Finanziere e gentiluomo

Da Prodi a Renzi. Ritratto di Claudio Costamagna, chiamato al vertice della Cassa depositi e prestiti. E’ stato sempre circondato da donne belle e di classe, come l’attrice Carole Bouquet, con la quale ha convissuto molti anni.
Finanziere e gentiluomo

Claudio Costamagna, una carriera cominciata con la Montedison di Mario Schimberni, proseguita in Citibank e Goldman Sachs. Ultimo incarico, prima della Cdp, la presidenza di Salini-Impregilo

Un colpo di sciabola alla propria vita non è quello che ci si aspetta da un campione di fioretto. Eppure, giunto alla soglia dei sessant’anni, Claudio Costamagna ha sorpreso persino gli amici. Lui che si era sempre considerato un lupo solitario, ha accettato di guidare una tecnostruttura complessa con cinquecento dipendenti e un giro d’affari di circa 370 miliardi di euro. Dal mondo privato dove ha costruito una smagliante carriera (Montedison, Citibank, Goldman Sachs) è passato al baluardo del neocapitalismo di stato. Lasciata la turbofinanza, si tuffa negli altiforni, nelle fibre ottiche, nelle infrastrutture. Per tre decenni ha usato i quattrini dei ricchi, ha comprato e venduto aziende per generare valore, come viene chiamato il far profitto in linguaggio politicamente corretto. Da venerdì 10 luglio siede su una montagna di denaro (250 miliardi) proveniente da piccoli e piccolissimi risparmiatori che si rivolgono alla posta, e può impiegarli solo in attività a basso rischio. Insomma, un salto di paradigma clamoroso. E’ vero, Costamagna non gestirà in senso stretto la Cassa depositi e prestiti, perché l’intendenza spetta all’amministratore delegato Fabio Gallia che viene dalla Bnl, diramazione italiana del gruppo francese Bnp-Paribas. Tuttavia, l’esperienza di Franco Bassanini, costituzionalista prestato all’economia, dimostra che in via Goito tutte le rogne finiscono sul tavolo del presidente. Dunque, è cominciata una navigazione di lungo corso per un capitano che finora aveva guidato vascelli d’assalto.

 

In verità, definire Costamagna un solitario (ancorché lupo) è una metafora azzardata. Come Charles Swann è stato sempre al centro delle cronache finanziarie e mondane, non solo a Milano dove è nato o a Londra dove ha abitato. Circondato da donne belle e di classe, attrici come Carole Bouquet, con la quale ha condiviso molti anni, rampolle d’antica aristocrazia come Alberica Brivio Sforza, ha percorso il cursus honorum tra la creme della finanza e quella della politica. Più a sinistra che a destra per la verità, anche se Costamagna è uomo di vaste relazioni e il suo mestiere lo ha esercitato con equilibrio davvero trasversale. Ha consigliato Silvio Berlusconi, ha aiutato Cesare Geronzi nel fondere Capitalia in Unicredit. Ma soprattutto è stato a lungo uomo di fiducia di Romano Prodi (con un passaggio anche dalle parti di Massimo D’Alema). Come mai Renzi ha scelto una figura così per rilanciare l’intervento pubblico in economia?

 

Cerchiamo di capirlo procedendo a ritroso, torniamo alle origini non perché gli uomini non cambino, ma perché la Bildung, la formazione, lascia un’impronta indelebile. La carriera di Costamagna comincia con la Montedison di Mario Schimberni, il manager romano che ha sfidato l’establishment finanziario del nord. Erano gli anni della finanza d’assalto, dell’attacco, appoggiato dal Psi craxiano, alle cittadelle del potere, democristiano da un lato e torinese (leggi Fiat) dall’altro. La vecchia Montecatini che si era fusa malamente con Edison (lo ricorderà lo stesso Costamagna in una lecture alla Bocconi) era vicina ai socialisti e sembrava lo strumento giusto per spezzare l’egemonia di Enrico Cuccia che non amava Craxi anche se talvolta se ne serviva. Così, teorizzando la public company, l’impresa senza padrone dove il manager è dominus pressoché assoluto, Schimberni conquista la finanziaria Bi-Invest della famiglia Bonomi e poi la compagnia fiorentina Fondiaria custodita da Cuccia. Gianni Agnelli scende in campo e rilancia: “Bi-Invest humanum, Fondiaria diabolicum”, sentenzia. La Mediobanca mette in campo Raul Gardini, rampante capo del gruppo Ferruzzi, per scalzare Schimberni. E’ il 1987. Un anno dopo uscirà anche Costamagna che nel gioco delle scalate e delle acquisizioni aveva acquisito una esperienza e un’abilità che gli saranno preziose nel lungo periodo alla Goldman Sachs.

 

Ma la storia, che non è mai lineare e stupisce sempre per i suoi paradossi, vuole che in quello stesso periodo il club delle grandi famiglie del capitalismo italiano fosse messo in discussione anche da Romano Prodi, presidente dell’Iri, e da Giovanni Bazoli capo del Nuovo Banco Ambrosiano. Entrambe figure scelte e lanciate da Beniamino Andreatta, una delle teste più lucide della Democrazia cristiana. Non è un caso che quando comincia la stagione delle privatizzazioni Mediobanca venga messa alla frusta aprendo le porte alle concorrenti anglo-americane. “Noi sul Britannia non c’eravamo”, dirà sferzante Vincenzo Maranghi, il braccio destro di Cuccia. Prende corpo così ancora una volta la leggenda del vascello fantasma che ha turbato i sogni di gloria della Seconda Repubblica. La riunione sullo yacht della regina Elisabetta, in crociera tra Civitavecchia e l’Argentario il 2 giugno 1992, è un mito e come tale non può essere scalfito né dalla storia né dalla ragione. Ma se è naturale che a quell’evento organizzato dai British Invisibles partecipassero i manager, le banche d’affari, i rappresentanti dell’azionista governo, meno ovvio è che fosse presente anche Beppe Grillo. A quale titolo forse lo si è capito solo a posteriori dicono i complottisti anti 5 stelle. C’erano Mario Monti e Giuliano Amato, di lì a poco presidente del Consiglio, c’era anche Emma Bonino. E Mario Draghi, naturalmente, allora direttore generale del Tesoro: fece la sua relazione e lasciò la compagnia facendosi accompagnare a terra con una lancia; non è certo tipo da farsi incastrare. Poi farà anche lui un passaggio dalla Goldman ma solo nel 2001, quando arriva Giulio Tremonti con il quale non è mai andato d’accordo.

 

In quel periodo drammatico in cui crolla la lira e con essa il sistema politico della cosiddetta Prima Repubblica, si stringono alleanze e si cementano amicizie, come quella tra Costamagna e Prodi (il quale, lasciato ogni incarico pubblico, sarà consulente di Goldman e di altre grandi compagnie multinazionali).

 

Appendendo la modestia in anticamera, Costamagna non manca di affermare il suo primato. “Quando lavoravo in Goldman Sachs ero l’europeo più importante in assoluto”, ammette durante una conferenza all’Ara Pacis organizzata da Enrico Cisnetto e aggiunge: “In fondo Draghi è entrato dopo di me, quando io ero già al vertice”. Il finanziere ricorda che agli esordi la banca d’affari faceva 700 milioni di dollari in Europa; quando la lascia nel 2006 era arrivata a 12 miliardi. Di questo risultato una parte non irrilevante viene dall’Italia. Il segreto del successo sono le privatizzazioni, cioè la messa in vendita delle banche e delle industrie di stato, processo nel quale Prodi ha un ruolo importante. E toccherà a Goldman Sachs la prima grande operazione: la quotazione in borsa del Credito Italiano che diventerà Unicredit.

 

Uscito da quella esperienza tanto coinvolgente e ricca di successi, Costamagna decide di lavorare in proprio. E’ stato a lungo in trattative per diventare amministratore delegato di Mittel, la compagnia finanziaria legata a Bazoli, ma non se ne è fatto nulla. Ancora prima, si era trovato al fianco di Rupert Murdoch come advisor nei contatti con Marco Tronchetti Provera per l’ingresso di Murdoch in Telecom, ipotesi mai davvero concretizzata e comunque tramontata in un vortice di polemiche tra il presidente di Telecom e il presidente del Consiglio Romano Prodi, poi estese anche al fido consigliere Angelo Rovati che si era assunto la responsabilità del progetto.

 

In questi anni si è fatto crescere la barba e se l’è rasata più volte. Ma Costamagna non ha mai cambiato il suo stile di lavoro. Non ha alcuna struttura dietro di sé, parla a braccio e in pubblico non si presenta mai con le diapositive (in arte slide). Analizza e consiglia a destra e a manca, lavora per Berlusconi e per De Benedetti. Tutti lo chiamano, tutti lo vogliono. Entra nel cda di Luxottica allora guidata da Andrea Guerra, diviene membro del board della Virgin di Branson, siede alla Fti Consulting, alla biotecnologica AAA, alla Dea Capital (De Agostini), è in Bulgari, fa il consulente di Vodafone e naturalmente non può dire no all’alma mater, la Bocconi che nel 2004 lo elegge bocconiano dell’anno. Infine arriva la presidenza di Salini-Impregilo, il maggior gruppo italiano di grandi opere che lavora nel mondo intero.

 

Abbandonata per raggiunti limiti di età la scherma che gli ha dato il titolo di campione italiano, ha cominciato a calcare vari campi da golf incrociandosi raramente con Draghi che, in quanto romano, frequenta lo storico circolo dell’Acquasanta sull’Appia antica. Con Carole Bouquet si sono incontrati nel 2006 a Pantelleria, dove l’affascinante attrice francese s’era rifugiata dopo la burrascosa rottura con Gérard Depardieu. I gossippari sostengono che sia stata colpita da quell’aria un po’ da Oliver Stone che non lo fa assomigliare a un finanziere (chissà come è nato il luogo comune che li vuole tutti gnomi grigi nascosti nell’ombra). Una storia d’amore e da tabloid tenuta sempre sul filo dell’eleganza, come il passito del quale l’attrice è diventata una importante produttrice. Ora accanto a Costamagna c’è una manager di sangue blu: Alberica Brivio Sforza figlia di Cesare comproprietario del Secolo XIX (lo ha lasciato per dissensi con Carlo Perrone, prima della fusione con La Stampa), che lavora a Bnp-Bnl.

 

Pantelleria, il cui re è Giorgio Armani, resta nel cuore anche se adesso viene insidiata da Capalbio dove tra l’altro si sta facendo costruire una casa anche Gallia. Eh sì, perché la piccola Atene della Maremma un tempo enclave dell’intellighenzia di sinistra sta diventando una piccola City di campagna dove si intrecciano uomini d’affari e grand commis de l’état. E non per caso.

 

La finanza è la politica condotta con altri mezzi. Hanno a che fare entrambe con la manipolazione delle speranze, delle bramosie, degli interessi e delle illusioni degli uomini. Che si gestiscano voti o quattrini, le regole del gioco sono sostanzialmente le stesse. Se sono pochi nella storia i finanzieri diventati politici, si può dire che tutti, dagli esempi più grandi come i Rothschild nell’Ottocento o J. P. Morgan nella prima metà del Novecento, fino ai nuovi lupi di Wall Street, abbiano esercitato un’influenza forte e diretta sulle decisioni politiche e sugli esponenti del popolo delegati a prenderle. E Costamagna fa parte di questa secolare tradizione.

 

A fine anni 90 interviene a un congresso dei Ds, invitato dall’allora segretario Massimo D’Alema. Prende la parola alle 14, quando tutti sono a mangiare, ma non si scoraggia di certo. “Mi hanno definito ‘banchiere rosso’ – dirà – in realtà in quell’occasione ho fatto un intervento thatcheriano”, evocando privatizzazioni e liberalizzazioni. Nel 2011 sostiene convinto che solo l’uscita di scena di Berlusconi può riportare la fiducia sui mercati. Appoggia Mario Monti e le sue drastiche scelte. Quando nel 2013 gli chiedono che cosa ne pensi delle dichiarazioni di Jim O’Neill, presidente di Goldman Sachs, in favore di Beppe Grillo, Costamagna spiega: “Jim voleva dire che il fenomeno Grillo, o chiamatelo come vi pare, esiste in tutti i paesi europei”. Già che c’è assesta un altro colpo a destra: “La vera anomalia italiana non è Grillo ma Berlusconi. All’estero sono terrorizzati dal fatto che possa tornare al potere”.

 

In tv, da Lucia Annunziata, lancia un attestato di stima a Enrico Letta, anche lui passato per Goldman Sachs, ma apre un credito al neo segretario del Pd Matteo Renzi che lancia “messaggi estremamente positivi” anche se “la formazione del governo è stata un po’ deludente”. Nel novembre scorso, in occasione del G20 in Australia, Andrea Guerra, ex ad di Luxottica ora consigliere del premier, gli presenta Renzi.

 

E’ amore a prima vista. “Una persona fuori dalla norma, con capacità notevoli”, proclama, ma che deve dare “più sostanza e deleghe alle persone: non può fare tutto da solo”. Così, quando viene chiamato alla Cdp Costamagna accetta di buon grado, purché al suo fianco ci sia un banchiere internazionale come lui ma che si sappia muovere nell’ambiente romano: sembra il ritratto di Fabio Gallia, che conosce bene la capitale fin da quando lavorara nella superbanca guidata da Geronzi.

 

Che cosa farà la Cdp e cosa può fare non è chiaro, senza vagheggiare su un’altra Iri o su un antistorico “nuovo stato imprenditore” alla Mariana Mazzucato. Ma dovrebbe aumentare il capitale se vuole davvero operare su vasta scala senza mettere a rischio il risparmio postale. Le Fondazioni, offese dalla defenestrazione di Franco Bassanini e Giovanni Gorno Tempini, hanno messo dei limiti stringenti per salvaguardare le proprie quote e i denari investiti. La Banca d’Italia avverte che un salto completo verso l’attività bancaria (magari utilizzando la Sace) significa entrare nel suo perimetro di vigilanza. L’Unione europea non vuole che faccia interventi tali da configurarsi come aiuti di stato (per esempio prendendo il controllo dell’Ilva). Guerra ha fornito una traccia ricordando che la consorella tedesca KfW è azionista di Deutsche Telekom e la CDC francese ha il pacchetto principale di Orange (ex France Telecom). Dunque si tratta di tornare in Telecom Italia oggi conquistata da Vincent Bolloré? O di costruire una nuova architettura nella quale entri la rete a banda larga? Si specula molto, ma poco se ne sa.

 

[**Video_box_2**]Costamagna non scrive libri né saggi su riviste accademiche. Il suo pensiero lo si può ricostruire da un intervento alla Bocconi di tre anni fa, nel quale ricordava che per il grande gioco di compravendita sui mercati occorrono tre ingredienti: capitale, uomini e coraggio. Luxottica ha avuto entrambi, ma soprattutto il coraggio che è mancato a Ferrero quando ha rifiutato di conquistare Cadbury per entrare sul mercato americano e diventare davvero globale. A Mediaset sono mancati gli uomini per fare il salto in Europa, soprattutto all’est, dove avrebbe potuto acquisire una posizione di forza. Se le imprese italiane vogliono reggere la competizione mondiale, devono dotarsi di tutti e tre questi requisiti. Quanto alle piccole e medie imprese, hanno dato il massimo ma sono a corto d’ossigeno, “debbono capitalizzarsi, managerializzarsi e aggregarsi”. La Cdp i denari ce li ha (pur dentro i paletti che abbiamo visto), gli uomini non le bastano se si fa il paragone con Francia e Germania, il coraggio lo dovranno portare Costamagna e Gallia. Renzi li ha scelti per questo: prodiani o geronziani, l’importante è che acchiappino i topi.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi