La musa di Brooklyn

Caterina entra al Baby’s All Right con i capelli raccolti in una treccia, il respiro un po’ corto e un casco da ciclista agganciato al braccio. Ha pedalato da Ditmas Park a South Williamsburg, una bella fetta di Brooklyn, per sentire il cantautorato ellettrificato di Porcelain Raft, aka Mauro Remiddi, con il quale ha condiviso un paio di date del tour.
La musa di Brooklyn

Si dice che nella redazione del New York Times ci sia chi per mesi ha ascoltato il singolo di Cat, “In the Wilderness”, a ciclo continuo (foto: Shervin Lainez)

Caterina entra al Baby’s All Right con i capelli raccolti in una treccia, il respiro un po’ corto e un casco da ciclista agganciato al braccio. Ha pedalato da Ditmas Park a South Williamsburg, una bella fetta di Brooklyn, per sentire il cantautorato ellettrificato di Porcelain Raft, aka Mauro Remiddi, con il quale ha condiviso un paio di date del tour. Non è per spirito atletico o estetica hipster che ha preso la bicicletta: la macchina è dal meccanico. E prima ancora di aver ordinato un bicchiere di rosé e un’insalata a base di cavolo nero racconta la sua disavventura automobilistica, che poi è uno spaccato della vita di Caterina Martino, per tutti soltanto Cat. Tornava a notte fonda dall’ennesimo concerto, tappa di quel tour permanente che è condizione necessaria, e tuttavia non sufficiente, dell’artista indipendente.

 

Portava con sé molte ore di sonno arretrato mentre sfrecciava sul Turnpike del New Jersey, che è il classico braccio autostradale della periferia postindustriale dove gli automobilisti pregano che la macchina non li lasci a piedi di notte, quando sono soli. E’ lì che la macchina l’ha abbandonata, da sola, alle tre di mattina, con il segnale del cellulare che va e viene. “Sono arrivata al limite della sopportazione, ho detto basta, non ce la faccio più, lascio perdere la musica, questa vita folle e insopportabile, non avevo nemmeno la forza di reagire, i camion mi sfrecciavano di fianco a pochi metri. Non mi spavento facilmente, ma lì ho avuto davvero paura. Sono finalmente riuscita a chiamare la polizia, e si è presentato un agente del New Jersey che era l’incarnazione dell’arroganza, uno di quei personaggi fastidiosi che parlano troppo e sempre a sproposito. Io ero quasi morta, rispondevo a monosillabi, l’ho implorato di portarmi al mio albergo e basta, ma lui continuava a fare domande: chi sei? cosa fai nella vita? perché guidi di notte da sola? dove hai passato la serata?”.

 

Cat ha usato le ultime energie di una notte da dimenticare per dirgli, un monosillabo alla volta, che è una musicista cresciuta a Brooklyn di ritorno da un concerto per il suo ultimo progetto solista. “Quando mi ha chiesto il nome del progetto ho pensato che palle, ma quanto andrà avanti a rompere i coglioni?, ma gliel’ho detto: Stranger Cat”. Lui, stranito: “Stranger Cat?”. Lei, stizzita: “Sì, Stranger Cat, qualche problema?”. Fine della conversazione, buona notte. “Ho pianto per non so quanto tempo prima di addormentarmi e a un certo punto mi sono rivolta a qualcuno lassù, Dio o chiamalo come ti pare, chiedendo soltanto un segno per andare avanti. Ho giurato che avrei mollato tutto, la musica, i concerti, la sala prove, i dischi se non fosse arrivato un segno”. Era ancora un po’ frastornata quando, la mattina successiva, ha visto sul parabrezza della sua macchina ancora inservibile un biglietto scritto a mano: “Ciao, sono il poliziotto che ti ha aiutato la scorsa notte. Sono passato di qui mentre ero fuori servizio per essere sicuro che alla fine non avessi dormito in macchina. Succedono cose brutte alle brave persone. Non abbandonare la tua musica, è bellissima”. Quando lo racconta arriva a tanto così dal commuoversi, poi sdrammatizza, ci ride su e sorseggia il rosé, che fa a pugni con il rossetto rosso e il cavolo nero, ma cosa importa.

 

Il preambolo aneddotico è per chiarire che la storia di Cat Martino non è una passeggiata a bordo piscina negli Hamptons, è l’itinerario tribolato dell’artista, che vive di struggimento e inquietudine, raramente gongola spensierato. L’attacco del ritornello di “Sirens”, il singolo del disco “In the Wilderness”, rimane in testa come un azzeccatissimo motivetto pop, ma grattando la superficie si scopre una storia malinconia fatta di solitudine, isolamento e perfino malattia. “For tonight / i just want to lose control”: non è un party in cui vuole perdere il controllo e fare cose di cui si pentirà per qualche ora la mattina successiva, è un oblio di sé ispirato in parte alle sirene della mitologia greca che ammaliano e traviano, in dialogo con le sirene che di notte riempiono le strade di New York e non ti lasciano dormire, in parte alla poetica degli spazi di Gaston Bachelard. Ripete spesso l’aggettivo vulnerabile, parola propria dell’artista che non ha difese, si lascia colpire dalle cose più acutamente e dolorosamente degli altri. E’ quasi come se la vulnerabilità fosse una conquista, un traguardo da raggiungere: “I’m not goin’ out anymore / lie awake in bed till 4 / close the curtains / shut the door / toss and turn and pace the floor / repetitive delusions / bang my head up to no conclusions”.

 

Temeva che il videoclip di “Sirens” finisse per essere fin troppo esplicito in questo senso, che rivelasse un po’ troppo di sé: lei su un letto, tormentata da presenze angoscianti che la trascinano in un ballo ora sensuale, ora più simile a una danza macabra. “Sono stata per mesi e mesi chiusa in casa, non stavo bene, ero malata, stavo tutto il giorno a letto. E’ stata un’amica che vive sulla west coast a tirarmi fuori dal buco nero in cui ero finita, ha capito che ero messa male. Un giorno mi chiama e mi fa: adesso accendi il computer vai su questo sito, clicca su quel biglietto aereo e metti questo numero di carta di credito. Da domani stai a casa mia”. Dall’aeroporto sono andate direttamente sull’oceano, per un bagno purificatore che è diventato l’inizio di una nuova vita.

 

Poi è arrivata la primavera nei boschi, respirare a pieni polmoni, tornare ad apprezzare le cose. Soprattutto tornare finalmente a suonare dopo un digiuno forzato. Quando un gatto ha preso a fare visita ogni sera all’improvvisata sala prove nel mezzo della boscaglia è venuto fuori il nome, Stranger Cat. E’ nato così il suo ultimo progetto, in collaborazione con il polistrumentista Sven Britt, una specie di indie pop sperimentale che segue rigorosamente la forma compositiva del songwriter. Ogni canzone potrebbe essere spogliata dei suoi vestiti elettronici ed essere suonata con una chitarra acustica in una serata fra amici davanti a una Brooklyn Lager. Il problema è la voce. Perché se gli occhi verdi di Cat sono un inno all’umanità, la voce è una convincente confutazione dell’ateismo materialista. E’ uno strumento a vastissima estensione, s’accorda naturalmente con il soul e i jazz, va alla grande sul pop (strepitosa la cover sacrilega di “Chandelier” di Sia) ma può adattarsi a situazioni rock e psichedeliche, come sa chiunque ricordi la sua collaborazione con Sufjan Stevens nel disco “The Age of Adz”. Lei cantava e si agitava con grazia dietro di lui sul palco, tutti indossavano tutine fluorescenti e facevano mosse strane come se non ci fosse un domani.

 

“L’amicizia con Sufjan è nata da alcuni amici in comune, una sera ci siamo visti e gli ho raccontato che in quel periodo stavo sperimentando un sacco con pedali ed effetti per la voce, passavo giornate intere a fare improvvisazione showgaze nel salotto di casa mia. Lui s’è illuminato e mi ha detto che anche lui stava lavorando sulle stesse cose, così l’ho invitato a casa mia per una jam session che è durata credo otto ore”. Da allora Sufjan fa spesso capolino nei lavori di Cat, e anche qui compare nella bonus track “I Promise”, ballata dolente per la fine della storia più importante: “You can never go back to the life you had / you can only go back to the life you have”. A un certo punto durante la chiacchierata riceve su whatsapp una foto dal fratello di Sufjan, Marzuki Stevens, con la figlia biondissima vestita da principessa. Chi ha amato l’ultimo disco di Sufjan, “Carrie & Lowell”, è come se conoscesse già quella principessa: “My brother had a daughter / the beauty that she brings illumination”. I critici musicali del New York Times si sono accorti in fretta che il disco conteneva qualcosa di magnetico, e si dice che in redazione ci sia chi per mesi ha ascoltato “In the Wilderness” a ciclo continuo, come una specie di litania che conduce dal baratro alla redenzione.

 

La canzone cantata in collaborazione con Sufjan è stata usata per dare una spinta alla simpatica opera di crowdfunding con cui ha tenuto insieme il progetto. A seconda della generosità, i finanziatori potevano aggiudicarsi ricchi premi e cotillon: il disco autografato, il vinile rosso, una polaroid, le magliette, il download gratuito dell’album, una cover a richiesta durante un concerto, un pre-show privato e unplugged, una telefonata per parlare del più e del meno, i testi dell’album scritti a mano e – probabilmente il premio migliore – Cat che consegna a domicilio una pizza della Pizzeria Martino e alla porta canta una canzone a scelta (con grande onestà spiega che la Pizzeria Martino è a Long Island, quindi i clienti di Brooklyn dovranno riscaldarla, ma dice che è buona lo stesso). Ottanta dollari spesi alla grande.

 

[**Video_box_2**]Caterina porta il nome della bisnonna. I genitori sono andati a pregare sulla sua tomba, a Mazara del Vallo, perché arrivasse la tanto desiderata figlia femmina. La madre aveva anche toccato il piede della statua di San Pietro per rendere la richiesta più convincente. Tre mesi più tardi hanno adottato una bambina, nata lo stesso giorno in cui è stata scattata la fotografia davanti alla tomba, con Vito che tiene in mano un mazzo di fiori. Cat è stata catapultata in una famiglia allargata di siciliani sparsi fra Brooklyn e Long Island, tutti nel business della pizza tranne Vito, suo padre, che quando è arrivato in America non capiva una parola di inglese ma andava forte con i numeri ed è finito, primo della famiglia, a studiare matematica al college. Gli ha dedicato una canzone del disco, s’intitola “Fig Tree”, “perché quando vede i fichi gli si accende ancora oggi negli occhi qualcosa, una profonda nostalgia della sua terra che è difficile da descrivere, sono ricordi d’infanzia che improvvisamente riaffiorano”: “I don’t understand a word that you say / but the square root of pi / I know how to calculate and multiply”, canticchia lei fra una frase e l’altra.

 

Matematici e pizzaioli, ma nessun musicista, nemmeno un cugino intonato o uno zio che strimpella due accordi di chitarra. Nulla. “Il più grande caso in cui la natura e l’educazione si scontrano – racconta – io credo di aver iniziato a cantare prima ancora di parlare, e i miei genitori in questo sono stati fantastici, perché hanno capito che avevo un talento e hanno fatto di tutto per coltivarlo”. Cat è artista in senso ampio, è cresciuta ballando, sul palco non riesce a non muoversi e anche quando è seduta al bar la musica di sottofondo le dà qualche scarica elettrica, come se non riuscisse a trattenere un fuoco che le brucia dentro. “Per me comporre musica è una questione fisica, sento la necessità di muovermi, di usare tutto il corpo. Improvviso tantissimo, una canzone può venir fuori dopo sessioni di improvvisazione con la voce che durano ore e ore. Sono in una specie di trance in quel momento, ma registro e riascolto tutto. Il ritornello di Sirens è venuto fuori così, l’ho canticchiato per ore continuamente”, racconta, rispondendo involontariamente ad Alex, un amico musicista che le sta dando una mano con la sezione ritmica concerti, e ha ancora in testa quell’ipnotico giro di accordi.

 

La famiglia la sostiene anche ora nella vita dell’artista indipendente, quando la macchina ti lascia a piedi alle tre di notte dopo un concerto, e il giorno dopo il biglietto di uno sconosciuto in divisa ti convince che vale la pena andare avanti. La famiglia di Cat non è particolarmente religiosa, si va a messa a Natale e Pasqua per rispetto delle tradizione, ma niente di più. “Io però in qualcosa credo, francamente non saprei dirti bene cosa, ma in una forma di amore soprannaturale, spirituale”, racconta, e lo sguardo si perde in un orizzonte lontano, o forse soltanto dietro il bancone dove spera di incrociare lo sguardo del proprietario del locale, l’unico che potrà farci arrivare al palco senza passare dalla cassa.

 

Nella serie “Gente di New York” Mattia Ferraresi ha ritratto Bill Keller, Gregory Alan Thornbury e Olivia Bee.

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