Cocoricò e i suoi fratelli

Da Londra e Parigi all’America del proibizionismo: i luoghi di perdizione, una storia anche d’altri tempi. Baudelaire aveva scelto l’hotel de Lauzun, una sorta di comune all’ultimo piano di un palazzo, fondandovi il Club des hashishins.
Cocoricò e i suoi fratelli

La fine del proibizionismo negli Stati Uniti. Diana Vreeland ricordava spesso con deliziato terrore i tempi “in cui la gente moriva per essersi bevuta il Listerine a secchiate” e il whisky veniva trac

L’utilità del luogo di perdizione è data innanzitutto dalla sua essenza, il suo essere luogo appunto, con un nome e un indirizzo, il posto delle fragole, il paese dei balocchi o dei sogni psichedelici, a seconda delle inclinazioni. Si sa dove si trova, si può decidere di stare a casa o di andare a vedere che faccia abbia l’omino di burro col visino di melarosa. Rispetto al non luogo, all’ignoto e all’abisso, personale e collettivo, alla stazione con lo spacciatore che ti lancia uno sguardo al di sopra della spalla e ti porta nel bagno per allungarti furtivo il pacchettino concordato a gesti o del rave senza un’ambulanza nel raggio di venti chilometri, del luogo di perdizione con indirizzo e numero civico sono chiari i pericoli, che qualcuno definirebbe tentazioni, e si può scegliere di cedervi in totale autonomia, o anche mal consigliati, o anche non consigliati affatto perché questo sarebbe il compito della famiglia, che evidentemente o non c’è o chatta per conto suo accanto al figlio che prende appuntamento per lo sballo serale su WhatsApp senza neanche accorgersene, e lì raccogliere alternativamente esperienza, conoscenze, materia per narrazioni avventurose con gli amici, articoli, romanzi. Nei casi limite vi si può trovare la perdizione vera e propria, cioè l’annientamento e la morte.

 

Allo scopo, Charles Baudelaire aveva scelto per esempio l’hotel de Lauzun, una sorta di comune all’ultimo piano di un magnifico palazzo dell’Ile Saint-Louis, all’epoca declassatissima e dunque a buon mercato, fondandovi con Théophile Gauthier il Club des hashishins, la definizione vi dirà qualcosa; poteva starci settimane intere senza mettere il naso fuori e senza lavarsi, mentre la madre e il patrigno, un militare austero ed esigentissimo, il generale Aupick, si dannavano per trovargli un lavoro comme il faut. Dall’hotel de Lauzun uscirono le prime poesie dei “Fiori del male”, e Baudelaire con le sue gambe.

 

Dalla discoteca Cocoricò di Riccione, un adolescente che forse non sarebbe mai stato Baudelaire ma chi può dirlo, dopotutto aveva solo sedici anni e da quel luogo di perdizione sono emersi vittoriosi in parecchi, pure Isabella Santacroce che vi faceva la barista, è uscito invece qualche giorno fa in barella ed è morto per overdose di ecstasy, pasticche che si possono trovare ovunque, in discoteca come fra le cabine della spiaggia e non scrivo per sentito dire, ma in discoteca con molta facilità. Sapeva dove andava, ed era proprio lì che voleva andare. Il luogo di perdizione è infatti realtà fisica ma è soprattutto simbolo, simulacro, “lì da vedere”, per cui è perfettamente comprensibile che il questore di Rimini, Maurizio Improta, abbia voluto platealmente mettere i sigilli al Cocoricò di Riccione dopo la morte di quel sedicenne, di cui non ha senso fornire il nome, che forse non avrebbe dovuto trovarsi là e che invece c’era, confuso fra migliaia di altri e di altre, le “ragazzine svelte” descritte dalla Stampa in un reportage brillante e candido, leste a concedere “qualche giochetto” in cambio di venti, trenta euro perché un luogo di perdizione, si sa, non è tale se il peccato che vi si può commettere è uno solo.

