Il mondo di Trump

Si contraddice, insulta le donne, è privo di talento politico. Ma ha un suo pubblico orante. E’ un’America antica cresciuta a vaudeville, semplicità e battute da birra con gli amici.
Il mondo di Trump

Donald Trump, 69 anni, è candidato alle primarie del Partito repubblicano per le presidenziali negli Stati Uniti del prossimo anno

Uno che non si prende sul serio deve essere preso sul serio dagli altri? Si possono prendere alla lettera gli scherzi del giullare, le iperboli del buffone? E’ un errore di prospettiva dare credito alle battute del comico quando si muove nel terreno delle cose serie? Sono domande oziose, ma quando si parla di Donald Trump l’ozio è attività essenziale, questione dirimente, il cazzeggio e la gravitas presidenziale piovono sul pubblico mischiate, non è sempre facile dire dove finisce uno e inizia l’altra. Trump, e questo fatto è ormai nella colonna delle verità auto-evidenti, non si prende sul serio. Nell’eterno dilemma fra l’esserci e il farci propende per il secondo corno, interpreta e reinterpreta continuamente il ruolo di se stesso senza curarsi del principio di non contraddizione, poiché il suo pubblico pratica la sospensione d’incredulità, il patto necessario per poter digerire il polpettone di incongruenze che ogni giorno propina. Magari cavandone pure due grasse e crasse risate. E’ significativo che Trump sia approdato alla visione del “Real Donald Trump”, una definizione che lascia intendere una serie di Trump fittizi che lo precedono, una teoria di fake destinata a rigenerarsi e ad annullare tutti quelli che lo hanno preceduto, forse pure quelli che verranno. Chi è il vero Donald Trump? Il progressista o il conservatore? Il tifoso della riforma sanitaria o il liberista senza scrupoli?

 

L’immobiliarista favolosamente ricco e sgargiante o il bancarottiere di Atlantic City? Il tamarro o il candidato presidenziale? Quello che insulta le donne con battute da caserma sul ciclo mestruale o il gran corteggiatore che concede loro vite sibaritiche al suo fianco? La vera domanda è se l’uomo che sta domando l’intero circo elettorale sia soltanto un’eccentrica eccezione a cui dare ragione, come si fa con i matti, oppure l’esponente di un genere letterario, un autore incluso in un canone tipicamente americano, con origini rintracciabili e perfino colte, se così si può dire. Ai fini elettorali la risposta è irrilevante. Trump non ha alcun talento politico, ma per inquadrare il trumpismo e il suo popolo orante (sì, un popolo orante esiste, che lo si chiami bue o meno) è distinzione fondamentale, ineludibile, pena la frettolosa cacciata di questo antieroe da farsa fuori dalla costituzione materiale degli Stati Uniti. Che, come si sa, è il risultato di una stratificazione di elementi spuri, e un carotaggio può svelare che da qualche parte fra le falde c’è pure il riporto improbabile del più pacchiano disturbatore del mondo libero. Ogni forma democratica ha il suo populismo e le sue sciocchezze sul voto di protesta e la pancia dell’elettorato. Talvolta sono soltanto flatulenze involontarie, gas di scarico dei processi elettorali o idiosincrasie di mitomani isolati. In altri casi, invece, sono il sottoprodotto nascosto di una cultura o di una sottocultura. Le fandonie rimangono tali anche se le dice un professore di Harvard, ma c’è una certa differenza fra la fandonia originale e quella ereditata, culturale, che si ripropone continuamente perché è integrata nelle strutture più profonde di un popolo o di un paese. L’ipotesi in questione è che le scemenze di Trump siano di quest’ultimo tipo, cosa che farebbe del candidato una figura dello spirito americano, ammesso che in tale contesto sia lecito scomodare Hegel.

 

