La notte di Parigi

Una collina della capitale francese conserva storia e presente del nostro mondo. Dalle radici cristiane alla secolarizzazione. Passeggiando sulla salita di St. Geneviève, ripercorrerete la storia della Francia da Notre Dame alla Rivoluzione e oltre.
La notte di Parigi

La Tour Eiffel venne inaugurata nel 1889. Già da tempo a Parigi non si costruivano più le grandi chiese di un tempo

La storia si scrive sempre anche nella pietra: nell’architettura e nelle strade, nelle volte e nelle lapidi. Alle volte, però, le pietre assumono una disposizione e un ordine particolari, che diventano simboli. Venite nel quartiere latino, cuore della rive gauche di Parigi. Venite, qui – cuore della città e del sapere – passeggiando sulla salita della collina di St. Geneviève, ripercorrerete la storia della nostra secolarizzazione, se guarderete le pietre e sprigionerete l’immaginazione, preziosa compagna della logica.
Su questa collina i galli di stanza a Nanterre videro sorgere la Lutezia gallo-romana. Guardando l’ansa fangosa della Senna, i romani pensarono giustamente di costruire cercando di sfruttare il dirupo scosceso che vi si trovava di fianco. I romani, come gli americani di fine Ottocento, non si fermavano certo di fronte alle difficoltà naturali. Se qualcosa è scosceso, basta appianarlo. Come dice Deutsch nel bel libro “Métronome” – la storia di Parigi scandita dalle fermate della metro – i galli avranno guardato con stupore questi strani esseri che invece di accettare, e magari subire, la natura, si mettevano di lena a modificarla, cambiarla, aggiustarla a loro uso e consumo. Grandezza e miseria di Roma imperiale (e anche degli americani) come impararono a loro spese tanti popoli del mondo, dai cartaginesi ai britanni, dagli ebrei ai sanniti, i più fieri avversari di sempre.

 

Per quello che interessa la nostra passeggiata simbolica, la storia della montagna St. Geneviève diventa estremamente significativa verso l’anno mille, quando il Medioevo comincia a sfornare capolavori di logica e dialettica da quella lunga incubazione fatta di scuole di teologia, di monasteri, di battaglie cruente, di santi e di leggende. Un calderone di significati, come l’avrebbero definito Tolkien e Barfield (il filosofo degli Inklings, purtroppo snobbato dalla critica) nelle loro riunioni al pub.

 

Dal calderone ecco emergere l’università e qui possiamo cominciare la nostra passeggiata. Guardando Notre Dame, prendete il piccolo ponte che si trova proprio all’altezza della facciata: il Pont au Double. Dopo il ponte troverete un simpatico giardinetto appoggiato alla Rue du Fouarre. Guardate e provate a immaginare: qui è nata l’università. Come si sa, un’istituzione molto diversa da quella di oggi, liberi studenti che chiedevano ai professori (che pagavano) di insegnare loro, a costo di imparare all’aperto, su balle di fieno (fuarre). In realtà già questo è un affrancamento laico: i professori erano indipendenti dalle scuole, legate a chiese e monasteri. Qui come a Bologna l’autorità conferì loro uno statuto da corporazione autonoma e composta da molti individui, cioè universitas. Nel dedalo di vie ora occupate da ristoranti e negozietti per turisti, prima che l’università nascesse, si era svolta la torrida e sorprendente vicenda di Abelardo ed Eloisa, una di quelle storie di amore e dolore, sesso e santità che dimostra che il Medioevo era forse più violento ma non meno pieno di intelligenza, coraggio, capacità costruttiva di qualsiasi tempo moderno. In rue des Fouarres, qualche decennio dopo Abelardo e a seguito di tafferugli violenti, i professori dell’università appena fondata scioperano per ottenere di non essere giudicati dall’autorità locale ma dal Papa, spiegando che altrimenti il sapere non sarebbe stato libero. Se sei allo stesso tempo il mio vescovo o il mio re, il mio giudice, il mio tesoriere, difficilmente il pensiero potrà rimanere libero, cioè far sviluppare una personalità completa. Ottennero così il privilegio della libertà di insegnamento per tutti e per sempre, dimostrando che la legge è un incrocio tra la logica e la vita (Barfield, again) e che battersi per la libertà è anche una questione di tecniche e statuti. Gli statuti difesero la corporazione e la sua laicità, e gli studenti accorsero da ogni parte, per gruppi di nazioni.

 

Infatti, oltre il giardinetto universitario, raggiungete Rue St. Jacques, l’antico cardo maximus dei romani. Ecco la splendida chiesa di St. Séverin, dove gli studenti normanni, indifferenti al futuro moralismo kantiano che non vorrebbe che si preghi per chiedere qualcosa di bassamente materiale, pregavano Notre Dame des Examens di far passare loro le prove universitarie, e la veneravano come Immacolata Concezione sei secoli prima del dogma. Nella Chiesa di St. Séverin, al culmine di navate di altezza diversa, di un gotico profondo, una colonna torta si trova al posto del tabernacolo: la colonna rappresenta Gesù-albero della vita. La trovata architettonica è più tarda, della fine del Quattrocento, ma sembra cogliere lo spirito di quelle prime navate massicce e delle tombe del chiostro antico: la colonna torta – che anticipa di qualche secolo le colonne di Gaudì e l’albero dell’Expo – dice che vita, esami, storia, natura e fede si avvitano insieme.

 

Saliamo, saliamo, e il Medioevo ci viene incontro con la forza architettonica e intellettuale degli ordini mendicanti. Siamo nei primi anni dell’università, tra il 1220 e il 1260. La chiesa intuisce subito che studiare è un bene e che, oltre a sostenere i giovani studiosi come fanno anche certi laici mettendo a disposizione delle case per alloggi (un certo Sorbonne, per esempio), occorre far studiare monaci e preti. Dell’architettura di questi collegi rimane il Collège des Bernardins, tra le cui volte sacre e pacifiche ha parlato papa Ratzinger in un discorso denso e importante. Il resto dei collegi ve li dovete immaginare. Attraversate Boulevard St. Michel e guardate quel che resta del convento dei Francescani di san Bonaventura, il generale-teologo. Il convento dei francescani – cordeliers, quelli che portano la corda – fu occupato da Danton e dai suoi uomini durante la prima fase della Rivoluzione. Del convento resta il refettorio, ora occupato dalla facoltà di Medecina della Sorbonne. A poche centinaia di metri, riattraversato il boulevard, dove ora si alternano junk food di ogni nazionalità, si trovava il convento dei domenicani di Rue St. Jacques, dove viveva Tommaso. La via aveva creato il soprannome “giacobini” per i frati domenicani e, quando Robespierre occupò un convento domenicano, gli appiccicarono ironicamente il nomignolo che lo accomuna per sempre e inaspettatamente al principe dei teologi cattolici.

 

Ma dovremo salire ancora in po’ per ritrovare il capo rivoluzionario. Eravamo, con Tommaso e Bonaventura, a metà montagna. A distanza di pochi metri l’uno dall’altro, combattono insieme la guerra accademica affinché i membri degli ordini mendicanti possano insegnare all’università. Un’altra guerra fatta di statuti e libelli, e come sempre dovuta a tentativi di mantenere poteri e posizioni contro l’irrompere di un’esperienza nuova, non ricattabile perché povera. Il sapere non poteva essere in mano al re o ai vescovi, ma neanche ai baroni universitari. Era il 1257 quando la battaglia terminò e i due eroi poterono tornare alle loro filosofie. In 500 metri si trovano due tra le principali risposte al problema del rapporto tra fede e ragione. Due modi opposti dentro la stessa fede, a dimostrazione che quando uno è certo di qualcosa ama le differenze, quando uno non è sicuro le odia.
Saliamo ancora di qualche metro. Di fianco al Panthéon, la chiesa di stato e dello stato, troviamo il ben più antico edificio che ora ospita la biblioteca St. Geneviève. Verso la fine del 1400, quando ormai l’unitarietà della concezione fede-vita era stata disarticolata, e i rami dell’albero della vita tendevano ad andare ognuno per suo conto, qui si ergeva il collège Montaigu, dove studiò Erasmo e dove, trent’anni più tardi, nel 1528-9 studiano Ignazio di Loyola e Calvino. Compagni di classe, non possono trovarsi più lontano nella concezione della vita, anche se forse non della disciplina. Scendete per la viuzza a lato del biblioteca trovate il College St. Barbe, un bell’edificio con mattoni a vista, dove dal 1529 al 1535 il medesimo Ignazio trova come compagno di collegio un certo Francesco Saverio, con il quale avrebbe intrapreso di lì a poco una singolare conquista del mondo.

 

I collegi erano ancora lì, come 400 anni prima, ma il mondo era cambiato. Notre Dame des Examens con le sue volte scure e antiche, la sua perfetta imperfezione, le sue pietre coperte di storie di storie di fede e sangue, senza troppe differenze, è lontana molto più dei 500 metri di strada che abbiamo fatto. Ignazio e Francesco Saverio sono ora in lotta con Calvino e seguaci in un ripensamento della fede che deve unire ciò che ormai si sente come diviso: lo spirito e la carne, la mente e il corpo, l’appartenenza e la libertà. Gli edifici sono eleganti e funzionali, ma la solennità sacra è perduta.

 

[**Video_box_2**]Fate 50 metri da quel che fu il collegio Montaigu e troverete, significativamente nei pressi di Rue Descartes, la splendida Saint Etienne du Mont, uno dei miei posti preferiti, dove insieme alle reliquie di St. Geneviève, patrona di Parigi, cuore del calderone medievale parigino, viene ospitata la salma del combattuto Pascal. La chiesa si innalza ariosa con il suo tardo gotico fiorito, elegante e sofisticato. Pascal è a sua volta un pensatore elegante e sofisticato, un fine matematico, un moralista sottile. La scommessa della fede e i due spiriti, quello della finezza e quello della geometria, sono ricordati da tutto il mondo. E’ lui qui, nella St. Etienne della montagna, l’emblema di un mondo moderno per cui fede e ragione sono su piani diversi, problematici, a volte opposti. La fede non è più la certezza attorcigliata nella colonna-albero, sicura tra ex voto e violenza, ma una scommessa drammatica e spaventata con un Dio enigmatico e nascosto. Un ponte sottile e straordinariamente elegante, come quelli che si stendono da una campata all’altra della volta di St. Étienne.

 

Basta attraversare la piazza e ritornare in Rue St. Jacques per trovare l’esito morale, teologico e architettonico di posizioni vicine a quelle di Pascal. La chiesa seicentesca di St. Jacques du Haut Pas custodisce tra arcate strette, pulite, chiare e razionali – in un trionfo di sobrietà che il governo Monti avrebbe apprezzato – la salma di padre Duverger, fondatore di Port Royal. La logica rigorosa ma in fondo nominalista e la morale austera, protestante, di chi – come Calvino – sente Dio lontano e severo. Per un secolo si è protratta la querelle giansenista, i cui rappresentanti dentro l’ortodossia erano i portroyalisti. L’uomo cattivo per natura, la grazia incalcolabile ma ignota come unica fonte di salvezza, il comportamento serio e pensoso da opporre a chi considera la grazia una certezza da ottenere nei sacramenti tra un festino e l’altro. Pascal, che aveva una sorella nel convento che si trova in fondo alla via, li difese, Luigi XIV li distrusse. Chi aveva ragione? Di fatto, per la storia del pensiero della chiesa i giansenisti hanno avuto un peso forse uguale a quello della rivoluzione. E’ stato un bene, è stato un male? Ai posteri l’ardua sentenza, diceva un italiano molto vicino ai giansenisti. Di certo, quasi in cima alla montagna, siamo anche vicinissimi a una secolarizzazione totale: le volte razionalistiche di St. Jacques du Haut Pas ricordano che qui la chiesa si è protestantizzata: il gesto unitario dell’albero della vita ha ceduto il passo alla parola e all’interpretazione, la libertà (eccessiva?) dello spirito al controllo delle pratiche (alle tecniche, diceva Foucault), il sapere unitario e vago a quello specializzato ed efficiente.

 

Ed ecco, in cima alla montagna della secolarizzazione, a 200 metri dalla chiesa Port royalista, l’Ecole normale supérieure. Sulla porta la scritta che riporta la data di istituzione: 9 brumaio, anno III. Anno III? Sì, 1794, il governo giacobino. E sugli stipiti due date di conferma: 1808, Napoleone e 1841, il re borghese. A conferma del fatto che il progetto statalista giacobino, con il suo moralismo un po’ debitore al giansenismo, con il suo elitarismo di stato, ha retto, nel bene e nel male. Entrate nel cortile della Normale e vedrete i busti dei grandi pensatori di Francia degli ultimi due secoli. La cultura è ora opposta alla fede e lo stato è il suo unico referente. Paradosso con le battaglie iniziali: per secolarizzarci siamo tornati all’inizio, il garante della libertà è anche il mio giudice. Siamo ancora liberi? Pasolini e Foucault nutrivano qualche dubbio.

 

Ci penseremo a casa, la montagna è finita, siamo in cima, forse perché non si è ancora inventato qualcosa di davvero alternativo a quel progetto giacobino, né nella scuola né nella società. Eppure uno degli allievi della Normale, un certo Cavaillès, matematico e filosofo, patriota e resistente, morto fucilato dai nazisti, ha scritto che il ragionamento umano non può essere solo quello analitico che va da Descartes (e Pascal) fino al XX secolo. Quel tipo di ragionamento, che ha dato i suoi frutti sociali e tecnologici, che si è scolpito nella storia dell’architettura della montagna St. Geneviève, è solo una parte del più vasto e più creativo ragionamento umano e matematico, che conosce per gesti unitari e sintetici, gesti che racchiudono la sua esperienza in un solo tratto particolare e universale insieme. Una nuova unità, diversa da quella di St. Séverin, ma che nasce da questa nostra storia. Sulla montagna c’è ancora spazio per qualcosa di nuovo e di antico.

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