 

Al Cocoricò, pur accusato en passant di evasione fiscale, che sarebbe invece un motivo reale e plausibile per ordinarne la chiusura per quattro mesi come invece è stato fatto a scopi innanzitutto educativi e di comunicazione (anche la repressione vive di tentazioni, e questa era irresistibile), non si gioca d’azzardo, non in maniera visibile perlomeno, e non vi si ritrovano invece e certamente logge massoniche. Queste erano invece due delle ragioni per le quali i bellimbusti della Londra di Samuel Pepys frequentavano i Vauxhall Gardens, nati alla metà del XVII secolo come “New spring gardens” sulla riva destra del Tamigi, la riva pessima da sempre, pare costruiti sui terreni della vedova di Guy Fawkes, il cospiratore en titre del Complotto delle Polveri, che da qualche anno a questa parte offre la sua smorfia ghignante alle maschere dei cortei “contro” e a nuova dimostrazione che i luoghi hanno una loro rilevanza, straordinariamente resistente alle usure del tempo. Ai Vauxhall Gardens, persino i personaggi femminili dei romanzi venivano scortati dal maschio di famiglia per accedervi, eventualmente e dopo infinite preghiere, vedi Amelia Sedley di “Vanity Fair” dal pur inutile, corpulento fratello Jos. Vi era infatti il rischio concreto che fossero eccessivamente tentate dai mangiatori di fuoco, dalla “Tenda turca” o, naturalmente e per una ragazza da marito era il rischio peggiore, dagli invitanti boschetti su cui già si dilungavano mister Joseph Addison e sir Richard Steele nel primo decennio del Settecento fra le pagine dello Spectator: “Quando penso alla fragranza dei sentieri e dei padiglioni, con i cori degli uccelli fra gli alberi e la moltitudine di gente allegra che li percorre, non posso fare a meno di paragonarli al paradiso maomettano (…) nulla al mondo rallegra un uomo innamorato più del canto degli usignoli”.

 

Frescura, musica, vino a prezzo accettabile e boschetti accoglienti: sostituite il primo violino della “Rotunda” col dj (all’epoca il direttore d’orchestra era un mestiere inesistente), date per certo che le ragazzine svelte di oggi sono uguali a quelle di allora, caccia al soldo compresa e forse ancora più giovani, aggiungetevi dei tagliaborse di professione e avrete il luogo (adesso si direbbe “location”) ideale per un’incisione di William Hogarth, come in effetti è. Anzi: al British Museum è esposto il suo ticket di ingresso permanente a Vauxhall, per il quale aveva dipinto i soffitti delle sale da ristoro. E’ una medaglietta incisa in oro: “Hogarth in perpetuam Beneficii memoriam”. Per un equivalente contemporaneo al “Cocco”, ingresso in eterno senza prevendita e tutto sommato ottimi artisti anche lì, di cui rendersi conto forse fra qualche anno dicendosi accidenti come ho fatto a perdermi la Fura dels Baus e Hector Zazou, farebbero follie i ragazzini che in questi giorni hanno preso atto con mestizia della temporanea chiusura del luogo di perdizione maximo e si dirigono non verso il campetto di calcio dietro casa, che poi anche lì, ma verso mete di secondo rilievo come il Peter Pan, la storica Baia Imperiale, il Pascià.

 

Qualcuno lamenta che attualmente le discoteche in Italia siano oltre duemila, sebbene nessuna sia famosa come il Cocoricò che era già un luogo di perdizione più di vent’anni fa, quando noi ragazzi della costa tirrenica, Portofino e Forte dei Marmi, pur tentati da quella distesa di corpi coetanei fra i quali e innanzitutto sudare in gruppo, non avremmo mai valicato l’Appennino per una sera perché avevamo sotto casa il Covo di nord est, che era già stato il luogo di perdizione dei nostri genitori, dunque offriva scarso appiglio alle rimostranze e alle raccomandazioni, e che in più ci offriva la possibilità di buttarci o di essere buttati direttamente a mare, casomai avessimo perso la testa che era eventualità molto possibile, con i fiumi di alcol e di coca che giravano, facilissimi da procurarsi, come sempre.

 

[**Video_box_2**]Ogni epoca ha i suoi Vauxhall Gardens e per fortuna, così si sa dove andare e dove farci venire a prendere, eventualmente a schiaffoni. Li ha anche in replica, brandizzati e in comodato d’uso: ne aprì uno, anzi ne inaugurò parecchi Parigi, curiosamente arrivata in seconda battuta sul tema, se si vogliono escludere le gallerie e i giardini del Palais Royal che qualche anno dopo avrebbero attratto il Lucien de Rubempré balzacchiano e che però equivalevano a un lupanare con sottostante spaccio di merci e di alcol e non a un luogo di divertimento anche e parimenti artistico, e cioè provvisto di musica, allestimenti scenografici e spettacoli pirotecnici come i Vauxhall. L’ultimo di una lunga serie, il Vauxhall d’été, aprì nel 1785, quando ormai si preparava il processo per l’Affare della Collana che avrebbe inaspettatamente innescato la Rivoluzione, alienando le residue simpatie del popolo alla regina Maria Antonietta, grande amante di divertimenti e balli pubblici, che frequentava ragionevolmente in maschera, sempre riconosciuta. Già da vent’anni, sulle rive della Senna, si moltiplicavano però le imprese del divertimento e relativi impresari, non di rado italiani. Nel 1764 avevano aperto Ruggieri, ai Porcherons, e Torré, per volontà dell’artificiere Giovanni Battista Torre; nel 1771 era seguito il Colisée, agli Champs Elysées; quindi, i famosissimi Ranelagh, al Bois de Boulogne, già e anche tuttora noto per le partouze en plein air (sul tema, rileggersi “La vie sexuelle de Catherine M.”, anno di pubblicazione 2001); poi, nel 1781, la Redoute chinoise e via e via altri, anche in anni rivoluzionari e di Terrore, perché lo spettacolo della ghigliottina non ne esclude altri, semmai ne eccita la richiesta. Dalle stampe e dai racconti, pare fossero luoghi piacevolissimi, soprattutto puliti e tenuti con cura, in città che, fra lordure gettate nei rigagnoli, strade sterrate e disseminate di buche profonde, dovevano assomigliare alla Roma del sindaco Marino di oggi. Darsi alla pazza gioia in questi giardini di Allah era il minimo, e le vergini disposte al sacrificio pare proprio non mancassero. Il luogo di perdizione possiede infatti una propria fisionomia, solitamente seduttiva come il Paese dei Balocchi appunto, ma talvolta persino una cantina può supplire allo scopo: nessun night per esempio ha mai posseduto il fascino degli speakeasy durante il Proibizionismo, con le signore in lungo ansiose di finire in una retata della polizia e forse in una sparatoria che avrebbe macchiato irrimediabilmente il loro abito da sera rendendolo finalmente degno di essere indossato. Diana Vreeland ricordava spesso con deliziato terrore i tempi “in cui la gente moriva per essersi bevuta il Listerine a secchiate” e il whisky veniva tracannato nelle tazze da consommé che traballavano sui tavoli al ritmo dell’orchestra jazz. Ricordava in particolare la notte in cui venne costretta a risalire “in perfetto silenzio” una scala disseminata di gangster appena crivellati di colpi dalla polizia, macchiandosi appunto gli scarpini di raso bianco di sangue. Come si sa, il colossale giro d’affari attorno all’alcol proibito venne meno con la caduta del divieto e anche questo, come il Club des hashishins, dovrebbe suggerire qualcosa, oltre alla necessità di informare i ragazzi che, anche se non si crepa, la sostituzione del fegato è impresa ardua, e l’udito travolto dai decibel non si sostituisce se non estendendolo con una protesi da nonnino che non è particolarmente fica. E’ eccessivo aspettarsi che lo facciano i gestori dei locali, che pure non dovrebbero consentire l’accesso ai minorenni perché poi strappare loro di mano la vodka diventa impossibile, ma è anche eccessivo sostenere che gli arredi siano pensati per il tipo di stupefacente che vi si consuma: ho visto circolare coca anche in luoghi dalle pareti e dai tavoli scuri o provvisti di orribili divanetti a fiori, a dispetto di quello che sosteneva sul Corriere della Sera qualche anno fa il progettista di locali notturni Beppe Riboli, e pochi giorni fa un’amica lamentava sotto choc di aver beccato nella tasca del figlio tornato dalla prestigiosa scuola di vela in Toscana, ufficialmente severissima e tutto un gran ramazzare e pulire insalata e rifare i letti e tirare i bordi dalla mattina alla sera, un discreto pacchetto di cartine per il fumo. Usate quanto, non si sa; di certo, distrutte fra punizioni e ramanzine a raffica.

 

Io, lo confesso dopo tanti anni, sono stata più subdola: un’estate, di fronte all’impossibilità di impedire a mia figlia di frequentare il Raja di Panarea, da cui ogni notte uscivano ragazzini a frotte per vomitare sui ciottoli della spiaggia e uno, figlio di un noto banchiere, venne salvato a stento da un intervento alla “Pulp Fiction” del medico di guardia dell’isola, venni a patti col direttore, che durante l’inverno lavorava come dipendente di una delle più grandi agenzie di pubblicità italiane. Mostrai, con sfoggio di orgoglio materno, la foto della mia bambina, allora appena maggiorenne, vantando fra mille sorrisi cordiali e molti dettagli la lunga amicizia con l’amministratore delegato. Lasciai anche il mio numero di telefono, in caso. Una privilegiatissima stronza, d’accordo. Ma mia figlia si domanda tuttora perché, per tutta l’estate, le venne servita solo ed esclusivamente acqua minerale.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi