La colpa borghese

Troppo comodo accollare al sindaco Marino tutto lo sfascio di Roma. Sarebbe bello se il ceto medio e la sua intellighentia si battessero il petto: ah, quanti peccati.
La colpa borghese

Un’immagine de “La Grande Bellezza” (2013) di Paolo Sorrentino. In primo piano Tony Servillo (Jep Gambardella) nella scena girata sulla terrazza di Roma. Alla sua destra Carlo Verdone

Mi capita sempre più spesso di chiedermi: ma non è che abbiamo sbagliato qualcosa anche noi?”, dice Vittorio Emiliani, uomo colto e di sinistra, già parlamentare con i riformisti di Occhetto, collaboratore del Mondo di Pannunzio, direttore del Messaggero nei tempi d’oro. “I musei civici sono diretti dagli amici degli amici, il teatro è spesso senza talento, il cinema è assistito e clientelare, la letteratura non ne parliamo. Io mi sono dimesso dalla giuria del premio Strega. La musica? Riccardo Muti è stato espulso dall’opera di Roma per un cortocircuito politico-sindacale. In città si salva l’accademia di Santa Cecilia, ma solo perché lì non c’è la lottizzazione. I dirigenti sono nominati dagli accademici”. E allora non si può fingere che Roma e la sua borghesia, i suoi intellettuali e cinematografari, i suoi scrittori colti e di sinistra, gli attori e i registi, non somiglino alle buche per le strade e ai cassonetti stracolmi di spazzatura, alle macchine posteggiate in terza fila, e insomma non si può fingere che la classe media, l’elité della città, con le sue terrazze che a Roma sostituiscono i salotti e sono viscere del potere e status symbol dell’intellettuale, proscenio della svogliatezza ma anche dell’eleganza, siano solo vittime e non complici del degrado cittadino, della monnezza che nella capitale si fa metafisica.

 

“E se infatti Alessandro Gassmann volesse davvero ripulire Roma potrebbe fare del bel teatro anziché armarsi di ramazza”, dice Giampiero Mughini, perché c’è sempre un rapporto tra la città e la società, “e ciascuno pulisce Roma facendo bene il suo mestiere. Se ci riesce”. E questo vale anche per gli scrittori dai mille premi che nessuno legge (“pensare che i premi siano espressione della cultura è ridicolo. Francesco Piccolo, che è un bravo scrittore, ha vinto lo Strega con il suo libro più brutto. I premi si vincono per amicizia”, dice Mughini), e questo vale anche per i registi col sussidio di stato i cui film che nessuno guarda (“che se poi ne esce uno bello come Gomorra, rimani stupefatto, ti chiedi: com’è potuto accadere?). E allora se a Roma ci sono le buche è anche perché i commercianti non fanno il loro mestiere, perché i ristoratori invadono il suolo pubblico con i tavolini, perché i grandi baroni della medicina diventano personaggi da Parioli Pocket e non sono mai come Umberto Veronesi. E forse davvero c’è un rapporto tra il degrado urbano e civile e quei volti rifatti, liftati, scrostati che s’incontrano nei costosi ristoranti di Via Giulia o di Via Labicana, i volti della borghesia romana. Ma perché Roma, per esempio, a differenza di Milano, non produce grandi avvocati? E perché tutti i politici romani scrivono romanzi, saggi, girano documentari? Non dovrebbero fare politica, i politici? Alla prima dell’ultimo film di Walter Veltroni, qualche mese fa, all’Auditorium del Parco della Musica, s’era imbucato Enrico Lucci delle Iene. Non riuscì ad avvicinarsi al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ma riuscì a insinuarsi, ironico e contundente, nell’orecchio di Sabrina Ferilli e Antonello Venditti, Lilli Gruber e Paolo Bonolis, Renzo Arbore e Giovanni Malagò, Susanna Camusso e Lorella Cuccarini, Pippo Baudo e Ettore Scola, tutti lì, in adunata: “Poi se te fa schifo il film, però me lo devi dire”. E la signora Ferilli, simpaticissima e sincera, rispose: “E perché lo voi sape’ proprio da me?”. Il titolo del servizio, d’altra parte, era: “Tutto bellissimo”. Mormora allora Mughini, sarcastico: “A Walter l’ho già detto: Perché non scrivi un libro, o giri un film, sotto pseudonimo. Poi vediamo chi viene”. Lo stesso moto ondoso di romanità che qualche settimana fa si è manifestato al funerale di Mario d’Urso, il nobiluomo che veniva spacciato per l’Oscar Wilde della Capitale?

 

E davvero digitare hashtag su Twitter, ripetersi che “Roma fa schifo”, sputacchiare sulla mafietta capitale e sull’improbabile sindaco Ignazio Marino, non serve a niente. L’indignazione a lungo andare stanca. E’ una virtù passiva alimentata elusivamente dai vizi altrui che si è trasformata in uno stato d’animo congenito, in un’abitudine, in un riflesso condizionato e autoassolutivo. “Come sarebbe meglio invece se in questa città ognuno facesse bene il suo lavoro, a ciascuno il suo”, dice Emanuele Trevi, scrittore, critico letterario. “Roma ha i monumenti romani, ha lo stato teocratico. E’ un posto in cui l’eccesso di simboli, di turisti, erode la realtà. E’ come un luna park. Anche la cosa che dice Gassmann, con generosità, è la tipica cosa che può dire giusto uno che lavora in un luna park. Se Gassmann non vivesse anche lui in una dimensione irreale, saprebbe che pulire le strade è altrettanto difficile che recitare, o scrivere un libro. Sentire un attore che vuole pulire la città perché gli spazzini non la sanno pulire è un po’ come se io dicessi: da domani faccio il dentista perché a Roma non sanno fare le otturazioni. Ognuno deve fare quello che sa fare. Ma lo deve fare bene”. E solo agli intellettuali romani, cittadini di premiopoli, possono sembrare matti o sospetti quelli che rifiutano premi e pennacchi, medagliette e fanfare di stato, come Mario Vargas Llosa, che non ha mai accettato la presidenza dell’Istituto Cervantes.

 

Qualche giorno fa Gigi Proietti, all’Espresso, ha raccontato “quanto sei brutta Roma mia”, si è lamentato di un degrado antropologico, urbanistico, persino morale. Ma lui, in teatro, racconta in romanesco quanto sia bella la trippa, e nel suo shakespeariano “Sogno d’una notte di mezza estate”, appena messo in scena al Globe, a Villa Borghese, in quel teatro costruito da Veltroni e che lui dirige da quindici anni, compaiono sul palco strampalati personaggi che esprimono il dramma fiabesco in un incongruo dialetto napoletano, con gag a metà fra Totò e Alvaro Vitali, roba che fa ridere un certo pubblico, sì, ma forse lo degrada. E la volgarità non è mai metafora, segnala la povertà intellettuale prima ancora che lessicale. Non è nemmeno trasgressione, così come buttare delle cacchette da una finestra non è un gesto di libertà. E allora bisogna cogliere e concentrarsi sul grottesco dominante nella vita pubblica romana, perché “la mafia capitale in fondo è Bagaglino”, dice Mughini, “è volgarità e rapina ordinaria, cresta e ricotta. Quello che forse non è ordinario sono le deformazioni culturali e quel che rimane delle terrazze romane, adesso che non esiste più una vera sinistra. Far salotto significa fare gang, fare famiglia, vendere i libri, fare film”, e insomma la cultura come baraccone d’incompetenze, sfilata di maschere. E’ una rete intrecciata di inutilità e ferinità di rapporti, è una legge che sta fuori dalla legge, garantendo tuttavia una piacevole sensazione di virtù. “Gli intellettuali, e la borghesia, che a Roma è quasi tutta d’importazione, ed è di sinistra, ha partecipato agli orrori, o si è voltata dall’altra parte”, dice Emiliani. “Per convivenza personale. Il denaro pubblico produce scarti, variazioni su girotondi o cambi merce con piccoli incarichi di governo”. Ed Emiliani, quasi cita Leo Longanesi: “A Roma ci conosciamo tutti”. Un panorama di suo già pieno di macerie, su cui si staglia l’inadeguatezza della borghesia colta.

 

[**Video_box_2**]Ed è quel mondo descritto da Edgardo Bartoli, in un piccolo libro che s’intitola “la civiltà del malumore”, un ritratto di Roma e della romanità, del suo ceto intellettuale che forse già nel dopoguerra conteneva in sé i bacilli del familismo, perché “i vincoli d'amicizia fra le famiglie antifasciste parevano fondati su una comunanza d’idee di natura affettiva più che concettuale”, ma che pure esprimeva idee di straordinaria saldezza “e quanto più esse emergevano solitarie nella fiumana delle conformità maggiori, tanto più producevano quel l’effetto di moto contrario che si crea anche nella più placida delle correnti intorno a un sasso affiorante dall’acqua”. E dunque il Mondo di Pannunzio, Moravia, poi Pasolini… A Roma, scrive Bartoli, c’era quella capacità di stare al mondo e di affrontare il disagio del mondo riempiendolo di distrazioni colte e di talento, di valorizzare tutto quello che non è scontato, sino ai dettagli della cultura. C’era insomma la libertà della borghesia, in una città che è poi, in fondo, un po’ sempre la stessa, quella descritta da Moravia, prevalentemente impiegatizia e plebea, con uno strato di aristocrazia analfabeta, le strade odorose di piscio, la scalinata di Trinità dei Monti come punto di ritrovo dei ciociari di passaggio (oggi ciabattanti turisti), alcuni alberghi di lusso, pochi ristoranti di qualità, moltissime latterie e trattorie alla buona.

 

Allora chiedo a Chicco Testa, che è di sinistra (o forse non lo è più), lui che è un uomo mondano, che ne ha viste tante e conosce tutti nell’ambiente, che conduce un’intensa vita di relazioni: il guasto dov’è? E lui risponde che “sta tutto nel rapporto corrivo, incestuoso con la politica. Prima c’erano le ideologie, poi è diventata semplice appartenenza di clan, familismo. E la borghesia romana è una roba strana, improduttiva, tendenzialmente parassitaria. Non è Milano dove la Fondazione Prada finanzia la cultura”. A Roma, il teatro Eliseo, dopo aver chiuso, sarà affidato a… Luca Barbareschi. Certi pesi morti della televisione e della politica vengono dirottati nei teatri e nella fabbrica degli eventi come forme di risarcimento. A Roma succede persino con i musei, a dirigerli ci finiscono i trombati dalla politica, come negli Aeroporti. Il Maxxi che è diventato una ridotta provinciale, Fiumicino che brucia due volte e finisce anche al buio. La cultura, non meno dei trasporti, è il campo d’Agramante della lottizzazione borghese, e raramente questo sistema produce “La vita è bella” di Benigni o “Educazione Siberiana” di Salvatores. Nel teatro, a Roma, troppo spesso si sommano le cariche di direttore amministrativo e di direttore artistico, e non è certo la fantasia che supera la realtà, quella di far senatore sul palcoscenico ogni tipo di somaro disponibile tra i cataloghi del trash. E’ variante dell’usurato “tengo famiglia”. E allora Emanuele Trevi dice che a Roma “non ci sono cinque milioni di persone che subiscono il degrado capitale. Evidentemente c’è un carattere collettivo. Tutto si specchia e si riflette. E’ un mondo che non ha nemmeno centri decisionali culturalmente adeguati. Prendiamo la Rai, la principale industria romana. Quello che prevale non è quasi mai un criterio artistico. A Roma si girano e scrivono molte fiction televisive. Poi però appena guardiamo una fiction non dico di quelle americane, che sono spaziali, ma anche solo francese, rimaniamo a bocca aperta”. E perché? “Perché a Roma attorno al talento si formano partiti e famiglie. Ma il talento, si sa, non dovrebbe avere né famiglia né partito”.

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