famiglia?”.

 

“O forse solo un po’ più di aplomb. In ogni caso, ora che la Fiat si è trasferita – anche se in realtà qui restano un paio di stabilimenti, qualche migliaio di operai e una manciata di eredi – Torino ha la grande opportunità di aprirsi davvero all’Europa. E una cosa che è diventata possibile da tempo, con la perdita di quella austerità e di quella durezza che aveva la città ai tempi del mio libro. Ora ha un aspetto molto più gentile, meno introverso e meno ostile nei confronti di chi viene da fuori: ci ha messo una cinquantina d’anni ad accettare i napuli come me, ma ora ce l’ha fatta. E una delle cose che hanno reso possibile questa operazione di chirurgia estetico-etico-civica è stata la sua relazione con Milano. Con il Frecciarossa delle otto ci vuole un’ora e ci si ritrova tutti là sopra, come una grande famiglia transumante. Ormai è praticamente una sola grande metropoli: MITO, un po’ mitica e un po’ reale. E questo afflusso di aria nuova ha tolto la polvere agli antichi caffè, perlomeno a quelli che restano. Qualche tempo fa mi hanno perfino chiuso Platti, che ora ha riaperto ma è tutta un’altra roba. Nel vecchio Platti tre o quattro anni fa è accaduto un episodio che la dice lunga su come questa città oscilli tra internazionalità e provincialismo. Una bella signora, francese, oltre la mezz’età, si siede, ordina un caffè, poi va in bagno e si spara: non si è mai saputo perché. La cosa significativa è che la conduttrice del locale si guarda bene dal chiudere, ma copre il corpo con una tovaglia, in attesa che venga rimosso. Scandalo sulle cronache locali dove si stigmatizza l’aridità. E lei, candidamente, replica dicendo che erano pieni di turisti e mica li poteva cacciare. Se ci si dovesse fermare ogni volta che qualcuno si ammazza, non la si finirebbe più. A Milano forse questa cosa non sarebbe mai accaduta; anche se là li ho sentiti lamentarsi perché qualcuno aveva scelto proprio l’ora di punta per buttarsi sotto il metrò, anzi, la metro. Sono città così: poche pippe e lavorare. Non per niente a Milano è dai tempi degli Absburgo che hanno il catasto. Sono molecole di europeismo che si respirano nell’aria della Triennale, nelle boutique di via della Spiga, ma anche nella disinvoltura con cui dividono la spazzatura in quattro bidoni diversi. Chissà, forse fra qualche secolo anche da voi a Roma”.

 

Vabbe’, lasciamo stare Roma. Un qualche sociologo ha detto che la riduzione del carattere operaio e industriale di Torino rischia di lasciare spazio a una sempre più invasiva mucillagine del terziario. Lei come la vede?

 

“Non la vedrei così nera: ridimensionando la Fiat si è abbassato il contrasto e ora si possono percepire un sacco di altre realtà che prima non si notavano tanto”.

 

Mi sa che ha ragione. Pensi che qui c’è un’azienda biotech il cui proprietario, il signor Denegri, è il più ricco di Torino ed è inserito in una di quelle classifiche di Fortune o di Forbes, non mi ricordo, con un patrimonio di più di un miliardo di euro. E non se ne parla mai, salvo forse in qualche pagine economica.

 

“Per tacere dell’offerta culturale sovrabbondante, quasi esagerata, dapprima sostenuta dal pubblico e ora anche dai privati; e la scena artistica è vivacissima… Insomma, non c’è mai nulla di tutto bianco o tutto nero, è sempre una sinfonia di grigi. Ma qui i discorsi si stanno facendo un po’ troppo spessi: sono solo un umile funzionario di polizia”.

 

Non si nasconda dietro un dito, Santamaria. Lo sappiamo che dietro la sua discrezione c’è una mente che osserva, cataloga e giudica.

 

“Veramente giudicare è compito della magistratura, al massimo io arresto”.

 

Come vuole. Però mi dica ancora qualcosa di pop, qualcosa di bieco come l’orologio sul polsino… devo pur scrivere un titolo.
“Giusto perché mi ci tira per i capelli, oggi l’unico degli Agnelli che ha ancora qualche traccia della creatività del nonno è Lapo; purtroppo è una creatività confinata in un ambito vagamente circense. E anche su di lui i torinesi si dividono: i conservatori lo detestano, perché pensano che se non avesse quella famiglia alle spalle sarebbe un disadattato, i progressisti, invece, lo trovano simpatico perché – anche se è un po’ strano – sa godersi la vita e delle idee ce le ha. Ma si ricorda l’immagine della Fiat di un po’ di anni fa? Sembrava la réclame della pellagra. Non che sia tutto merito suo il rilancio, certo che no, ma qualcosa sì”.

 

Senta, abbandoniamo i grandi sistemi agnellologici e occupiamoci dei dettagli: cosa mi dice di quello che sosteneva Massimo Campi nel vostro libro, per esempio, sulle vacanze? E’ vero che in estate il buon borghese non va da nessuna parte e resta chiuso nella villotta del Monferrato?

 

[**Video_box_2**]“Il dottor Campi aveva ragionissima”.

 

Non era dottore, se non ricordo male.

 

“Ah, già… la naturale deferenza del potere nei confronti delle classi dominanti. Comunque il signor Campi era all’avanguardia fin da allora. Oggi le Maldive sono piene di segretarie e impiegati della pubblica amministrazione; i trekking sull’Himalaya li fanno quasi solo gli artigiani del canavese e nelle isole greche si mangia l’amatriciana. I ricchi se ne stanno tappati in casa nelle loro villotte, magari non più del Monferrato, che ormai se lo sono comprato tutto gli svedesi e i nordeuropei, ma magari al Sestrière o a Cogne. E ne escono tutt’al più per andare all’osteria a fare una partita a bocce, che in certe zone del Piemonte, in una botta di internazionalità, diventano la pétanque, che il francese fa sempre fino. Oppure vanno lontanissimo, in Polinesia o a Saint-Barth, dove i Last Minute non arrivano”.

 

Commisario, io resterei a parlare con lei per ore, ma temo che non mi diano più di quindicimila battute. Per concludere, mi dica, se uno si fosse ibernato dopo aver letto il suo libro e si fosse risvegliato solo oggi, quali differenze gli salterebbero agli occhi? Anche superficiali, non pretendo un’analisi.

 

“Mah, non saprei… Una volta i borghesi non correvano. Se non circolavano in auto, camminavano e al Valentino in braghe corte non si sarebbero fatti vedere nemmeno sotto minaccia armata. Oggi c’è un traffico di podisti… Si giocava a tennis; oggi i figli della classe dirigente giocano a golf. Allora i meridionali erano i napuli, oggi sono torinesi tout court. Il centro era il regno del malaffare, oggi lo è dei locali e della gentrificazione. In collina sono rimasti sono gli ultraricchi. Il vermut non lo beve più nessuno, ora si portano molto le bollicine, come queste: anche un po’ scarsine, vero?”.

 

Convengo.

 

“Una volta la borghesia tifava Toro, oggi lo fanno più che altro scrittori e intellettuali. E infatti il Toro non vince mai. Le signore andavano dalla pettinatrice, anzi dalla petnoira, e il colore di moda era il biondo Marella; oggi vanno dall’hair stylist… cose così…”.

 

A questo punto, finalmente il maître ci porta la carta e possiamo ordinare. Santamaria si piega verso di me e mi sussurra: “Ma, senta, che cos’è questo finger ball?”.

 

Acqua e limone per sciacquarsi le dita. Ma che fa, commissario, mi si confonde di libro? Il finger ball viene diritto dalle pagine di Fantozzi.

 

“Oh, pardòn!”.

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