Storia della bomba sexy

Un libro ripercorre il viaggio da Cleopatra ad Angelina Jolie e traccia il filo rosso che lega la maliarda “consapevole” di oggi alla sua bisnonna suffragetta. Come si è arrivati dalle pin-up che sorridevano da un manifesto ai ragazzi che si arruolavano alle dive imprenditrici di se stesse?
Storia della bomba sexy

Le pin-up di Gil Elvgren, pittore e illustratore nato nel Minnesota nel 1914, sono tra le più famose bombe sexy ad uso soprattutto della pubblicità

Che cosa unisce l’umorismo cinico di Mae West alle battaglie delle suffragette, l’unguento con cui si faceva bella Cleopatra all’enigma dello sguardo di Marilyn Monroe, il bikini di Brigitte Bardot all’ultimo guardaroba della Barbie, il poster della pin-up che invita i ragazzi al fronte alla mirabolante macchina-gabbia anni Trenta in cui le signore imbrigliavano il viso per capire se aveva proporzioni perfette? Sono tutte tappe del viaggio verso la moderna forma e natura della “bomba sexy”, un viaggio di evoluzione ma anche di involuzione, seppure probabilmente non irreversibile. E’ la tesi di Valeria Arnaldi nel saggio omonimo (“Bomba sexy-storia e mito della femminilità a cavallo del millennio”, ed. Ultra), un’analisi anche fotografica di come la donna – nel gioco di specchi, potere e seduzione con l’uomo, ma anche nel rapporto con se stessa – sia arrivata a un certo punto a girare a suo favore, facendone strumento di controllo e auto-affermazione, quella capacità di catturare sguardi che era stata l’arma spuntata e a doppio taglio nei secoli in cui si era dovuta adeguare a essere “sesso debole”. C’è stato cioè un momento in cui la consapevolezza, scrive Arnaldi, ha trasformato la pin-up in “bomba sexy”, e in cui la bellezza è diventata gioco, affermazione di sé, autogestione, subito prima  e subito dopo le battaglie femministe anni Settanta, in cui farsi un po’ “strega” era sembrato modello vincente. Ed è uno strano femminismo rovesciato, quello che traspare dalle foto di scena, dal set e dalle pubblicità che compaiono in “Bomba sexy”: siamo sicuri, si domanda l’autrice, che la tanto vituperata bambola Barbie, considerata dalle madri post-sessantottine una specie di veicolo di indottrinamento retrogrado, non sia invece testimonianza di un percorso anche positivo di affrancamento dall’immagine della donna casa-famiglia-cucina? Barbie, infatti, per quanto sicuramente poco simile alle “compagne” del gruppo di autocoscienza, e per quanto fisicamente stereotipata secondo canoni prima da rivista poi da passerella, vive da eterna ragazza, tra amiche ragazze, con il solito fidanzato Ken che diventa quasi un “accessorio” (quasi fosse una borsa o un paio di scarpe). E anche se il mondo di Barbie, come cantavano gli Aqua in “Barbie girl”, è un “mondo di plastica”, lei non ne è succube. E’ protagonista, regista, attrice, nonostante le casette rosa stucchevoli in cui vive e le macchine da ricca e i piedi fatti apposta per il tacco a spillo (recentemente ridisegnati nella variante per ballerine).

 

E se i radical-chic hanno odiato la Barbie almeno quanto i censori del “diritto al nudo” hanno odiato Playboy, nel libro di Arnaldi è proprio il fondatore di Playboy, Hugh Hefner, a essere “riabilitato” come figura non nemica delle donne, anzi, negli anni Cinquanta in cui ci si comincia a spogliare “non per fame”, scrive l’autrice alludendo alle prime foto di una giovanissima e non abbiente Marilyn, ingannata da un fotografo ricattatore, ma “per fama”: per sottolineare cioè con l’immagine senza veli, come poi sarà per le attrici e le cantanti consacrate da un paginone centrale su Playboy, in anni più recenti, l’avvenuto passaggio a un ruolo di potere nello star-system. Ma lungo la strada che porta alla trasformazione della pin-up in “bomba sexy”, con recupero anche inconsapevole dei modelli di “bombe sexy” dell’arte, della storia, della letteratura, si incontrano diversi tipi di “imprenditrici di se stesse” e della propria bellezza: da Mae West, musa delle dive a venire e icona di fascino dotata di forte personalità, alla stessa Marilyn e a Jayne Mansfield, scomparsa in un incidente stradale a trentacinque anni. Man mano che i tempi si fanno favorevoli all’emancipazione, la “pin-up” lascia il posto a un diverso tipo di maliarda: Brigitte Bardot come “Venere in bikini”, Jane Fonda come “Barbarella” negli anni dell’impegno politico, Kim Basinger e il suo strip in “9 settimane e mezzo” negli anni Ottanta degli yuppies, Monica Bellucci con la sua dichiarazione di fiducia nella propria bellezza negli anni del riflusso, fino ad Angelina Jolie, bellezza aliena, mutante, prima ribelle e autolesionista poi iper-mamma di famiglia che, per non ammalarsi un giorno di tumore, si sottopone a interventi “preventivi” di mastectomia (“…Nuove forme di autolesionismo? Reale prevenzione? Manifestazione di un umano e concreto timore del domani? O, invece, proiezione nell’eterno della fama che rende impossibile accettare la mortalità?…”, scrive Arnaldi).

 

Non è stata lineare, l’evoluzione della pin-up, inizialmente manifesto di femminilità “motivante” dell’America che entrava in guerra: eccola ammiccare da un calendario o da un poster della campagna-arruolamenti, ragazza dalle forme generose e dalla sensualità innocente, fatina capace di vincere le resistenze dei giovani in partenza per il fronte, messi così di fronte all’evocazione di un sogno e alla promessa di un futuro Eden. In quelle immagini, allora soltanto disegnate, le “ragazze della porta accanto” apparivano casualmente e lievemente scoperte – una gonna scostata dal vento, un asciugamano striminzito, la biancheria troppo stretta, molto spazio all’immaginazione – e soprattutto armate di un sorriso fintamente ingenuo che, con la benedizione del presidente Woodrow Wilson, rendeva meno triste la partenza dei soldati.

 

Suggerire senza mostrare, questo il segreto della pin-up, presto non solo disegnata ma fotografata: nel 1941 la rivista “Life” mette in copertina una giovane Rita Hayworth in bikini bianco, seduta vicino al mare mentre mangia un panino. Ancora non è “Gilda”, la Hayworth, diva amatissima ma lontana dall’autoconsapevolezza spregiudicata delle future “bombe sexy” (“gli uomini vanno a letto con Gilda ma si svegliano con me”, è la sua frase malinconica più famosa –), ma la futura bellezza triste verrà vendicata dall’esercito di “bellezze agguerrite” che ribalteranno il senso dell’essere mito estetico ed erotico: non più oggetto di desiderio, non più “vestale”, ma soggetto. Ed è un lento movimento verso la presa di coscienza di un ruolo da giocare e non da accettare per come viene proposto. E’ una metamorfosi prima impercettibile poi via via più visibile su copertine, schermi e passerelle, e persino nelle fattezze e nel carattere delle principesse Disney: si passa da Biancaneve (classe 1937) con il suo corpetto chiuso fin quasi al collo e il suo aspetto da bambina, a Cenerentola (1950), più sinuosa ma mai provocante, alla Bella addormentata nel bosco (1959), che scopre le caviglie, alla Maga-Magò trasformata da un incantesimo in seduttrice stregonesca in “La spada nella Roccia” (1963), alla prima vera testimonianza di evoluzione in bomba sexy compiuta: Jessica Rabbit (1988), la rossa esplosiva che dice “io non sono cattiva, è che mi disegnano così”, e si veste anni Ottanta, sì, ma con l’incedere di una Marlene Dietrich. E’ passando per Jessica che si arriva alla Sirenetta (1989) e al suo costume succinto di conchiglie, e poi alla curvilinea Jasmine di “Aladdin” (1992), e all’eterea Belle de “La Bella e la bestia”, che cammina come una modella, e alla maggiorata “sportiva” Pocahontas (1995) e poi alla regina pop-star Elsa di “Frozen” (2013), che libera il suo potere scegliendo di “essere se stessa” con una canzone liberatoria tra i ghiacci.

 

[**Video_box_2**]Ma è anche l’indotto della “bomba sexy”, tutto quello che per lei lavora o che a lei si ispira, a trasformarsi man mano che il modello “pin-up” perde colpi per lasciare il posto a quello dell’incantatrice consapevole. La suddetta “gabbia” per misurare le proporzioni del viso (anni Trenta), e il quasi contemporaneo aggeggio “marca-fossette” (lo indossi, urli di dolore, e forse resterà una finta fossetta sulla guancia per mezza giornata), vengono presto abbandonati per i nuovi strumenti che sfruttano l’elettricità per fare la permanente (lasciando molte teste bruciate nei saloni del parrucchiere, all’inizio). E a un certo punto molto si era parlato, negli Usa, dell’incredibile e triste storia dell’inventore del nylon, tale Wallace Hume Carothers, osannato post mortem dalle donne che avevano visto l’applicazione di quel materiale magico come calza all’Esposizione mondiale di New York, nel 1938, e avevano appreso che Carothers, plurilaureato in filosofia e in chimica, si era tolto la vita bevendo un cocktail di cianuro di potassio e succo di limone, sopraffatto dal dolore per un amore infelice e attanagliato dal male di vivere e dalla paura di non riuscire a creare mai più nulla. Intanto però le calze di nylon erano diventate strumento di seduzione e ascesa sociale per donne che potevano giocare con quel mostrarsi senza mostrare. E quando, durante la guerra, con il nylon usato per altri fini, il collant scomparve dalla circolazione o entrò nel circuito del mercato nero, ci furono donne che continuarono a simularlo, disegnando la riga nera della cucitura sulla gamba nuda, per poi correre a ricomprare quell’oggetto di desiderio ed emancipazione a pace scoppiata, accapigliandosi davanti a una vetrina, come riportarono le cronache di alcuni giornali americani. Parallela fortuna avrà il tacco a spillo, accessorio non nuovo ma reinventato tra Italia e Francia nel Novecento (nel XVII secolo, a corte, lo indossavano donne e uomini come simbolo di privilegio nobiliare: ed era l’antesignano del tacco su suola rossa di Christian Louboutin). Ci sono stati poi gli anni d’oro della scarpa-vertigine di Manolo Blahnik, stiletto per antonomasia, e del “tacco che umilia chi non lo indossa” come in “Sex and the city”, serie tv con apoteosi della scarpa e leggenda metropolitana sulla protagonista Sarah Jessica Parker, che persino nelle inquadrature in primo piano ravvicinato, così pare, rifiutava di indossare le ballerine, perché secondo lei “l’espressione di una donna in tacchi alti è diversa da quella di una donna che li ha tolti” (e non solo di una donna, come insegna il meraviglioso Miguel Bosé-travestito in “Tacchi a spillo”, film cult di Pedro Almodóvar del 1991).

 

La “bomba sexy” continua la battaglia della bisnonna suffragetta con altri mezzi, scrive Valeria Arnaldi, e non si saprà mai fino in fondo se la chiave per la conquista del palcoscenico (e del potere) è stata fornita dall’abito – non più busto da soffocamento, non più gonna lunga e crinoline – o dall’attitudine e dal guizzo: il momento in cui Josephine Baker decise di scherzare con lo stereotipo e con il razzismo, indossando per la sua danza un gonnellino di banane, o l’attimo (cinematografico) in cui la Lolita di “American beauty”, film del 1999 di Sam Mendes, decide che tutto dovrà contribuire a punire sottilmente Kevin Spacey per non essere stato fino in fondo adescatore di Lolite. E se Madonna, imprenditrice di se stessa a oltranza, è stata capace di giocare con lo scandalo nei tour in cui si divertiva a sbalordire il borghese con trucco, parrucco e azione provocatoria, la bomba sexy defilata contemporanea (in questo caso Gisele Bundchen, top model), tira fuori dal nulla il suo segreto, la sua filosofia: “Non tutto si può scegliere, ma lo stato d’animo con cui affrontare le cose sì, quello lo puoi scegliere sempre”.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi