Il Dio dei due mondi

La letteratura aveva già previsto e raccontato la scoperta della Nuova Terra e la sfida alle nostre certezze, religiose e non. In molti racconti i primi ad andare sui pianeti scoperti dall’uomo sono i gesuiti, subito pronti a evangelizzarli.
Il Dio dei due mondi

Un disegno di Peter Haars per la copertina di una vecchia edizione di “Lontano dal pianeta silenzioso” di C. S. Lewis

Sono tante, le antenne rivolte verso il cielo, in cerca d’un segnale qualsiasi. Ed ecco, una notte, che a raggiungere i nostri rilevatori e gli scienziati sconvolti, non sono dati matematici, o una comunicazione verbale diretta, ma un canto. Alto, fiero, vibrante. Di straziante bellezza e complessità. E i primi a lanciarsi dietro quella voce lontana non sono i rappresentanti delle potenze politiche, o economiche. “Era prevedibile, col senno di poi. Tutto ciò che riguarda la storia della Compagnia di Gesù rivelava lesta e efficace capacità di azione esplorazione e ricerca. Durante quella che gli europei si erano compiaciuti di chiamare Era della Scoperta, i sacerdoti gesuiti non erano mai stati più di un anno o due dietro agli uomini che avevano effettuato un primo contatto con i popoli sconosciuti; in effetti, i gesuiti costituivano spesso l’avanguardia dell’esplorazione… Le Nazioni Unite richiesero anni per arrivare a una decisione che la Compagnia di Gesù raggiunse in dieci giorni. A New York, i diplomatici discussero a lungo e aspramente se e perché delle risorse umane andassero impiegate nel tentativo di contattare il mondo che sarebbe diventato noto come Rakhat, quando c’erano così tanti bisogni urgenti sulla Terra. A Roma, le domande non erano se o perché, ma quanto presto si potesse intraprendere la missione, e chi mandare”.

 

E’ questo l’incipit di “The Sparrow”, il romanzo di fantascienza teologica della scrittrice ebrea Doria Russell; cui segue un accenno, una manciata di note in chiave più cupa che gettano un inquietante cono d’ombra, un brivido lungo la schiena. “Gli scienziati gesuiti partirono per apprendere, non per proselitismo. Partirono per poter conoscere e amare gli altri figli di Dio. Partirono per la ragione che ha spinto sempre i gesuiti fino alle frontiere più remote dell’esplorazione umana. Partirono ad majorem Dei gloria: per una più grande gloria di Dio. Non volevano fare niente di male”. Questa superba opera narrativa, che ha vinto tutto il vincibile, è del 1996. “Col senno di poi”, e con la scoperta del pianeta Kepler 452b, possiamo ben dire che ancora una volta la narrativa ha spianato la strada alla storia. Sono effettivamente i gesuiti a studiare i corpi celesti negli osservatori vaticani – uno, casualmente in cogestione con altri enti che l’avevano già chiamato Lucifer, ha regalato a complottisti d’ogni risma un orgasmo e una serie di infinite acrobazie immaginative – ed è gesuita il Pontefice che, nel contesto d’una catechesi sui sacramenti e le sfide della fede, ha domandato: “Se domani giungesse qui una spedizione di marziani, e alcuni di loro venissero da noi… Marziani, no? Verdi, con quel naso lungo e le orecchie grandi, come vengono dipinti dai bambini. E uno dicesse: ‘Voglio il Battesimo!’. Cosa accadrebbe?”. Di alieni e fede si è scritto di recente sulla Civiltà Cattolica, ed è gesuita il direttore della Specola Vaticana, Padre Funes che, intervistato dall’Osservatore Romano sulla vita extraterrestre e la fede cristiana, ha affermato nel 2008: “A mio giudizio questa possibilità esiste. Gli astronomi ritengono che l’universo sia formato da cento miliardi di galassie, ciascuna delle quali è composta da cento miliardi di stelle. Molte di queste, o quasi tutte, potrebbero avere dei pianeti. Come si può escludere che la vita si sia sviluppata anche altrove? C’è un ramo dell’astronomia, l’astrobiologia, che studia proprio questo aspetto e che ha fatto molti progressi negli ultimi anni. Come esiste una molteplicità di creature sulla Terra, così potrebbero esserci altri esseri, anche intelligenti, creati da Dio. Questo non contrasta con la nostra fede, perché non possiamo porre limiti alla libertà creatrice di Dio. Per dirla con san Francesco, se consideriamo le creature terrene come “fratello” e “sorella”, perché non potremmo parlare anche di un “fratello extraterrestre”? Farebbe parte comunque della creazione…

 

Prendiamo in prestito l’immagine evangelica della pecora smarrita. Il pastore lascia le novantanove nell’ovile per andare a cercare quella che si è persa. Pensiamo che in questo universo possano esserci cento pecore, corrispondenti a diverse forme di creature. Noi che apparteniamo al genere umano potremmo essere proprio la pecora smarrita, i peccatori che hanno bisogno del pastore. Dio si è fatto uomo in Gesù per salvarci. Così, se anche esistessero altri esseri intelligenti, non è detto che essi debbano aver bisogno della redenzione. Potrebbero essere rimasti nell’amicizia piena con il loro Creatore. Gesù si è incarnato una volta per tutte. L’incarnazione è un evento unico e irripetibile. Comunque sono sicuro che anche loro, in qualche modo, avrebbero la possibilità di godere della misericordia di Dio, così come è stato per noi uomini”. Anche stavolta, e con una coincidenza che ha dell’impressionante, era stata la grande narrativa a porre la questioni in questi termini precisi. Il saggista e narratore anglicano C. S. Lewis- creatore di “Narnia” e grande appassionato di fantascienza – già nel 1963 aveva notato come “la pecora che non si è smarrita, non deve essere ritrovata. Avremmo molto da imparare, e nulla da insegnare a loro. Se fossimo saggi, ci butteremmo ai loro piedi. Ma probabilmente saremmo incapaci di comportaci così, e troveremmo un buon motivo per sterminarli”. Qualora invece ci trovassimo a incontrare creature che conoscono sia il bene sia il male, potremmo magari scoprire come “a un certo momento della loro storia avvenne un grande miglioramento, che alcuni credettero essere soprannaturale, che è stato documentato, e che i suoi effetti, anche se spesso distorti e ostacolati, sono presenti tutt’ora. Non c’è bisogno, per quanto ne possa capire, che sia stato conforme al nostro modello dell’incarnazione, passione, morte e resurrezione. Dio forse ha utilizzato altre vie (come posso immaginarle?) per redimere un mondo perduto. E la redenzione di un mondo alieno può non venire compresa facilmente dai nostri missionario, figuriamoci dai nostri atei”. E addirittura trent’anni prima, quando anche nella fantascienza si proiettavano sempre e solo un colonialismo attivo o passivo- con l’umanità a conquistare i cieli o a difendersi da invasori gelidamente crudeli, Lewis aveva raccontato una razza di alieni che, liberi dal peccato, non conoscono la rapacità ingorda dei nostri appetiti, ma li godono in una pienezza equilibrata. Il poeta Hross resta perplesso quando il suo interlocutore umano gli racconta come si faccia sesso sulla terra.

 

“Vuoi dire che potrebbe volerlo fare non solo un anno o due, ma molte volte nella vita?”.
“Sì”.
“Ma perché? Sarebbe come voler mangiare tutto il giorno, o dormire dopo che si è già dormito. Non capisco”.
“Mangiare si mangia ogni giorno. Ma l’amore, tu dici, nella vita di un hross viene solo una volta?”.
“Però gli riempie tutta la vita. Quando è giovane deve cercare la sua compagna; poi la deve corteggiare; poi genera i figli e li alleva; poi ricorda e rivive dentro di sé tutto quello che è stato e lo trasforma in poesia e in saggezza”.
“Quindi il piacere deve accontentarsi di ricordarlo?”.
“Ma questo è come dire: il mio cibo devo accontentarmi di mangiarlo”.
“Non capisco”.
“Un piacere è un piacere completo solo nel ricordo. Tu, Huomo, parli come se il piacere fosse una cosa e la memoria un’altra, invece sono tutt’uno. Quello che tu chiami ricordo è l’ultima parte del piacere, come il crah è l’ultima parte di una poesia. Quando noi due ci siamo incontrati, l’incontro, in sé, è durato un attimo, è stato un nulla. Ora, nel nostro ricordo, sta diventando qualcosa. Ma noi ne sappiamo ancora pochissimo. Quello che sarà nel mio ricordo il giorno in cui io mi stenderò a terra per morire, e quello che opera e opererà dentro di me ogni giorno fino ad allora, questo è il vero incontro. L’altro è stato solo l’inizio. Tu dici che ci sono poeti nel tuo mondo. Non vi insegnano queste cose?”. E quando il grande reggente di Marte racconta che, riguardo alla Terra, “tra noi si raccontano molte storie su strane decisione che Egli [Dio] avrebbe preso e su gesta terribili che avrebbe osato compiere nella sua lotta col Distorto [Satana]… un argomento che desideriamo conoscere meglio”, la traduzione italiana non coglie del tutto la citazione del “look into”, che volutamente riecheggia l’Epistola di Pietro – “cose nelle quali gli angeli desiderano fissare lo sguardo”.

 

Al filone degli alieni invasori si affiancherà sempre più quello dei pacificatori universali. Basti pensare all’effetto che, in piena Guerra Fredda, esercitò “Ultimatum alla Terra” su un giovanissimo Stephen King, la cui descrizione del disco volante si colora di accenti messianici anche quando sorride alla pacchianeria degli effetti – “quando è in azione, brilla come uno di quei Gesù di plastica che venivano distribuiti a catechismo per memorizzare i versetti della Bibbia”. Tratti angelici che si fanno ancor più netti e seri nel climax, con il visitatore dallo spazio che avanza “al centro di ogni sguardo inorridito e sotto la mira di diverse centinaia di fucili dell’esercito. E’ un momento di memorabile tensione, di grande dolcezza, a ripensarci… Klatuu comincia ad armeggiare con uno strano oggetto, e un giovane soldato dal grilletto facile gli spara immediatamente a un braccio. Poi si viene a sapere che l’oggetto era un regalo per il presidente. Nessun raggio della morte: solo una semplice, interstellare cura per il cancro”. Oppure nella sua analisi della figura degli alieni nella fantascienza post-Vietnam di “Incontri ravvicinati del terzo tipo”: “Le creature delle stelle del film di Spielberg sono piccole, delicate, infantili. Non parlano, ma la loro nave suona incantevoli toni armonici, la musica delle sfere” – quelle stesse sfere che cantano nei cieli divini di Cicerone, Dante e Shakespeare.

 

[**Video_box_2**]Ma la sfida alla religione lanciata dalla vita extraterrestre si era fatta drammaticamente esplicita anche nel romanzo “A Case of Conscience” di James Blish, del 1958, laddove un sacerdote gesuita – ebbene sì, anche qui – si trovava dinanzi all’enigma sconvolgente di una razza aliena di sublime moralità, ma totalmente indifferente al sacro. Lo scienziato agnostico e premio Pulitzer Carl Sagan, cui dobbiamo la celebre frase per cui ogni tecnologia abbastanza avanzata risulta indistinguibile dalla magia agli occhi di creature meno evolute – ha immaginato in “Contact” che nel pi greco sia contenuta una sorta di dna della Creazione, il messaggio d’una qualche intenzionalità superiore. In “A Voyage to Alpha Centauri”, il romanziere cattolico canadese Michael O’Brien immagina che, in un fosco gioco di specchi, una spedizione spaziale finanziata da un ordine mondiale laicista si trovi a fronteggiare i resti d’un altra civiltà umana, fondata dai nostri malvagi progenitori, scampati al Diluvio di Noè in virtù di tenebrose conoscenze da lungo tempo dimenticate. Tutte questa narrazioni, seppure con diverse sfumature e profondità, provano a immaginare un possibile contatto, e le sue conseguenze sul piano teologico, come una rivelazione mai vissuta prima. Parte del notevole successo artistico del romanzo della Russell, col suo padre Sandoz dall’umorismo assolutamente moderno – “Com’è il celibato?” gli chiedono. “E’ una troia”, risponde lui – che torna mutilato e accusato di essersi ridotto a marchettaro in un disgustoso postribolo del pianeta Rakhat, dopo che tutti gli altri membri della spedizione sono morti o scomparsi, sta nel provare a immaginare il futuro, e la verità sconvolgente che si cela dietro questi scampoli di informazioni contraddittorie e scandalose nel nostro passato: “L’idea mi è venuta durante l’estate del 1992 durante i festeggiamenti del 500 ° anniversario dell’arrivo di Colombo nel Nuovo Mondo. Ci fu una grande quantità di revisionismo storico man mano che esaminammo gli errori commessi dagli europei quando incontrarono per la prima volta delle culture straniere nelle Americhe e altrove. Mi sembrava ingiusto che le persone che vivono alla fine del XX secolo chiedessero a quegli esploratori e missionari livelli di sofisticazione e di tolleranza che difficilmente riusciamo a vivere ancora oggi. Volevo mostrare quanto difficile sarebbe il primo contatto anche con il senno di poi”. Come ai tempi di Cortèz e Bartolomeo de Las Casas, la pietà, l’ammirazione, l’incomprensione e l’orrore potrebbero rivelarsi avviluppati in un nodo molto difficile a sciogliersi.

 

Potremmo trovarci a non fronteggiare nuove risposte, e neppure nuove domande, ma forse le stesse domande di sempre. Quelle che vogliamo evitare, magari sotto un altro cielo. “Neppure un passero cade senza che il Padre vostro lo voglia” – è la citazione evangelica del titolo del romanzo. Che si creda in una storia umana e cosmica del tutto immanente o si scorga negli eventi, anche più drammatici e terribili, un disegno divino, c’è un solo dato incontrovertibile. “Che il passero cade comunque”.

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