E' anche figlio mio

I genitori disperati perché i loro figli sono stati rapiti, il magnate che aiuta a liberarli con i cerchi concentrici. Un diario da scrivere. Al buio
E' anche figlio mio

Non si può chiedere a una mamma o a un papà di non provarci, di non implorare aiuto (nella foto, Jim Foley, rapito nel 2012, poco prima della decapitazione, nell’agosto dello scorso anno)

L’attesa dei genitori di un rapito, che sia un giornalista o un attivista o un operatore delle ong o un idealista o tutt’e quattro le cose assieme, è scandita dai cerchi concentrici disegnati su una lavagna. Il cerchio più piccolo è quello in cui ci sono le guardie, i torturatori, gli occhi che osservano e giudicano e non capiscono e comunque reagiscono. Un genitore non può nemmeno concepire il cerchio più piccolo, è il cerchio dell’angoscia, della prigionia, durante la quale tutto può accadere, la morte, la salvezza, non lo sai finché non lo sappiamo tutti, anche noi estranei che guardiamo e ci interroghiamo, cinici e antipatici: perché siete andati a farvi rapire? Tutt’attorno ci sono gli altri cerchi: uno comprende i capi delle guardie; un altro l’entourage dei capi; l’ultimo, il più grande, tutti i possibili contatti con l’entourage, formali e soprattutto informali. Sono i cerchi concentrici del piano per provare a portare a casa un ostaggio, dopo che il governo ti ha detto che non può fare molto, non ha contatti, non ha soldati, non ha informazioni, non ha intelligence, non sa nemmeno chi può averlo rapito, tuo figlio.

 

A inventare questo modello è stato un signore sessantenne quasi pelato che detesta essere abbracciato, che parla adagio soppesando le parole, che è il proprietario dell’Atlantic Media Company (cioè dell’Atlantic, magazine meraviglioso, e anche di molte altre testate, tra cui una in voghissima: Quartz). Vive in una bella casa a Washington, un Palazzo di vetro privato, dove tra una portata e l’altra si fa diplomazia e filantropia, si incontrano miliardari o giudici della Corte Suprema, si fanno chiacchiere off the record, e si prova a salvare qualche vita americana. Lui si chiama David Bradley, Lawrence Wright ha raccontato la sua storia sul New Yorker, ributtandoci in mezzo alle oscenità che nell’ultimo anno abbiamo cercato di dimenticare, o forse di assimilare, quando abbiamo capito che la sovraesposizione all’orrore è the new normal. Era il 19 agosto del 2014 quando fu pubblicato il video dell’uccisione di Jim Foley: un ragazzo vestito di nero, con il volto coperto, inveisce contro l’occidente con impeccabile accento britannico, e stacca la testa dal collo di Foley, il giornalista rapito il 22 novembre del 2012, che mantiene la sua fierezza fino all’ultimo (così mi hanno raccontato, non sono riuscita a guardare quel video fino in fondo, non ci riesco mai: una volta sono stata obbligata per ragioni di lavoro a vedere il filmato del ragazzino che spara in testa a due cosiddette spie russe, la mano ferma, l’orgoglio del bambino che sa che gli diranno bravo – mai più).

 

Bradley ha cercato di salvare anche Jim Foley. I genitori del freelance, John e Diane, un medico e un’infermiera di una piccola cittadina del New Hampshire, sono stati invitati a Washington, assieme ad altri genitori con la stessa angoscia: un figlio rapito, poca assistenza, alcuni contatti dai rapitori, molti calcoli su quel che si può vendere, del proprio patrimonio, per pagare il riscatto richiesto. Perché i genitori vogliono sempre pagarlo, il riscatto. Anche se la linea ufficiale del governo – e su questo gli americani non transigono – è nessun pagamento mai, queste famiglie controllano cosa fanno gli altri, vedono gli europei che spendono centinaia di migliaia di euro per portare a casa i loro ostaggi, s’interrogano sui divieti e sull’ipocrisia di finanziare alcuni gruppi terroristici e altri no, si fidano quando un agente dell’Fbi dice che, poi, non è mai successo che un genitore finisse in galera per aver dato dei soldi ai terroristi per liberare un figlio. Così sono diventati esperti di crowdfunding e Bitcoin, questi signori che non possono rivelare a nessuno il loro segreto tragico, perché c’è silenzio stampa sugli ostaggi, perché i rapitori minacciano: ammazziamo vostro figlio se parlate, e allora è inutile che vai a confidare qualcosa al vicino di casa, anche se ti vede piangere in garage perché oggi non sei riuscito a trattenere le lacrime fino al tinello, ti farebbe domande cui non sai rispondere, ne parlerebbe con quel conoscente in comune, e dalla pietà si passerebbe allo scoop giornalistico, tutta la verità sul rapito in Siria, raccontata dal cugino del cugino. Devi tacere e fingere, andare in chiesa, dire che va tutto bene, e il diario che tieni per raccontare quel che accade intanto che tuo figlio, o tua figlia, è in ostaggio serve a mettere in fila le emozioni, la paura e la speranza, poi lo leggeremo insieme, tesoro, così sapremo come è andata, tu nel tuo silenzio io nel mio, tu nel tuo buio io nel mio, perché tornerai a casa, certo che tornerai.

 

I genitori di Foley si sono trovati lì, a casa Bradley a cena, mangiando pollo e condividendo, per la prima volta, il loro dolore con altre quattro coppie: i genitori di Kayla Mueller, Steven Sotloff, Peter Kassig e Theo Padnos. Parlandosi, questi signori dalle vite tanto diverse, in soggezione nella sala grande in cui erano stati convocati, hanno visto nelle storie di sconosciuti le somiglianze, i figli così uguali, quando tornano diventeranno amici – alcuni lo erano già, si erano incrociati in quelle terre disperate in cui entri di contrabbando e non sai se uscirai, la Libia, l’Iraq, soprattutto la Siria, ma i genitori spesso non lo sapevano. Il più grande rimpianto, mentre sei lì che aspetti fissando cerchi concentrici, è di non aver mai pensato di farti dire una destinazione, un contatto, una password, e i genitori poi si devono improvvisare esperti di medio oriente, là c’è lo Stato islamico, qui al Qaida, qui il regime, qui non si sa, cittadine mai sentite e impronunciabili che diventano tutto d’un colpo familiari, ah sì forse in quella telefonata in cui non si sentiva niente ha detto quel posto, forse è lì che dobbiamo cercare. Il padre di Peter Kassig (un operatore umanitario, è stato ucciso dallo Stato islamico nel novembre del 2014) non è nemmeno riuscito a sentire bene la telefonata in cui qualcuno gli comunicava che suo figlio era stato rapito, aveva un telefono di quelli che nessuno usa più, i suoi studenti lo prendevano sempre in giro, aveva visto un numero straniero, non era riuscito a rispondere in tempo, mi richiamerà, aveva pensato, poi un altro squillo, una voce sconosciuta, un gran frastuono per strada e solo una parola captata, ma avrò capito bene?, “detained”.

 

Qualcuno di loro c’era già passato, anche Jim Foley era stato rapito una volta, in Libia, ed era riuscito a scamparla. Perché dobbiamo ripassarci di nuovo?, si tormentavano i suoi genitori, ma in fondo ci speravano, si è salvato una volta, accadrà ancora. La “blonde bombshell” del team di Bradley, un’avvocatessa della west coast americana che ha passato molto tempo in Afghanistan a studiare i talebani e che ora opera nella regione per salvare gli ostaggi – si fa chiamare con un nome fittizio, Mary Hardy –, ha una teoria. Per sopravvivere in mezzo a tanti pericoli, stati falliti, jihadisti e un gran bisogno di far soldi facilmente per finanziare la propria battaglia, “ci vuole un terzo di buona gestione, quante persone lavorano con me, e quanti ‘bad guys’ ci sono là fuori? Un terzo di buona volontà locale. E un ultimo terzo, la fortuna”. Se sei già stato rapito una volta, e ti sei salvato, il tuo bonus di “good luck” è presumibilmente esaurito. Soprattutto: per quante volte ancora vuoi mettere il tuo paese e la tua famiglia a rischio? “Se vai in quei posti, devi farti prima parecchie domande – dice Hardy – Il fare da macho ti fa dire: ‘Voglio correre il rischio’. Ma a rischio non ci sei solo tu e la tua libertà”. Quando il confine tra Turchia e Siria è diventato affollatissimo, chi in quelle terre girava già da un po’ si risentiva (Foley chiamava gli avventurieri “beirdos”, tipi bizzarri con la barba): i terroristi intuirono il business, e gli habitué compresero il pericolo. Ma non si fermarono. Discutevano dei rischi, ma continuavano a passare il confine, dentro e fuori, “è facile sentirsi invincibili, anche con tutta quella morte attorno”, ha scritto Sotloff a Janine di Giovanni, responsabile del medio oriente per Newsweek, “è come se dicessi: questo è il mio film, idiota, non posso morire”. Sotloff è stato rapito ad Aleppo nell’agosto del 2013. Quando Foley è stato ucciso il suo boia ha detto all’Amministrazione Obama: se non smetti subito di colpirci, toccherà a Sotloff. Il 2 settembre del 2014, il video dell’uccisione di Sotloff, israelo-americano che aveva studiato arabo in Yemen e aveva seguìto per i migliori magazine d’America le primavere arabe, era diventato pubblico: qualche giorno dopo Obama avrebbe fatto il famoso annuncio sul “degrade and destroy” lo Stato islamico.

 

[**Video_box_2**]La cena organizzata da David Bradley e sua moglie Katherine, con il giardino con le magnolie già allestito per il gran ricevimento del giorno successivo, risale al 13 maggio del 2014. La prima esperienza con la morte sul campo Bradley l’aveva avuta nell’aprile del 2003, quando il direttore che aveva assunto all’Atlantic, Michael Kelly, era stato ucciso in Iraq a missione militare appena iniziata. “Mi trovo in difficoltà a far fare a un mio collega quel che io non so fare”, disse Bradley al funerale. Poi andò a Baghdad, e quasi morì di paura, tra rapimenti e stragi e i video di al Zarqawi. La prima esperienza con i rapimenti Bradley l’aveva avuta quando era stata presa in ostaggio, in Libia, Clare Gills che non era dipendente dell’Atlantic ma aveva scritto alcuni articoli per il magazine. In quell’occasione Bradley inventò il modello dei cerchi concentrici, che funzionò.
Cresciuto in Maryland, a tredici anni Bradley sognava di diventare senatore del suo stato entro i trent’anni. A vent’anni andò a lavorare alla Casa Bianca di Nixon, come stagista, proprio mentre il Watergate stava travolgendo l’Amministrazione. Si iscrisse alla scuola di legge della Georgtown, e presto capì che per fare politica bisognava avere una propria attività, un’autonomia finanziaria, così fondò un’azienda di policy research, l’Advisory Board Company, che poi fece uno spin off di una sua divisione, il Corporate Executive Board: buona parte di quel lavoro comprendeva ricerche e consulenze nel settore sanitario. L’ufficio era nel salotto dell’appartamento di sua madre, che era nel complesso del Watergate: ancora oggi Bradley possiede in quel posto una palazzina, è lì che disegna i cerchi concentrici. Nel frattempo ha abbandonato i suoi sogni politici, o forse li ha semplicemente declinati in modo diverso, con i giornali e l’informazione, e con quest’attività di salvataggio che, come scrive Wright sul New Yorker, è in sostanza “una forma di usurpazione del ruolo di molte agenzie federali”. Bradley non ha le risorse di uno stato, ma ha creato una squadra con molti contatti, e non ha regole di protocollo da seguire, e questo ai genitori disperati è sempre sembrato fantastico, soprattutto considerando il tempo perso negli inutili colloqui al dipartimento di stato o all’Fbi.
Ma i figli, a parte Theo Padnos, non sono tornati. In quella cena nella sala gialla chiara della casa di Bradley, i genitori di Kayla hanno letto una sua lettera, ad alta voce, cercando di non commuoversi. “Solo a pensarvi, scoppio a piangere – scriveva Kayla, poco più che ventenne, nelle foto sorrideva sempre – Se si può dire che ho sofferto in questa esperienza è soprattutto nel sapere in che sofferenza ho gettato voi. Non vi chiederò mai di perdonarmi, perché non merito perdono. Non voglio che i negoziati per la mia liberazione siano compito vostro, se c’è un’altra opzione prendetela subito”. Kayla, che lavorava come operatrice umanitaria, è stata uccisa in un raid aereo, mentre era detenuta dallo Stato islamico al confine con la Giordania. I suoi genitori sono rimasti in contatto con gli altri, i figli non si sono conosciuti, ma loro sì, hanno condiviso messaggi, conferenze stampa, invasioni dei giornalisti, obblighi, funerali. A uno di questi, Theo Padnos ha chiesto alla moglie di Bradley: perché tuo marito ha voluto liberarmi? E Katherine ha risposto: perché Jim Foley gli ha mandato una seconda lettera di ringraziamento. Quando era stata liberata Clare Gilles, Foley aveva inviato una lettera a Bradley, quella dovuta, quella di cortesia, e poco dopo ne aveva inviata un’altra, per dire: davvero voglio ringraziarti, non avevo realizzato quanto fossi stato spericolato e decisivo nella tua missione di liberazione. Bradley l’aveva mostrata ai suoi figli, ecco un “model of grace”, ora la conserva, a volte la guarda, per non perdere, almeno lui, la speranza.

 

Appena l’articolo di Lawrence Whright è stato pubblicato sul New Yorker, l’Amministrazione Obama ha cambiato la sua policy sui rapimenti. Non pagherà mai i riscatti, l’America, ma non perseguirà chi invece lo farà, per costrizione, per amore, perché i cerchi concentrici funzionano. E’ vero che siamo tutti a rischio quando c’è un rapimento, le famiglie e gli stati sono sotto ricatto, le strategie cambiano, si alterano, i giornali insistono: ma perché dobbiamo pagare noi per questi?, ma non si può chiedere a una mamma o a un papà di non provarci, di non implorare aiuto, di fidarsi, abbiamo un diario da leggere insieme, tesoro, devi tornare, ti aspetto a casa.

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