Il sorriso dell’assassino

Ricordate? Il terrorista tunisino rideva mentre sparava sui turisti in spiaggia. Aveva lo stesso ghigno dannato e isterico di Pol Pot, Mengele, Manson e Mohammed Atta.
Il sorriso dell’assassino

Seifeddine Rezgui, lo studente tunisino di 23 anni militante dello Stato islamico che otto giorni fa ha fatto strage sulla spiaggia di Susa

Il malvagio che sghignazza ferisce l’umanità. John Wayne Gacy Jr. si travestiva da clown, “Pogo il clown”, per i bambini del quartiere. Ridevano tutti assieme. Ma lui rideva di più. In sei anni, tra il 1972 e il 1978, ne uccise trentatré di ragazzi tra i nove e i ventisette anni. Li nascondeva sotto il pavimento. Sopra ci recitava da clown. Diverso il riso catatonico, quasi un buco nero, di Jeffrey Dahmer, il mostro di Milwakee che faceva a pezzi le sue vittime. Inarrivabile il Malcolm McDowell che recita la parte del serial killer di Rostov. Lo ha voluto impersonare dopo averne visto “il sorriso goffo e sghembo in un filmato”.

 

Di Pol Pot, che sterminò un terzo della popolazione cambogiana nel tentativo perverso di reinventare, letteralmente, la società, si parlava come di “una persona sorridente che emana serenità”. Scrive Peter Fröberg Idling nel suo libro “Il sorriso di Pol Pot”: “I Khmer rossi sorridevano tutti allo stesso modo: un sorriso affettato, come se copiassero qualcun altro. Una sorta di sogghigno privo di gioia. Pol Pot sorride. Ieng Sary sorride. Khieu Samphan sorride. Lo stesso strano sorriso”. Samphan era l’asceta rosso che combatteva la corruzione, che andava al ministero in bicicletta, che lasciava che la madre continuasse a vendere banane arrostite all’angolo della strada e che nel frattempo pianificava il genocidio del proprio popolo. Come scrisse Charles Meyer, consigliere francese del principe Sihanouk, “dietro il sorriso dei Khmer rossi c’era molta violenza”.

 

In aula, nel 1987, rideva sul banco degli imputati Klaus Barbie, il “boia di Lione”, capo della Gestapo nella città francese durante l’occupazione nazista, responsabile della cattura di centinaia di ebrei francesi. Il suo “capolavoro” fu la deportazione di 44 bambini ebrei catturati in una colonia-rifugio a Izieu. Il più piccolo aveva tre anni, il più grande diciassette: nessuno si salvò.
Nel 2007, l’Us Holocaust Memorial Museum rese pubblico un album che conteneva 116 fotografie di ufficiali nazisti nel campo di concentramento di Auschwitz. Si vede Josef Mengele, il medico del campo famigerato per i suoi esperimenti, che sorride mentre le camere a gas operano notte e giorno nei camini della vicina Birkenau. “Ridere ad Auschwitz”, titolò il settimanale Spiegel. In un altro scatto, dodici ausiliari delle SS siedono felicemente su una ringhiera a mangiare mirtilli. La foto era stata scattata nel 1944 a Solahütte, una casa di villeggiatura ad Auschwitz, mentre migliaia di persone venivano uccise e cremate nel campo di sterminio vicino. In alcune foto, ufficiali delle SS ridono e cantano. Fra di loro, Mengele. Una sopravvissuta ai suoi esperimenti, Eva Kor, lo ricorda ridere mentre spiegava alle sue cavie che non rimaneva loro da vivere che pochi giorni.

 

E’ allucinato il riso di Charles Manson, prototipo del Joker, pubblicato sulla prima pagina del Los Angeles Times. Le più feroci al suo servizio furono le donne. Nella villa di Bel Air, infierirono con il coltello su Sharon Tate, la moglie di Roman Polanski, e inzupparono un asciugamano nel suo sangue per scrivere la parola “Pig” sulla porta di casa. Porco. Signorine cattoliche, tutte di buona famiglia, prestate alla teoria del subumano da uccidere (il pig) per sperimentare il massimo godimento (“Oh, è meglio di un orgasmo!”, disse ridendo Susan Atkins a Ronnie Howard). Poi arriveranno i jihadisti contro “i figli di maiali e scimmie”. All’epoca del processo, tutta la stampa californiana underground salutò Manson come un messia, mentre davanti al tribunale non mancavano mai i picchetti di menadi che digiunavano per maledire chi teneva ammanettato quel Cristo laico. Gli imputati, prima di essere caricati sul furgone, ricevevano dal pubblico fiori, dolci, opuscoli apologetici, bigliettini d’amore. Manson, magro e storto, brutto e misero, indossando ciabatte di spugna rideva e testimoniava in aula: “Io non penso come voi. Voi date un’importanza alle vostre vite”.

 

E’ lo stesso messaggio che oggi lanciano all’occidente gli islamisti: “Voi amate la vita così come noi amiamo la morte”. Adesso sono i terroristi islamici, infatti, che ridono e spengono vite umane. Ma il loro è un sorriso inerte, inebetito. E’ quello che è conosciuto nella tradizione islamica come “bassamat al Farah”, o “sorriso della gioia” scatenato dal proprio, imminente martirio e accesso nel cielo delle vergini. Dopo l’11 settembre, verrà composto anche un sonetto in onore di Mohammed Atta dal titolo “Sorridi al cielo”. Una combinazione seducente di senso di colpa post-coloniale e di condiscendenza liberal ha offuscato i nostri sensi morali e ci ha reso ciechi al sorriso di questi messaggeri di morte che continuano a colpire.

 

Secondo i testimoni, Seifeddine Rezgui, mentre uccideva i turisti occidentali sulla spiaggia di Sousse, “mostrava un grande sorriso”. Sorrise anche alla guardia del resort di lusso, dicendogli “voglio soltanto gli occidentali”, mentre gli risparmiava la vita perché musulmano. A Sarissa, in Kenya, terroristi descritti dai sopravvissuti come “sorridenti” separavano studenti cristiani e musulmani mentre abbattevano i primi con i kalashnikov, uno a uno. E il terrorista della maratona di Boston, Dzhokhar Tsarnaev, emulo di Klaus Barbie, nell’udienza in cui è stata formalmente emessa la sentenza di condanna a morte non ha mai smesso di ridere di fronte alle sue vittime presenti in tribunale, molte delle quali rimaste mutilate.

 

Un video girato il 18 gennaio del 2000 in Afghanistan mostra Mohammed Atta e Ziad Jarrah, i due capi del commando suicida che si sarebbe schiantato contro le Torri gemelle e in Pennsylvania. I terroristi scherzano e ridono a crepapelle tra di loro. E’ un riso febbrile, isterico, pallido. I giornali tedeschi hanno poi raccontato la storia del “kamikaze sorridente”. Un giovane uomo che guarda direttamente nella fotocamera. Sorridendo, con il dito puntato verso il cielo, ad Allah. L’uomo è un cittadino tedesco di origine turca, Cüneyt Ciftci, originario di Frisinga, in Baviera. Il fungo della sua bomba umana è salito a ottanta metri verso il cielo.

 

Un sorriso luminoso, infantile, rallegrava il volto di Amrozi bin Nurhasyn durante il processo per l’attentato di Bali. Colpevole di aver ucciso 202 persone facendo esplodere un’autobomba, Nurhasyn rideva mentre spiegava ai magistrati che le stragi avrebbero incoraggiato la gente a riavvicinarsi alla religione indebolendo “l’influenza dei corrotti turisti stranieri”. Non ha mai abbandonato il sorriso Hakim Awad, il terrorista palestinese condannato a cinque ergastoli per l’assassinio di cinque membri della famiglia Fogel a Itamar. Padre, madre e tre bambini, tutti sgozzati mentre dormivano. In tribunale faceva il segno di vittoria ridendo ai parenti delle vittime.

 

La svolta qualitativa nel terrorismo contro Israele avvenne proprio quando la madre di un kamikaze votato al suicidio si fece riprendere in un video in cui abbracciava e benediceva il figlio con un grande sorriso sulle labbra. Accadde a poche ore dall’attentato dell’8 marzo 2002 contro l’insediamento ebraico di Atzmona, a sud di Gaza, culminato con la strage di studenti religiosi. Il suo nome era Mohammad Farahat e aveva solo diciannove anni. “Sono stata io a spingere mio figlio a compiere la Jihad sulla via di Dio. E’ un dovere religioso che dobbiamo adempiere” disse la madre in un video registrato da Hamas. “Non sarebbe stato giusto far leva sugli affetti per dissuaderlo. Non devo dar retta ai miei sentimenti materni, devo sacrificarli per un fine più nobile. Proprio perché amo mio figlio devo desiderare per lui ciò che è meglio, e il meglio non è questa vita terrena, no, è la vita eterna. Se io amo veramente mio figlio, devo desiderare per lui la vita eterna”. E finì concedendo un grande sorriso alla telecamera.

 

Nel 2002, attentatori palestinesi attaccarono un seggio del Likud a Beit Shean. Sette le vittime. “Ho aperto la finestra e ho semplicemente visto il terrorista in piedi, che sorrideva sparando in tutte le direzioni”, racconterà Galit Cohen, testimone oculare del massacro. L’anno dopo, ancora in Israele: era uno splendido sabato di sole, la spiaggia di Haifa era affollata degli ultimi bagnanti della stagione, quando Henadi Jaradat lasciò la sua casa di Jenin, in Cisgiordania, ha attraversato il valico di Barta e accompagnata da un arabo israeliano raggiunse il ristorante Maxim. Il corpetto era pronto a seminare la morte, ma Henadi voleva gustare ogni momento. Un cameriere arabo le portò il menu e prese l’ordinazione. La terrorista mangiò con calma, sorrise alle famiglie israeliane che consumavano ignare il loro ultimo pasto, che respiravano i loro ultimi soffi di vita. Poi si fece esplodere. L’ultima cosa che le sue vittime hanno visto è stata un sorriso mefistofelico.

 

Francesco De Rosa era il comandante dell’Achille Lauro quando nell’85 la nave da crociera fu attaccata e dirottata da un commando di terroristi del Fronte per la liberazione della Palestina. Di Abu Abbas e dei suoi uomini, che uccisero e gettarono in mare un passeggero ebreo con passaporto americano, disabile, Leon Klinghoffer, ricordava soprattutto il sorriso. “Un sorriso maligno, che mi ha accompagnato sempre”.

 

Nel 1983, a Beirut, un kamikaze a bordo di un camion di dinamite andò a schiantarsi contro il quartier generale dei marines, provocando 225 morti. Una guardia che sparò contro l’autista suicida riferì poi: “Era giovane e sorrideva, per lui morire sembrava piacevole”.

 

[**Video_box_2**]Ancora Libano: ancora espressioni beffarde e illuminanti. Furono soprattutto due filmati, in cui si potevano seguire minuto per minuto le fasi finali di due attentati compiuti da giovani libanesi (un ragazzo e una ragazza) che a bordo di vetture cariche di dinamite si erano lanciati contro autocolonne dell’esercito israeliano, a impressionare gli spettatori d’oltre Atlantico, a far capire loro che il termine “Jihad” non era semplice propaganda. Nelle prime sequenze li si vedeva sorridenti e ridanciani, mentre annunciavano la loro operazione suicida, la preparavano, ne spiegavano i motivi dicendo: “Ci sacrifichiamo affinché altri possano vivere”.

 

Dal medio oriente al Caucaso, lo scenario non cambia di molto. Zalina, un’adolescente che fu testimone della strage di Beslan, di quel carnaio di 186 bambini assassinati nella scuola osseta nel settembre 2004 ha un’immagine in particolare stampata nella mente: “Quando i ragazzi hanno rotto i vetri per scappare, un terrorista li ha inseguiti e si è messo a sparare alle loro schiene. Non dimenticherò mai come sorrideva mentre sparava”. Un video, ottenuto dalla Cbs, mostra i terroristi islamici che ridono con i fucili rivolti ai bambini piangenti di Beslan. Alcuni vennero uccisi perché avevano chiesto di fare la pipì. L’unico terrorista sopravvissuto a quel mattatoio, Nurpashi Kulaev, oggi detenuto in una prigione russa nel Circolo polare artico, ha detto con una smorfia sorridente: “Non provo pentimento per quello che ho fatto”. Era cosa buona e giusta spazzare via dalla faccia della terra tutti quei bambini e insegnanti.

 

Lo Stato islamico in Siria e Iraq ha usato le fotografie dei combattenti uccisi mentre posano sorridenti, post mortem, come strumento di propaganda per reclutare altri giovani. Appaiono beati dopo la morte in battaglia. Una prova che il paradiso dei “martiri” esiste? La faccia barbuta di un terrorista è come congelata in un ampio sorriso ultraterreno. “Lui diceva sempre: ‘Quei martiri sorridono. Che cos’è che vedono?’”, ha scritto un compagno di guerra santa in omaggio al combattente, identificato come Abu Hamad al Saya’ri.

 

E’ stato proprio con la distruzione di un grande sorriso, quello impresso sul volto dei meravigliosi Buddha di Bamiyan, in Afghanistan, che il terrorismo islamico ha inaugurato – nel marzo del 2001, sei mesi prima delle Torri gemelle – questa lunga guerra. I talebani volevano deturpare quel volto sublime riportando la paura fra gli uomini. Avevano un sorriso paziente, calmante, i grandi Buddha afgani. Al loro posto, su tutta l’umanità, da allora è calato il ghigno feroce del jihad.

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