L’America è fondata su Benjamin Franklin ma anche su Benjamin Franklin Keith, il padre del vaudeville americano, un impresario dell’intrattenimento che ha conquistato l’immaginario della classe media americana a forza di battute becere – per gli standard dei primi del Novecento, si capisce – spettacoli circensi, scenografie eccessivamente luccicanti, roba che faceva inorridire l’establishment europeizzante e faceva impazzire tutti gli altri. Erano forme d’arte popolari che non ambivano a edificare il pubblico né a farlo riflettere ma a intrattenere un paese che una volta finito il turno non aveva molto da fare. Per intrattenere bisognava cambiare continuamente: scenografie, battute, numeri, ogni dettaglio era perennemente stravolto e deformato in questi spettacoli itineranti. Il grande attore di vaudeville non era quello che produceva le battute e i giochi di parole più arguti, ma quello che aveva un repertorio di gag talmente vasto da potersi adattare ogni volta al pubblico che aveva davanti, assecondando l’umore della serata o sintonizzandosi sui canoni specifici del vernacolo locale. Non era, come si dice oggi, una narrazione, ma lo scontro continuo fra atomi di comicità. L’umorismo vaudevilliano doveva essere abbastanza elementare da poter funzionare nelle periferie più isolate, troppa sofisticazione lo avrebbe affossato o rinchiuso dentro un’élite. In un articolo apparso sul magazine Tablet, Leil Leibovitz ha osservato che esiste una comune intuizione all’origine del successo di Trump e di Benjamin Franklin Keith: “Quando è emerso dalle nebbie del Queens ed è approdato a Manhattan e sulla scena nazionale, Trump aveva bisogno di una cifra riconoscibile. E’ stato allora che ha avuto un’importante intuizione, forse quella fondamentale della sua carriera. Di tutti i settori dell’industria americana quello dell’intrattenimento era l’unico davvero in linea con il naturale ritmo della nazione. La politica, il business e tutto il resto lo rincorrevano”. Si può tracciare perfino un parallelo estetico fra il Bijou, il primo teatro di Franklin Keith a Boston nonché il primo in America a essere illuminato con la corrente elettrica, e lo stile trionfalmente kitsch che Trump esige negli ingressi dei suoi palazzi. L’idea del comico era che lo spettatore dovesse essere investito dallo spettacolo fin dal primo momento in cui entrava in sala, i giochi di luce e gli addobbi opulenti erano uno show a sé, non c’era soluzione di continuità fra l’allestimento e il momento della recitazione. Non era forse l’inizio del reality show, dove anche la parte in cui il protagonista si cucina due uova strapazzate è parte dello spettacolo?

 

Gli impresari musicali degli anni Cinquanta ragionavano secondo una logica simile quando dovevano lanciare una nuova star, e Berry Gordy, il leggendario fondatore di Motown, s’è inventato la grande macchina dell’“artist development”, un metodo di preparazione totale degli artisti, che venivano allenati per ballare, cantare, stare sul palco, recitare, cambiarsi d’abito, improvvisare, unione magica di discipline che fino a quel momento erano state insegnate separatamente. Sono piccole rivoluzioni che hanno segnato profondamente il senso degli americani per lo spettacolo, il modo di concepire l’intrattenimento in tutte le sue forme, da Broadway a Hollywood. A Las Vegas il bombardamento costante di immagini e musica inizia al ritiro bagagli dell’aeroporto e finisce al gate che riporta a casa i visitatori. E’ un fenomeno incessante, sempre diverso eppure con una scansione invariabile e perfettamente prevedibile. Il circo Trump è sempre aperto, lo show non si ferma mai, oggi c’è in cartellone una polemica misogina, domani chissà.

 

Camille Paglia, che della cultura popolare americana ne sa qualcosa, mette il candidato presidenziale nell’alveo della tradizione comica americana: “Parla nel grandioso modo dei populisti, con inflessioni gergali e vernacolari. Fa le battute come un comico professionista, e per me è anche più divertente di Jon Stewart”. La critica lo riallaccia al fenomeno de comici di strada degli anni Sessanta, che univano all’improvvisazione vaudevilliana un tratto caustico e volgare: “Trump ha esattamente quello spirito. E’ più comico della maggior parte dei comici professionisti in questo momento, perché la nostra terribile epoca è quella dei comici che fanno soltanto battute accuratamente preparate e seriali”, mentre il ciuffo più noto d’America è un maestro d’improvvisazione. Lenny Bruce è il punto di riferimento della scuola comica a cui Paglia si riferisce, e non è certo diventato famoso per il suo humour britannico. Molte delle sue battute più famose potrebbero tranquillamente essere messe in bocca a Trump: “Se Gesù fosse stato ucciso vent’anni fa, gli alunni delle scuole cattoliche porterebbero al collo piccole sedie elettriche al posto delle croci”. La battuta di Trump su John McCain – ha detto che non è un eroe di guerra perché gli eroi non si fanno catturare dal nemico – ha colmato giustamente di sdegno la società civile, ma era ben riuscita. Talmente ben riuscita che Trump l’aveva copiata da Al Franken, e pure Chris Rock ne aveva fatta una di simile tenore. Guarda caso due comici che pescano nella tradizione americana dell’umorismo più dissacrante.

 

Se il candidato odierno cerca, come si dice fino alla nausea, lo storytelling, Trump non ha alcuna storia da raccontare. Non c’è plot né una progressione narrativa coerente nel suo racconto, non c’è intreccio né epilogo possibile, sono schegge taglienti che bucano gli schermi per il tempo di una battuta soltanto, secondo un ritmo serrato che è proprio della pubblicità. Nei corsi di marketing di tutto il mondo si studiano le campagne commerciali dei grandi brand americani, prodotti sofisticati che fanno scuola, ma Trump è un prodotto che sembra uscito dal mondo sotterraneo delle televisioni locali, giganteschi serbatoi di provincialismo “cheesy”, come dicono gli americani, che fanno sembrare le nostre emittenti locali cose serie e accettabili. Gli slogan paludati, le voci che sembrano caricature dei dj degli anni Ottanta, i vestiti improbabili, la patinatura da telenovela messicana, gli effetti speciali fatti con tecnologie del 1998, ovvietà vendute come slogan efficacissimi. E’ una sottocultura che non si vede fuori dai confini, ma esiste ed è dominante in vaste parti dell’America, proprio quelle in cui cresce il popolo di Trump. I sondaggi in crescita non danno alcuna indicazione politica, ma sono un termometro culturale che segna la capacità di penetrazione di Trump presso il suo mondo. E la sua capacità di penetrazione è piuttosto alta, perché quello è l’humus in cui il trumpismo è cresciuto. Dietro ai blockbuster iperlavorati di Hollywood, va in onda nel resto d’America a ciclo continuo un enorme b-movie di cui Trump potrebbe essere il protagonista. Qualcuno ha detto che lui è Las Vegas, Hollywood e Venice Beach arrotolate e messe in forma di personaggio. Ma è molto di più (o di meno) di questo. E’ l’eccitazione fuori moda di Atlantic City, è la rabbia antielitaria del Texas, è la rivincita dei redneck, la speranza di chi vuole il sogno americano ma condito con un po’ d’intrattenimento a basso costo.

 

Il rituale della cultura civile americana è intriso di momenti in cui la cultura alta e quella bassa si abbracciano, confondendosi. La festa suprema del 4 luglio è in teoria il momento scintillante in cui il genio della nazione si libera dalle pastoie oppressive del suo passato coloniale, ma nella prassi è di solito una grigliata in infradito con gli hamburger surgelati e lo zio ubriaco che fa battute sconvenienti. L’America è anche e soprattutto un fenomeno di cultura popolare insulare, di difficile esportazione. E’ lo shopping notturno del Black Friday, il Mardi Gras di New Orleans dove si mostrano le tette in cambio delle collane di plastica, è lo spring break alcolico a Lake Taho, è la county fair con il rodeo, il freak show di Coney Island, è la patria dei bar dove “friggono tutto tranne i cocktail”, per citare una battuta del film “City Island”. Se passate una settimana nei salotti dell’Upper West Side a mangiare mozzarelle di Eataly, Trump vi apparirà come uno scherzo della natura. Ma se passate una settimana sulle rive di Lake Powell con padri di famiglia che sparano patate con un bazooka fatto in casa mentre i figli li riprendono per mettere i video su YouTube, Trump non sembrerà poi così lontano. Il pensiero non detto di chi fa la faccia schifata di fronte alla sua ascesa è che, fatta eccezione per alcune città liberal e civilizzate, il resto dell’America sia popolato fondamentalmente da beoti che hanno una scossa nel vedere un pasticheur che villaneggia chiunque. Anche Pindaro però veniva della Beozia, e beota proprio non era, checché ne pensassero quegli snob degli ateniesi.

 

[**Video_box_2**]Un ultimo elemento che fa di Trump un figuro politicamente inservibile ma inserito in una tradizione perimetrabile è l’anti-intellettualismo, una forma allergica verso il sapere astratto e concettuale che ha preso gli Stati Uniti molto prima che il grande Richard Hofstadter ne fissasse i tratti nel saggio “Anti-Intellectualism in American Life”, del 1963. L’anti-intellettualismo viene fuori nel modo sprezzante con cui Trump propina le sue iperboli, dal muro al confine con il Messico (ma i messicani “buoni” saranno fatti magicamente rientrare) al fatto che i politici sono stupidi perché perdono le sfide con la Cina mentre lui vince tutte le volte (“tutte le volte!”). La semplificazione esagerata, la boutade da birra con gli amici, è la regola dell’anti-intellettuale, ogni tentativo di affrontare la complessità è roba per intellettuali, i nemici del popolo. Per una parte del mondo conservatore la parola intellettuale è ancora impronunciabile, ché per decenni è stata un’esclusiva lasciata volentieri al pensiero progressista. E’ una concezione che ha radici nel moralismo puritano, che metteva in guardia dai vizi diabolici portati dalla conoscenza, e un paio di decenni dopo lo sbarco della Mayflower, John Cotton scriveva: “Più istruito e arguto sei, più sarai adatto ad agire per conto di Satana”. Da questa tradizione hanno attinto (con vari gradi di moderazione) molti presidenti. Richard Nixon disprezzava apertamente gli intellettuali per conquistarsi le simpatie della “silent majority” americana, che di intellettuale non aveva nulla. Ronald Reagan era fiero di essere venuto fuori da Hollywood e non da Harvard, e pure Bill Clinton, che invece aveva il pedigree in regola, ha annacquato pubblicamente la propria capacità concettuale per dare spazio all’immagine dell’uomo dell’Arkansas che mangia costine e suona il sassofono. Un “everyday american”, direbbe sua moglie. Trump ha portato questi elementi al parossismo, com’è ovvio, ma non ha inventato nulla. Non è uno sciroccato né un monomaniaco o un furbacchione con una strategia di marketing nella manica. E’ il sottoprodotto di una sottocultura “cresciuto con la falsa idea che la democrazia significhi che la mia ignoranza vale quanto la tua conoscenza”, come diceva Isaac Asimov.

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