Antonin Scalia, l'antimoralista

Elogio del giudice americano che non si iscriverebbe mai a Magistratura democratica. Ma sta attento ai congiuntivi
Antonin Scalia, l'antimoralista

Antonin Scalia (foto LaPresse)

Se c’è una cosa che Antonin Scalia detesta sono i magistrati militanti, i magistrati che vogliono cambiare il mondo, i magistrati attivisti giudiziari, i magistrati celebrità, i magistrati che fanno le leggi anziché servirle. Se fosse in Italia, detesterebbe molti magistrati iscritti a Magistratura democratica. Non a caso, in piena Tangentopoli definì il sistema giudiziario italiano “una ricetta per l’ingiustizia”. Secondo Scalia, il fatto che in Italia il pubblico ministero risponda del suo operato all’ordine dei magistrati e non al governo o agli elettori, come avviene negli Stati Uniti, è in contrasto con il principio democratico della separazione dei poteri. Scalia ebbe a criticare così Antonio Di Pietro: “Un magistrato non deve diventare una celebrità. Una volta sola, all’aeroporto, il mio nome ha attirato l’attenzione di un impiegato: mi aveva scambiato per l’attore Jack Scalia”. O per dirla con Frank Easterbrook, docente alla University of Chicago Law School, “Scalia è uno dei pochi che è voluto diventare giudice per diminuire il potere dei giudici”. 

 

Sopracciglia folte, volto cherubico, Nino Scalia sa essere più divertente, più sarcastico e più esplicito nelle proprie convinzioni rispetto a tutti gli altri giudici della Corte suprema, viventi e no. Una volta un collega della Corte gli chiese di condividere l’opinione che aveva scritto. Scalia gliela rimandò indietro con un appunto: “Lo faccio se la modifichi in questi diciannove punti”. 

 

Durante una conferenza, mentre i suoi colleghi magistrati dovevano decidere se vi fosse un “diritto di morire”, Scalia, facendo il verso a un annunciatore tv, disse al pubblico: “Restate sintonizzati! Una corte magnanima darà alle persone anche questo nuovo diritto”. “Io dissento” sembra essere diventato il motto di questo super magistrato. Fin da quando, nel 1992, la Corte suprema votò per abolire la pena di morte per i minorenni e Scalia, di ben altro avviso, nella relazione di minoranza disse che i colleghi avevano “prevaricato le leggi volute dal popolo”, proclamandosi “unico arbitro degli standard morali della nazione”, accusandoli di “arroganza zarista”. E ha dissentito anche qualche giorno fa sul matrimonio gay, dicendo: “La Corte suprema degli Stati Uniti è retrocessa dal ragionamento legale accorto di John Marshall e Joseph Story agli aforismi mistici dei dolcetti della fortuna”. E ancora: “Abbiamo trasformato una istituzione sociale che è stata la base della società umana nei millenni per i Boscimani dell’Africa meridionale come per gli Han della Cina, per i Cartaginesi e gli Aztechi. Mi domando: ma chi ci crediamo di essere?”. 

 

Per i conservatori è “il saggio”, i progressisti l’hanno soprannominato “Terminator”, oppure “Ninopath”, Nino il malato, e non gli perdonano di aver scritto l’opinione di maggioranza che ha ordinato il blocco della conta dei voti in Florida nel 2000, aprendo la strada alla presidenza di George W. Bush. Scalia è il teorico del “testualismo”: anziché interpretare la legge, i giudici devono andare direttamente alla fonte, al linguaggio della Costituzione del 1791 che Scalia ha definito inamovibile come “una statua”. La Costituzione non è viva, il suo significato è fissato nel momento in cui è stata scritta. O, per usare le sue parole, la Costituzione “è morta, morta, morta”. Una corrente giuridica, ha detto Scalia, “così piccola che se prendi un cannone  e spari contro qualsiasi scuola di legge importante non colpiresti un ‘testualista’”. Scalia disprezza il pensiero utopico. “La Costituzione non è una bottiglia vuota in cui versiamo qualsiasi valore”, ha detto. “Perché si vuole lasciare questioni sociali enormemente importanti nelle mani di nove avvocati senza vincoli, non riesco a capirlo”. 

 

Bruce Allen Murphy ha pubblicato una nuova biografia intellettuale di Scalia, secondo cui il giudice però ha sprecato la possibilità di esercitare una reale influenza con la costruzione del consenso. E’ diventato un “artista solista”. Falso secondo il giurista Joshua Hawley: “Dal 1980, Scalia è stato l’unico giudice che ha costantemente invocato testo e significato originario per decidere di questioni costituzionali. Tre decenni più tardi, la sua analisi è un pilastro dei pareri del tribunale, tra i conservatori come fra i liberal. Lo stesso vale nell’accademia. Le idee di giustizia di Scalia hanno penetrato anche il dibattito popolare”.    

 

Qualche anno fa il New Yorker gli ha dedicato un ritratto monstre dal titolo “Fiducia suprema”. Scalia è nato nel 1936 a Trenton, nel New Jersey, ed è stato allevato in una famiglia cattolica, patriottica e intellettuale. Il padre, Eugene, emigrato dalla Sicilia da adolescente, era un traduttore letterario e professore di Lingue romanze al Brooklyn College, nonché un esperto di Dante. La madre, Catherine Panaro, figlia di immigrati italiani, faceva l’insegnante di scuola elementare. Antonin era il loro unico figlio (lui, invece, ne avrà addirittura nove). Il professor Scalia era un accanito sostenitore del perfetto uso della grammatica e avrebbe sempre ricordato al figlio di “usare il congiuntivo” nell’atto di scrivere le sue opinioni per la Corte suprema. Un padre morto leggendo “L’elegia scritta in un cimitero campestre” di Thomas Gray. 

 

“Abbiate il coraggio di soffrire il disprezzo del mondo sofisticato”, ha detto Scalia a un’aula gremita di studenti. “Non rincorrete l’opinione pubblica dominante”. Lui non lo fa mai e ormai le sue sono sempre opinioni di minoranza che fanno giurisprudenza. In un articolo sul Yale Law Journal del 1990, “Il catechismo costituzionale di Antonin Scalia”, il giurista George Kannar ha scritto che l’educazione cattolica di Scalia e la sua esposizione alle passioni esegetiche del padre hanno profondamente influenzato il suo approccio alla giurisprudenza. E’ un formalismo rigoroso che pone l’enfasi sul significato letterale del testo. Come il vecchio Scalia che diceva: “Una poesia è una poesia”. “Le parole hanno una gamma limitata di significati e nessuna interpretazione che va oltre questa gamma è ammissibile”, ha scritto il giudice in una sua opinione legale. Scalia ha frequentato la Xavier High School di Manhattan, un’accademia militare gesuita sulla 16esima strada (dove il futuro giudice era solito esercitarsi con una carabina calibro 22). Si è laureato nel 1957, primo della classe con una dissertazione sulla verità dai toni poetici: “I nostri giorni sono stati spesi nella caccia; ma la nostra preda era più sfuggente e più preziosa di qualsiasi orso di montagna. Eravamo cercatori della verità. La verità non ha ossa, non ha carne, nessuna forma solida. Per coloro che la cercano, è ovunque; per coloro che non la amano, non è da nessuna parte”. Scalia sarebbe diventato l’unico giurista conservatore dei venticinque studenti del suo anno. Ma un giudice anche capace di sorprendere i democratici, come quando stabilì che “bruciare la bandiera americana può essere libertà d’espressione”. 


Nel 1974 Nixon lo nominò all’ufficio di Legal Counsel del dipartimento di Giustizia (e da allora ha continuato a spostarsi tra il governo e l’accademia, all’Università di Chicago, a Stanford, a Georgetown). Fu durante quell’incarico, nel 1982, che definì il Freedom of Information Act, vacca sacra dei liberal, come “il Taj Mahal della dottrina delle conseguenze impreviste”. Ronald Reagan in quel periodo cercava dei giudici “che non fossero troppo buoni con i criminali e troppo duri per gli affari”. Scalia faceva al caso suo.  

 

Il giudice ha una scrittura inconfondibile, condita di analogie (i cosacchi, Nietzsche), riferimenti storici (Pace di Westfalia) e attacchi al vetriolo al parere di maggioranza (“ridicolo”, “assurdo”, “terribile”). I casi in cui ritiene che qualche professore o i giudici elitari stiano cercando di smantellare le posizioni morali del “popolo”, lo rendono particolarmente perfido nella formulazione. Nel 1996 ha espresso il suo dissenso solitario nella decisione che imponeva al Virginia Military Institute di ammettere le donne. C’è chi lo ha definito “un conservatore scettico sull’uso della legge come strumento di moralità”. Le “buone società – ha scritto il giudice – non vengono costruite da buone leggi, ma dall’effetto di una persona buona su un’altra”. In un saggio del 1987 ha indicato gli esempi di “buona società”: l’Atene di Pericle, la Roma di Cicerone, la Firenze di Dante, l’Inghilterra di Elisabetta I e l’America di George Washington. 

 

Scalia va a messa nella chiesa Santa Caterina da Siena a Great Falls, in Virginia, una delle ultime chiese cattoliche della zona di Washington dove si celebra una messa in latino. Un figlio, Paul, è sacerdote ad Arlington. Nel tempo libero, il giudice suona il pianoforte, va a caccia dell’anatra (anche con l’ex vicepresidente Dick Cheney) e gioca a poker con i membri del Congresso. E’ molto amico della collega ultra liberal Ruth Bader Ginsburg, con cui trascorre il Capodanno e che è – ha detto – “l’unica liberal con la quale vorrei rimanere bloccato su un’isola deserta”.  

 

Scalia è a favore della commistione di governo e religione e nei casi arrivati dinanzi alla Corte ha visto raramente un problema costituzionale nel finanziamento di gruppi religiosi da parte del governo o nel patrocinio governativo di simboli religiosi. Ha detto che la metafora di “un muro tra chiesa e stato” non si trova nella Costituzione. Una volta si è messo una kippà ed è andato a parlare nella sinagoga Shearith Israele a Central Park West. Le istituzioni americane – ha spiegato – “presuppongono l’esistenza di un Essere supremo”.  

 

[**Video_box_2**]Secondo Scalia, non c’è una costituzione che preveda il diritto ad abortire, semmai ce ne sono molte che tutelano il diritto contrario: il diritto alla vita. Da qui tutti i suoi pareri di minoranza nei casi in cui la Corte suprema ha rinnovato la validità della sentenza Roe vs. Wade. “Abbiamo leggi contro la bigamia, l’incesto e la prostituzione”, ha detto una volta a un pubblico liberal: “Se siete in grado di persuadere i cittadini del contrario, abolite tutte le leggi sessuali. Ma non venite a dirmi che sono state loro imposte. Non è questione se mi piaccia o meno, ma chi decide. Il popolo! E’ questo il motivo per cui aborto e sodomia sono stati proibiti per duecento anni e non si trovano nel Bill of Rights”. Non esattamente un paladino dell’Lgbt.

 

E’ contrario a contaminare la legge americana con il diritto internazionale, come su Guantanamo. “I giudici in molte parti del mondo sono arrivati a credere che hanno il mandato di decidere le più grandi questioni morali. Se ci credi ovviamente citi la Corte di Strasburgo perché quei giudici indossano toghe tanto quanto voi”, ha argomentato con i colleghi. “Ma i giudici non sono gli arbitri morali del mondo”, ha aggiunto, lui che è favorevole alla pena di morte anche a costo di scontrarsi con la chiesa cattolica. E all’obiezione della presidente dell’American Civil Liberties Union, Nadine Strossen, che l’ottavo emendamento proibisce pene “crudeli e inusuali”, ha risposto: “Non è crudele”.  

 

Quest’antimoralista di rango una volta ha detto a un pubblico di studenti di legge che pendevano dalle labbra dei nove giudici togati: “Chi pensa che i giudici riflettano le idee del popolo ha bisogno di farsi visitare”.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi