Il Papa è comunista?

El pueblo primero

“Non si tratta di avere riserve sugli Stati Uniti in quanto tali, ma sugli Stati Uniti in quanto potenza egemonica”, scrive il suo mentore, il padre gesuita Juan Carlos Scannone, in un libro da poco pubblicato dalla Libreria Editrice Vatiana.
El pueblo primero

Un murales raffigurante Papa Francesco in Bolivia, nei giorni del suo viaggio pastorale

Al popolare speaker radiofonico d’America, Rush Limbaugh, era bastato buttare l’occhio sulle breaking news che annunciavano per sommi capi i temi clou della Evangelii Gaudium, l’enciclopedica esortazione apostolica post sinodale del 2013 che in realtà tradiva nella mole e nei contenuti le fattezze d’un vero programma di pontificato. Sconsolato, si sfogò microfono alla mano: “E’ incredibile, il Papa ha scritto sui mali intrinseci del capitalismo. E’ triste perché fa capire che non sa di cosa parla, quando si tratta di capitalismo e socialismo”. Con la sentenza di Limbaugh, a cascata, arrivò la ridda delle dichiarazioni che mettevano Francesco e il suo documento nel mirino. Iniziarono gli arcigni gladiatori del Tea Party, poco avvezzi al diplomaticamente corretto e ancor meno al timore reverenziale nei confronti del Vicario di Cristo in terra: “Gesù sta piangendo per le parole del Papa. Cristo era un capitalista, predicava la responsabilità personale e si rivolgeva all’individuo, non ai governi”, disse dal North Virginia l’attivista Jonathan Moseley, mentre il milionario Ken Langone minacciava l’incolpevole Timothy Dolan, cardinale arcivescovo di New York non proprio in odore di maoismo, di non sganciare neppure un penny per il promesso (e già garantito) restauro della cattedrale di San Patrizio.

 

Papa comunista, insomma. Seguace di Marx. Ma prima di tutto, decisamente anti yankee e ostile alla narrazione della mitica frontiera e al leggendario proposito americano di evangelizzare più o meno laicamente il globo. Bergoglio e l’eccezionalismo statunitense non vanno troppo d’accordo. “I suoi rapporti con il mondo anglosassone sono molto limitati. E’ un problema culturale, ha avuto pochissimi rapporti con quella realtà. E poi è un latinoamericano, il che comporta una certa quantità di antiamericanismo”, diceva tempo fa al Foglio lo storico Massimo Faggioli, italiano trapiantato oltreoceano, a Minneapolis. “Negli Stati Uniti questo si sa bene, solo che non si può accusare esplicitamente il Pontefice di essere anti yankee. E’ una questione latente”, aggiungeva. Una tesi apparentemente provocatoria, ma che è confermata da una delle persone che più conosce Jorge Mario Bergoglio, e cioè il suo mentore: Juan Carlos Scannone, gesuita, professore un po’ ovunque (Gregoriana compresa) e soprattutto docente di greco e letteratura dell’attuale Papa sul finire degli anni Cinquanta. I due si conoscono bene, Scannone – che è considerato il massimo teologo argentino vivente – gli dà ancora del tu, anche se il “Papa Francisco” ha sostituito il più confidenziale “Jorge”. A Scannone bastano poche righe per chiarire cosa pensi davvero Francesco degli Stati Uniti. Lo fa ne “Il Papa del popolo”, un agile libro da poco pubblicato dalla Libreria Editrice Vaticana: “Non si tratta di avere riserve sugli Stati Uniti in quanto tali, ma sugli Stati Uniti in quanto potenza egemonica. Il Papa non appoggia l’egemonia, da qualunque parte essa venga. Preferisce un mondo multipolare”.

 

C’è, a giudizio, del teologo argentino, un fraintendimento alla base della poca empatia che s’è venuta a creare: “Negli Stati Uniti certi ambienti cattolici hanno male interpretato i propositi di Papa Francesco. Lo considerano come un socialista, un comunista marxista”. Ma “Bergoglio critica soprattutto la mancanza di equità nella distribuzione dei beni della terra”. L’errore, spiega Scannone, è di traduzione: equidad non è uguaglianza. “Una cosa è la diseguaglianza, altra è la mancanza di equità, che implica sempre un’ingiustizia nella distribuzione dei beni”. Anti americanismo di fondo e parole forti sulla mancanza d’equità: tanto basta per far diventare il Papa l’idolo di tutta la variegata galassia anticapitalista e no global, come dimostra l’arrivo a Roma in pompa magna di una Naomi Klein senza più la tuta bianca di Seattle ma con la nomea di profetessa itinerante che si batte per denunciare i danni inflitti dal capitalismo ai popoli africani e agli orsi polari. E tanto basta, magari, perché il capo dello stato boliviano consegni in dono al vescovo di Roma un Cristo appeso su falce e martello, dopo averlo agghindato (quasi fosse una madonna votiva) con catenine fatte dello stesso simbolo ideologico.A ogni modo, è chiaro che “il Papa critica l’autonomia assoluta di mercato e finanza”, aggiunge Scannone. “Non si oppone alla libertà di mercato, ma chiede che vi sia una regolamentazione. Accusarlo di essere marxista è un giudizio ideologico”. E comunque, come ha riconosciuto lo stesso Francesco durante la conferenza stampa a bordo dell’aereo che lo riportava a Roma dopo il viaggio in America meridionale, l’economia non è la sua materia preferita, come avrebbero poco dopo dimostrato le lodi alle politiche “più giuste” del governo greco di Alexis Tsipras, in quelle ore nuovamente sottoposto a commissariamento internazionale con lo spettro di dover vendere Partenone e Pireo: “Io ho una grande allergia all’economia, perché papà era ragioniere e quando non finiva il lavoro in fabbrica lo portava a casa, il sabato e la domenica, con quei libri, di quei tempi, dove i titoli si facevano in gotico. E lavorava, e io vedevo papà e ho un’allergia. Io non capisco bene com’è la cosa”. Criticare l’assoluta autonomia del mercato, chiariva Scannone, non è altro che dottrina sociale della Chiesa. Le stesse cose le dicevano, con stili e impeti diversi, i predecessori di Francesco. Si pensi a quanto affermò cinque anni fa Benedetto XVI intervenendo nella splendida cornice della Westminster Hall, in Inghilterra: commentando la massima di moda secondo cui le banche sono ritenute troppo grandi per fallire, Ratzinger osservò che anche “lo sviluppo integrale dei popoli della terra non è meno importante. E’ un’impresa degna dell’attenzione del mondo, veramente troppo grande per fallire”.

 

Per capire Bergoglio, le fondamenta del suo pensiero e la sua visione geopolitica del mondo che lo porta a essere convinto che la globalizzazione potrà arricchirsi solo nelle differenze, è necessario puntare l’attenzione sul ribollire teologico che si ebbe in America latina nell’immediato dopo Vaticano II. E’ lì che la teologia diventa più dinamica e anche – per dirla con Scannone – più “creativa”. Tutto iniziò con la conferenza dell’episcopato latinoamericano di Medellín. Era il 1968. Nella semplificazione mediatica è passata alla storia come la grande svolta post conciliare, l’evento che aprì la Chiesa ai poveri. Ci sarebbe poi stata Puebla, nel 1979, e Santo Domingo, e Aparecida. Bergoglio, teologicamente parlando, va posto in linea con tutte queste tappe, “con l’opzione preferenziale per i poveri, indiscutibilmente”, spiega Scannone. Ma è della teologia del popolo che il suo pensiero è fortemente impregnato. Capire i connotati di questa branca, parte della più nota teologia della liberazione, fondata dal padre peruviano Gustavo Gutiérrez, significa entrare in possesso della chiave di volta per contestualizzare gran parte dei discorsi di Francesco, a cominciare da quelli tenuti nel recente viaggio in America del sud, tra i caudillos locali.

 

In Argentina, alla vigilia dell’incontro di Puebla, si era irrobustita una linea teologica che prediligeva l’esistenziale, la religiosità e la cultura popolare. “Più sulla storia e il popolo, cioè, che sulla sociologia e le classi sociali”, avrebbe efficacamente sintetizzato il giornalista e scrittore Alver Metalli. Rafael Tello e soprattutto Lucio Gera, considerato il capostipite della teologia del popolo, “non volevano più utilizzare più né le categorie della sociologia liberale né quelle della sociologia marxista”, nota padre Scannone. Si cercava, insomma, una terza via, un modo nuovo per parlare e categorizzare la storia e la cultura latinoamericana. E questa categoria fu quella del popolo; categoria che però non ha differenze con la teologia della liberazione nel suo senso più ampio: non bisogna contrapporre le due forme teologiche, anche perché “la teologia del popolo è una appendice della teologia della liberazione”. Per il filone seguito da Bergoglio, ciò che conta è comprendere la Chiesa come popolo di Dio in dialogo con i popoli della terra e le loro culture peculiari, e in America latina – scrive ancora Scannone – “sono i settori più poveri e oppressi della società ad aver mantenuto la cultura comune”. Ecco perché il teologo Gera, partendo da questo assunto, riteneva che l’evangalizzazione non si rivolgesse più ai singoli individui, ma anche ai popoli e soprattutto alla cultura di quei popoli, attraverso l’evangelizzazione della cultura e l’inculturazione del Vangelo. Lo stesso Jorge Mario Bergoglio, intervenendo qualche anno fa alla presentazione di un libro del teologo suo connazionale Ciro Enrique Bianchi, osservava che “il nostro continente latinoamericano è marcato da due realtà: la povertà e il cristianesimo. Un continente con molti poveri e con molti cristiani. In cinque secoli di storia, nel nostro continente è andato sviluppandosi un nuovo modo culturale di vivere il cristianesimo, il cristianesimo ha trovato un nuovo volto”. Ed è proprio questo che manca all’Europa, la “religione dei poveri”, sostiene padre Scannone: “L’Europa opulenta non tiene conto dei poveri! Quello che manca all’Europa è l’opzione preferenziale per i poveri, per le vittime della storia. E’ questo il Vangelo”.

 

Gera, però, scomparso qualche anno fa, non accettava l’impostazione sociologica di Gutiérrez e Leonardo Boff, l’ex frate messo in riga da Ratzinger prefetto del Sant’Uffizio che non a caso, oggi, fa sapere al mondo a giorni alterni di essere una sorta di gran consigliere del Papa argentino, al quale avrebbe anche ispirato i temi forti – dice lui – contenuti nell’enciclica Laudato si’. “Lo scopo di Gera”, ha scritto Metalli, “era di rendere compatibile il tema della liberazione con la tradizione sociale della Chiesa”.

 

[**Video_box_2**]Un grande amico dell’attuale Pontefice, il filosofo uruguagio Methol Ferré, spiegava bene il punto di dissidio: “Molti di noi, e in anni non sospetti, hanno rimproverato alla teologia della liberazione la sua dipendenza di fondo dalla logica marxista. In tanti esponenti di questa corrente – non in tutti, si badi bene – il cristianesimo si assoggettava a una concezione totalizzante di origine diversa e contraddittoria con il cristianesimo, e non l’inverso. I fatti successivi hanno verificato la bontà di questa critica”. La teologia del popolo, chiariva Ferré, “ha prestato un inestimabile servizio ripensando la politica in funzione del bene comune, e quindi in relazione stretta con l’opzione preferenziale per i poveri e la giustizia”. Tutti elementi che ritornano nella Evangelii Gaudium, il primo grande testo uscito dalla penna di Francesco dopo essere asceso al Soglio di Pietro. Quel documento è “fortemente ispirato alla teologia del popolo”, sottolinea Scannone: “Da cinquant’anni, ieri come arcivescovo oggi come Papa, essa ha nutrito il pensiero e l’azione di Bergoglio. Riprendendo i temi fondamentali della teologia del popolo, Francesco volge la sua riflessione in particolare alle nozioni centrali di popolo e spiritualità popolare, cui è molto legato”. E’ un “Papa che parla a tutti grazie a una teologia che si incarna nei gesti forti”. Come si è ben visto, da ultimo, nel tour tra Ecuador, Bolivia e Paraguay. L’attesa, ora, è per vedere come i “gesti forti” saranno declinati dinanzi a un contesto, quello nordamericano, che appare così estraneo al panorama culturale del Papa preso quasi alla fine del mondo.

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