Diario delle nostre pene

Toglieteci tutto ma non le ansie quotidiane. L’arte di angosciarsi la vita fra ossessioni, timori e presentimenti di catastrofi (cielo, il telefono si sta scaricando). Le luci accese di una casa di notte mi danno il batticuore, dentro ci sarà una madre in ansia con le scarpe sotto il pigiama.
Diario delle nostre pene

Solo un po’ d’ansia è la definizione per tutto, dal “numero sconosciuto” sul display del telefono al formicolio alla mano che potrebbe essere un ictus (sopra, Edward Hopper, “Eleven a. m.”, 1926)

Quando tornavo a casa con sessanta secondi di ritardo rispetto al coprifuoco, trovavo mia madre già in strada a cercarmi, anzi già cento metri oltre il portone, con le chiavi in mano e lo sguardo feroce. Di giorno e di notte, anche se a volte di notte, negli umidi inverni di Ferrara, si limitava a stare alla finestra con tutte le luci accese (le chiavi dell’auto in mano, pronta a venire a cercarmi nella nebbia chissà dove). Io arrivavo, con sessanta secondi di ritardo o solo dieci secondi di anticipo e la speranza sempre delusa che stesse dormendo serena, che non pensasse a me: quelle luci erano invece la prova che, ancora una volta, avevo fatto stare mia madre in ansia. Lei mi vedeva, io sentivo il rumore di una porta che sbatteva, sempre troppo forte, e sapevo che si era rasserenata, nel giro di un paio di giorni avrebbe ricominciato a rivolgermi la parola. Dopo vent’anni, le luci accese di una casa di notte mi danno il batticuore, penso che dentro ci sia una madre con l’orologio in mano e le scarpe sotto il pigiama. Dopo vent’anni, sessanta secondi di ritardo mi velano gli occhi, ma ho imparato a fingere tranquillità (e non divento una belva prima delle partenze): non riesco però a convincermi nel profondo che, se i miei figli sono in giro per la spiaggia o per il parco o per il supermercato e io non li vedo più, c’è un’altissima probabilità che nessuno li abbia rapiti. Quando noi facevamo il bagno in mare o affittavamo un pattino, maggiorenni oltre ogni ragionevole dubbio, mia nonna strappava di mano il binocolo al bagnino e restava in piedi a fissare il mare come un falco, senza che nessuno potesse rivolgerle la parola, anzi urlando contro chi provava a scherzare, per lei era evidente che stavamo annegando, anche con l’acqua fino all’ombelico. Poi ci vedeva tornare e, offesa ma calma, si ritirava di nuovo sul lettino. La sera in cui mio nonno tardò oltre i limiti del tollerabile (diciotto minuti), mia nonna chiamò un taxi e ordinò al tassista di prendere la strada statale verso Bologna, con nessuna speranza di incrociare mio nonno e lasciando a casa la pentola sul fuoco, ma con la necessità impellente di obbedire all’ansia. Che tiranneggia le giornate e le notti di chi pensa che la casa stia per esplodere perché c’è di sicuro la lucina rossa del televisore accesa, che sussurra al mio amico Michele di comprare uno spazzolino da denti al giorno per il terrore di trovarsi una mattina senza spazzolino, che tiene sveglia Anna a immaginare disastri stradali in cui deve scegliere quale dei due figli salvare, che faceva ordinare a Charles Bukowski due birre insieme invece di una, perché “ho bisogno di certezze”; che impediva al protagonista del “Lamento di Portnoy” di mangiare l’aragosta (mamma, perché non possiamo mangiare l’aragosta? “Perché può ucciderti! Perché una volta l’ho mangiata e quasi morivo!”). E l’ansia che, mentre con una mano tengo il telefono vicino all’orecchio e parlo, mi fa cercare forsennatamente il telefono in tutte le borse e per tutta la casa, fino a che dico all’interlocutore: scusa ho perso il telefono è un casino ti devo lasciare, e lui dice: vabbè, forse hai solo un po’ d’ansia. Solo un po’ d’ansia, se non fossi così mostruosamente serena sarei offesa.

 

Gli ansiosi soffrono per il tentativo di minimizzare la profonda carica di drammaticità delle preoccupazioni quotidiane, non accettano che sia solo un po’ d’ansia, non vogliono la normalizzazione e quando accade che una delle ansie vilipese si avveri (un gabbiano si schianta contro la finestra della cucina rompendo il vetro, un’aragosta avariata fa passare una brutta notte a qualcuno, un raffreddore trascurato si trasforma in polmonite, un ladro entra in casa di notte perché nessuno si è alzato otto volte a controllare che la porta fosse chiusa dall’interno), l’ansioso non può nascondere il senso di trionfo e di riscatto sociale: lui l’aveva pensato, l’aveva temuto, era rimasto insonne a immaginare la catastrofe, a cercare di mettere in guardia le persone care, aveva costretto la figlia a indossare la canottiera per anni (“ti vuoi prendere una polmonite? lo sai che si muore?”) e adesso che la figlia ha bruciato tutte le canottiere e le magliette della salute e ha giurato che non prenderà mai in considerazione un uomo con la canottiera sotto la camicia, ecco la vendetta dell’ansia negletta. Tutta quella sovrumana energia data all’ansioso dall’ansia, quel radar per i pericoli veri o immaginari, quella ricerca instancabile di motivi per, come diceva mia nonna, stare in pensiero, pretendere una gratificazione, un ringraziamento, il riconoscimento per la fatica esistenziale. E invece: solo un po’ d’ansia.

 

Solo un po’ d’ansia è la definizione per tutto, solo un po’ d’ansia quando sul display compare: numero sconosciuto e viene l’istinto di gettare il telefono in mare, solo un po’ d’ansia quando suona il telefono di casa e poiché non ho dato il numero a nessuno può essere soltanto la polizia (invece è un’offerta Sky), solo un po’ d’ansia se controllo dieci volte al giorno gli armadi e la scarpiera per paura che il gatto sia rimasto chiuso dentro e soffochi, solo un po’ d’ansia quel formicolio alla mano che ho letto su internet potrebbe essere un ictus di quelli che non ti accorgi, oppure mucca pazza, solo un po’ d’ansia quando, mentre i bambini tornavano dalla gita scolastica, hai cercato sulle news di google: pullman incidenti, e però hai giurato che non l’avresti mai detto a nessuno. Perché ci sono ansie nobilitate dal cinema e dalla letteratura di cui molti sono orgogliosi, ansie socialmente presentabili (dicono con fierezza: sono ipocondriaco, ho tutte le malattie, oppure: “Sai io non ingrasso di un grammo, perché la mia ansia funziona come l’aerobica, faccio ginnastica così”, ma anche: “Ho il terrore di svegliarmi una mattina e di trovarmi trasformato in uno scarafaggio”) e ansie di serie B, un po’ rozze, di cui ci si vergogna soltanto, ansie come topi morti: il terrore di restare senza carta igienica, ad esempio, che costringe l’ansioso a comprare pacchi famiglia di carta igienica in ogni supermercato, bottega, negozio online, e in certi casi anche a rubarla nei bagni dei ristoranti e negli alberghi. E’ un’ansia da accumulo, ha a che fare con il catastrofismo ed è anche un’ansia molto egocentrica ma con un fondo di senso pratico: potrebbe arrivare uno tsunami, o la bomba atomica, una guerra, un terremoto, distruggere tutto, rendere le strade impraticabili e io, unico superstite, rimarrei senza carta igienica (e senza assorbenti). Ammettere le ansie meno eleganti (che mia figlia diciottenne faccia la cretina con sconosciuti e finisca come quella del Circeo) ha qualcosa di liberatorio e allo stesso tempo imbarazzante, come quando si sogna di camminare per strada in mutande. Ma se anche gli altri sono in mutande, se camminano e intanto si commuovono pensando al discorso che faranno al funerale del marito (che è in aereo e non deve sapere che sua moglie lo immagina morto in questo momento in un terribile incidente e intanto pensa che deve comprare un vestito adatto a un lutto estivo), allora diventa tutto più sopportabile, comico perfino. Alcuni ammettono di avvertire spesso l’ansia da semaforo, quella tentazione di accelerare e investire i passanti, io invece ho l’ansia della voce registrata in stazione: “Allontanarsi dalla linea gialla”. Immagino bambini e adulti che si lanciano oltre la linea gialla mentre passa un treno merci a tutta velocità, penso ad Anna Karenina quando si lascia cadere, a causa di quella “tenebra che per lei copriva tutto”, e credo che più dell’infelicità e dell’insopportabilità dell’esistenza sia stata l’ansia da gelosia per Vronskij e per tutto il casino fatto a gettarla sotto il treno (e forse sarebbero bastati i fiori di Bach, sarebbe stato meno grandioso e meno tragico – ma è un pensiero che ho solo in stazione, quando sento che perderò il treno, e chiedo scusa a Tolstoj e a tutti i romanzi per la grossolanità dell’ansia). E quelli che in aeroporto al controllo bagagli ci chiedono di lasciarli passare, perché il loro aereo sta partendo, molto spesso non stanno affatto perdendo il volo, e non sono nemmeno furbastri che vogliono saltare la fila: sono soltanto divorati dall’ansia, hanno passato la notte a immaginare di perdere il passaporto, il biglietto, e infine l’aereo, e non si capacitano che stia andando tutto bene, che non ci sia stato nessun contrattempo, hanno bisogno di quella scarica di adrenalina data dall’emergenza. Hanno bisogno di pronunciare parole come: esasperazione, agitazione, disastro, incubo, ingorgo, perché nulla è mai semplicemente nulla, ma è sempre qualcosa che, come scriveva Philip Roth a proposito di sua madre, poteva esplodere senza preavviso in una terribile crisi. E’ questo il modo di vivere dell’ansioso: tutto è sempre qualcosa (di pericoloso, di pontenzialmente catastrofico, di irrecuperabile, come quando mia madre mi diceva: non sudare, che muori) e quindi già di per sé pieno di vitalità, conflitto, stimolo: il legame tra un’azione e le sue possibili, terribili conseguenze, il tempo passato a tormentarsi, a litigare, a colpevolizzare gli altri per la loro cieca incoscienza, e i tuffi al cuore di controllo, quando per un istante, mentre lavoro, temo di avere dimenticato i bambini a casa e non averli portati a scuola e devo percorrere a ritroso la mattina per convincermi che no, ci siamo anche fermati al bar, erano davvero loro. E il sollievo, l’immenso sollievo provocato dalla non realizzazione delle ansie, la possibilità di dedicarsi a cuor leggero a qualche nuova preoccupazione (il dentista, la paura dell’abbandono, l’insonnia, l’antifurto che scatterà sicuramente quando saremo dall’altra parte del mondo e non sapremo disattivarlo e in ogni caso ci svaligeranno la casa, e le ginocchia, non ti sembra che mi stiano crollando le ginocchia?, mi sembra di avere anche meno ciglia, e questa strana allegria, non sarà l’inizio di una catastrofe?, e comunque il tizio seduto accanto a me in metropolitana sta per tirare fuori una bomba dallo zaino e io non ho rinnovato l’assicurazione).

 

Sono giornate così piene di psicopatologie e di piccole pene quotidiane che forse non ci accorgiamo di quanto stia crescendo una nuova ansia in grado di travolgere, o almeno accompagnare, amplificandole, tutte le altre: il telefono che si scarica, e nessuna presa dove ricaricarlo, nessun cavetto per rifocillarlo (e l’irritazione nel vedere le persone accanto a noi con la batteria al novanta per cento). In quel momento, con il telefono quasi allo stremo, tutte le ansie del mondo convergono in me. E cerco prese nei musei, sui treni, nei supermercati, nei bagni dei ristoranti, nei bar sulla spiaggia, tocco tutte le pareti alla ricerca di fori elettrificati, sposto divani nelle sale d’attesa del medico, una volta ho comprato tre magliette in un negozio solo per poter usare di nascosto la presa della corrente che avevo visto dalla vetrina, chiedo al tassista di usare il suo cavetto, anche pagando, oppure corro a casa, ovunque mi trovi, perché non resisto all’ansia per la morte del telefono. L’idea di un naufragio su un’isola deserta mi spaventa soprattutto per l’assenza di prese, e la realizzazione dell’incubo avviene soprattutto la mattina, quando mi sveglio e mi rendo conto che il telefono era attaccato malamente al muro e non si è caricato, e adesso è sotto il venti per cento. La zona rossa, intesa come segnalazione sul display di batteria quasi scarica, ha per me quasi lo stesso effetto di un’ennesima visione di “Arancia meccanica” dall’inizio alla fine senza mai chiudere gli occhi. Perché dentro quella zona rossa potrebbero realizzarsi tutte le ansie esistenti, e non potrei nemmeno chiedere aiuto, raccontare la catastrofe, cercare i sintomi della mia nuova malattia su google, o almeno dare la colpa a qualcun altro e dirgli, confermando l’impossibilità di sfuggire all’ereditarietà dell’ansia: sei in ritardo di sessanta secondi, sei morto?

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi