Una strage di comici

Uccisi tutti dal politicamente corretto. Perché gli americani, soprattutto gli studenti, non sanno più ridere. Jerry Seinfeld ha annunciato che non farà più spettacoli nei college. I ragazzi strillano: “Sessismo! Razzismo! Pregiudizio!”.
Una strage di comici

Jerry Seinfeld è stato il mattatore di una acclamata serie tv che portava il suo nome: 180 episodi in onda sulla Nbc dal 1989 al ’98

Una ventina d’anni fa il critico d’arte australiano Robert Hughes prese le misure alla cultura del piagnisteo, elencandone i disastri. Non solo in pittura. Parlando di libri, vuol dire “abbasso gli scrittori bianchi, maschi e morti”. Largo alle minoranze oppresse, e pazienza se un griot africano o una femminista nera non procurano piaceri paragonabili, per linguaggio e trame e brio, a William Shakespeare. Un risarcimento – sostengono i piagnoni che occupano le cattedre di Cultural Studies, anche dire letteratura pare brutto – è dovuto per il colonialismo e l’oppressione. Si mettano il cuore in pace i critici come Harold Bloom che compilano il “Canone occidentale”, offensivo fin dal titolo. Hughes segnalava la tragedia, abbastanza tempo è trascorso per voltarla in farsa: basterebbe la guerricciola che la romanziera Jodi Picoult ha intrapreso – senza il seguito sperato – contro Jonathan Franzen. Lui sì che può parlar di amori, disamori e famiglie, se lo fa una scrittrice viene relegata nello scaffale dei libri per signore.

 

Ora sono i comici a fare da bersaglio. Nelle scorse settimane, il veterano Jerry Seinfeld (mattatore della fantastica serie che porta il suo nome, 180 episodi in onda sulla Nbc dal 1989 al 1998) e la new entry Amy Schumer (regina dell’altrettanto spassoso e personalissimo show televisivo “Inside Amy Schumer”) hanno denunciato i guai arrecati alla comicità dalla correttezza politica, che del piagnisteo è figlia. Divieto dopo divieto, suscettibilità dopo suscettibilità, la gloriosa tradizione dei battutisti americani si sta trasformando in un campo minato. Stufo marcio, Jerry Seinfeld ha annunciato che non farà più spettacoli nei college. Invece di ridere, gli studenti strillano: “Sessismo! Razzismo! Pregiudizio!”.

 

Anche il nero Chris Rock (lanciato dai film con Eddie Murphy, poi mattatore nella serie “Tutti odiano Chris”) segnala incomprensioni con i ventenni. In un’intervista uscita l’anno scorso sul New York Magazine, raccontò di aver rinunciato agli spettacoli universitari. Gli studenti allevati in cultura dove ormai lo sport si pratica senza segnare i punti – i perdenti potrebbero ricavarne traumi tremendissimi – non ridono più alle battute: si indignano e chiedono riparazione (non capita solo ai comici: tra le vittime dei nuovi censori, alla Columbia University, si contano le “Metamorfosi” di Ovidio, per via di qualche mitologico stupro).

 

A Chris Rock, classe 1965, per un po’ è venuto il dubbio di aver perso smalto: “Non faccio più ridere gli studenti, sarà che sto invecchiando”. Lo ha insinuato anche un commentatore americano a proposito di Jerry Seinfeld, nato nel 1954 (“ask your parents”, “chiedete ai vostri genitori”, metteva tra parentesi dopo il nome del comico, da lui considerato passatello). Accusa rilanciata dal Guardian contro Amy Schumer: le battute della bionda sui latinomericani non fanno ridere, son bieco razzismo. Se una ragazza dice “I used to date latino guys, now I prefer consensual” – più o meno: “Una volta uscivo con i messicani, ora preferisco scopare di comune accordo” – offende la dignità dei giovanotti che hanno clandestinamente varcato la frontiera a El Paso. Se invece in uno sketch Amy Schumer patteggia con Dio (per l’occasione, Paul Giamatti vestito di bianco) – “un pompino e mi fai passare la malattia venerea” – e l’Altissimo risponde “sono gay”, nessuno alza un sopracciglio. Amy Schumer ha risposto al Guardian con un lungo post battagliero, firmandosi “una mezza sporca ebrea” (non è elegante rispondere alle critiche, un tocco di self-hating ci stava).

 

Sulla rivista online Salon altri dieci comici – tra cui John Cleese dei Monty Python – ribadiscono i danni arrecati dalla correttezza politica, che sicuramente avrebbe impedito a Lenny Bruce, ai tempi suoi, il monologo sui negri sugli ebrei e sugli “spaghetti”, intesi come italiani. Sull’Atlantic, David Sims riprende la questione, distinguendo tra sovversivo e offensivo: e pare chiaro – a fare due più due – che nella categoria dell’offensivo si troverebbe declassato anche Lenny: una quarantina di anni dopo i fatti, non pare propriamente un progresso. Il caso Schumer viene rubricato invece tra le crisi di crescenza, “growing pain”: non tutte le battute nascono riuscite, durante il rodaggio può capitare che l’offesa prevalga sulla risata.

 

Gilbert Gottfried su Playboy parla di “Apology epidemic” e contribuisce all’epidemia scusaiola scusandosi con tutti i permalosi prima di argomentare. “Ormai il pubblico va trattato alla stregua di una moglie o di una fidanzata: qualsiasi cosa fai, sei in torto”, attacca simpaticamente (non vogliamo sapere cosa pensino le femministe, lo hanno lasciato in pace perché non tengono Playboy sul comodino). Immagina i comici del passato, con il loro bagaglio di scuse postume: Chaplin verso i barboni, W. C. Fields verso gli alcolizzati (anche i cani e i bambini, per aver detto “uno che odia così tanto i cani e i bambini non può essere completamente malvagio”), i fratelli Marx verso gli italiani, le grassone, i muti (e aggiungiamo noi anche le arpiste, bersaglio di Harpo).
“Clapter” è un termine coniato da Seth Meyers – anche lui uscito dal grande vivaio del “Saturday Night Live”, ora titolare di uno show su Nbc – per indicare le battute “politiche”: ricevono applausi di consenso e complicità, ma ridere non fanno. Finalmente abbiamo un nome per gli sketch che in Italia chiamiamo satira: ci stanno tutta Sabina Guzzanti e un bel po’ di Maurizio Crozza. “Clap” come applauso, incrociato con “laughter”, genuina missione dei comici prima dei divieti e delle cautele e dei distinguo. Il nuovo obiettivo sarebbe dunque la complicità ideologica, nemica dello sghignazzo. O l’umana pietà: alla prossima scivolata sulla buccia di banana – grado zero della comicità secondo chiunque abbia provato a spiegarla – niente risate ma un’ambulanza, e un analgesico, un comizio sulla pericolosità delle strade cittadine.

 

Per farsi due risate resterà la lettera aperta con cui uno studente “politicamente corretto” risponde a Jerry Seinfeld (il comico intanto era sotto attacco anche sul fronte interno: la figlia quattordicenne diceva “sessista” alla madre, per la frase “nei prossimi anni andrai più spesso in città per vedere qualche ragazzo”). “Amante della comicità che offende e provoca”, parole sue, epperò portavoce di chi appartiene a una categoria superiore – “noi studiamo la società, l’economia e la politica” – quindi sensibile ai mali del mondo (“tua figlia a 14 anni non sa cosa vuol dire ‘sessista’, però noi lo sappiamo, quindi taci”). Non è che non si possa parlare di stupri e di messicani – meglio comunque non nella stessa battuta. Lo si può fare soltanto in presenza di un messaggio, “perché queste cose non debbano più accadere”. Nella foga della non-argomentazione, lo studente del college salva Louis C. K.: se dice “bianchi è meglio”, lo fa per denunciare la supremazia del maschio anglosassone. Al primo della classa deve essere sfuggita – troppi saggi da portare all’esame – la puntata di “Louie” dove il nostro si insinua tra una coppia di lesbiche, si scopa – per pietà più che per smania – la madre surrogata al nono mese, facendola partorire d’urgenza all’ospedale pubblico invece che nella clinica equa, solidale, vegana, ayurvedica e acquatica.

 

Non si offendono solo i giovani, che pure dovrebbero essere più inclini ad accettare battute che non fanno prigionieri: paiono invece la prima generazione che salta la fase incendiaria per salire a vent’anni sul carro dei pompieri. Ci sono anche i social network. Una fortuna che non esistessero quando i fratelli Coen misero in “Fargo” lo scambio di battute: “Com’è la donna ideale?” / “Alta un metro e con la testa quadrata per appoggiarci la birra”. “Certe reazioni su Twitter mi fanno pensare con nostalgia alla folla che lincia”, insiste Gilbert Gottfried, che essendosi preventivamente scusato con l’universo mondo ora ne approfitta.

 

L’ultimo caso twittarolo riguarda Trevor Noah, il comico scelto per prendere il posto di Jon Stewart che dopo diciotto anni lascia il suo show su Comedy Central. A giudicare dalla biografia, uno come Noah dovrebbe poter dire qualsiasi cosa. E’ nato in Sudafrica, da padre svizzero e madre di Soweto (quando vivevano a Johannesburg e vigeva l’apartheid era costretta a fingersi la donna di servizio). Macché: qualcuno si è preso la briga di sottoporre a scrutinio i suoi vecchi tweet. Bocciati: offendono gli ebrei e i neri, in che graduatoria non si capisce esattamente (la battuta incriminata era “dietro un miliardario nero che ha fatto fortuna con l’hip hop c’è un impresario ebreo plurimiliardario”). Siccome a pensar male si fa peccato ma si indovina, bisogna pur mettere in conto il fatto che Trevor Noah ha 31 anni, e che ha ottenuto l’incarico quando tutti erano convinti che lo show più progressista della tv americana spettasse di diritto a una signora. Ed è un vero spasso quando la correttezza politica si scontra con altra correttezza politica, in un garbuglio impossibile da districare: oggi le accuse non toccano ai comici conservatori, ma alle nuove leve formate appunto da donne e neri.

 

“Sick in the Head - Conversation about Life and Comedy” è un libro di Judd Apatow – “Molto incinta”, “40 anni vergine”, produttore della serie “Girls” – dedicato al più faticoso mestiere del mondo: non la miniera ma il lavoro da stand up comedian (lo pubblica Random House). Battutisti soli davanti a un microfono, di fronte a un pubblico spesso ostile. Specialmente agli inizi, per buttarsi serve coraggio. E il coraggio, spiega Apatow, nel suo caso – e sospetta anche in molti altri casi – veniva dalla sfigataggine. Era il più mingherlino della scuola, l’ultimo a essere scelto quando si formavano le squadre, nessuna ragazza se lo filava. I suoi comici preferiti erano i fratelli Marx, Lenny Bruce, Jerry Seinfeld: tutta gente capace di smascherare l’idiozia e portare un po’ di risate in questa valle di lacrime. Stando così le cose, la richiesta di attenuare i toni in nome della correttezza politica sembra ancora più assurda. “La paura e la rabbia mi hanno fatto diventare quel che sono”, insiste Apatow, che come buffetto da parte di papà e mamma ricorda frasi del tipo: “Chi ha detto mai che la vita è una passeggiata?”. Diventato genitore, il comico spera di rompere abbastanza le scatole a sua figlia: l’unica spinta – conosciuta e infallibile – per far combinare qualcosa nella vita (ditelo a chi non segna i punti nelle gare sportive).

 

[**Video_box_2**]Allora si poteva contare soltanto sui dischi, per imparare a memoria gli spettacoli dei comici più famosi (ora si trova tutto su internet, gran bel vantaggio per un giovanotto che voglia intraprendere la professione). In cerca disperata di maestri che gli rivelassero i segreti del mestiere, Judd Apatow – che come gli altri nerd, quando i nerd non erano di moda, si consolava lavorando alla radio della scuola – scrisse a tutti i comici che conosceva, chiedendo un’intervista. E passando sotto silenzio un paio di dettagli: aveva quindici anni, la potenza del segnale non andava oltre il parcheggio. Il primo a rispondere “si può fare, diamoci un appuntamento” fu proprio Jerry Seinfeld.

 

Questo facevano gli studenti negli anni 80, altro che mettere in croce i comici in tournée (da queste interviste e da molte altre – Judd Apatow non ha perso il vizio – è nato il libro, l’indice dei nomi va da Sarah Silverman a Jim Carrey, da Jon Stewart a Mel Brooks, da Spike Jonze a Roseanne Barr). Se uno era interessato alla comicità, studiava per imparare l’arte. Gli altri – i tiepidi, i seriosi, i convinti che le lacrime o il compatimento siano più adatti a raccontare l’esistenza, i privi dalla nascita di senso dell’umorismo (esistono) – si dedicavano all’ippica, alla filologia romanza, al duomo da fabbricare con i fiammiferi. Non si buttavano su Twitter in cerca di battute da reprimere, calamitando follower altrettanto indignati.

 

L’allarme “scorrettezza politica, attenzione!” funziona come il meccanismo che rende la pubblicità comparativa utile per i piccoli e superflua per i grandi. Sei un microbo, attacchi il gigante, non è proprio il quarto d’ora di celebrità promesso da Andy Warhol ma ci va vicino. Garantita una medaglietta con la scritta: fustigatore del potere e paladino della nuova etica. E’ perfino difficile tenere il conto di quante cose siano andate storte, e di quanti equivoci si siano accumulati, per arrivare a questo sorprendente risultato: il potere identificato con i comici, e l’etica con il divieto di risata.

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