Il nostro medioevo

L’Isis persegue il genocidio degli yazidi. Un artista ha immortalato la distruzione di un popolo e di una religione antichissima. Cinquemila yazidi sono stati assassinati dall’Isis. L’ultima fossa comune, con 80 corpi, trovata la settimana scorsa a Ninive.
Il nostro medioevo

“Hai insultato la moschea, mi hanno detto. E io dico loro: perché non riuscite a criticare le atrocità invece dei dipinti delle atrocità?”

Ragazzine rapite e trasformate in schiave del sesso alla mercé di anziani uomini barbuti. Bambini lasciati morire di sete in cima a una montagna incantata o trasformati in soldati. Schiere di esseri umani assassinati e gettati in fossati improvvisati ai cigli delle strade. Un intero popolo, con un’antichissima religione, ridotto in schiavitù e colpito nelle nuove generazioni, che dovrebbero essere la sua linfa vitale. No, non è il Medioevo, ma il XXI secolo. L’ultima fossa comune con ottanta cadaveri di yazidi è stata trovata pochi giorni fa a Jadaa, un villaggio situato nella zona occidentale della provincia di Ninive, nella parte settentrionale dell’Iraq. Pochi giorni prima è arrivata la notizia di un nuovo massacro di yazidi a Mosul, la maggiore città sotto il Califfato. I media curdi affermano che gli uccisi sono seicento, mentre la Bbc parla di trecento morti. I corpi sono stati ammucchiati in un pozzo. Vanno ad aggiungersi ai cinquemila yazidi trucidati in due mesi dallo Stato islamico, secondo i dati più attendibili delle Nazioni Unite. Ma il quadro generale è sicuramente più drammatico e ci vorrà tempo perché venga alla luce.
Migliaia di yazidi sono stati uccisi in scene che ricordano il massacro di Srebrenica in Bosnia: 250-300 uomini sono stati trucidati nel villaggio di Hardan, altri 400 a Kocho. I corpi di 70-90 uomini sono stati ritrovati in una fossa nel villaggio di Quinyeh. Le esecuzioni sono spesso così, brutalmente semplici, con la gente in fila, uccisa e gettata con i bulldozer nelle fosse comuni. Altre volte le vittime della furia jihadista sono state ammassate in templi che poi sono stati fatti saltare in aria.

 

Gli yazidi – comunità curda dell’Iraq considerata “eretica” dall’islam, la minoranza etnico-religiosa più perseguitata del mondo – sono stati dimenticati dalla comunità internazionale. Quasi un anno fa, i media globali e l’opinione pubblica si scaldarono per la crisi umanitaria e il genocidio della popolazione yazida nel nord dell’Iraq per mano dello Stato islamico che avanzava sulla regione montagnosa del Sinjar. Ma da allora gli attacchi aerei contro l’Isis a protezione degli yazidi sono gradualmente diminuiti fino a cessare completamente. E anche l’aiuto umanitario è stato interrotto. Per non parlare dell’attenzione dei media.

 

L’occidente ha ignorato questo genocidio a partire dal 14 agosto 2007. All’epoca non c’era il multilateralista Barack Obama, ma il perfido George W. Bush. Quel giorno combattenti islamisti portarono autocisterne piene di dinamite a Qahtaniya, Adnaniya, al Jazira e Tal Uzair, villaggi del Kurdistan iracheno abitati dagli yazidi. Avevano il compito di sterminare questa piccola comunità giudicata “impura”, non islamica. Vennero rasi al suolo due villaggi costruiti sul fango. I terroristi scelsero il tramonto per la strage, perché la notte avrebbe rallentato i soccorsi. Fu l’attentato più sanguinoso nella storia dell’Iraq e il secondo più cruento dall’11 settembre 2001. Le vittime erano contadini poveri senza difese. Un atto di pulizia etnica. Quasi cinquecento i morti.

 


In questa pagina due dipinti dell’artista yazida Ammar Salim, minacciato di morte da parte dello Stato islamico per le raffigurazioni dello sterminio del suo popolo


 

Un secolo fa, gli yazidi di Sinjar salvarono migliaia di cristiani armeni e assiri mentre venivano massacrati dalle forze turche ottomane. Oggi il favore non è stato ricambiato. Quello che lo Stato islamico ha fatto agli yazidi nel corso degli ultimi mesi è stata una vera e propria apocalisse: omicidio, tortura, schiavitù e stupro di massa. Ismail Mirza, un leader yazida a capo della dell’Organizzazione dei diritti umani yazidi, nei giorni scorsi ha dato il seguente quadro della situazione: “Vi è una certa presenza delle Nazioni Unite; ho visto in giro l’Unicef; ho sentito che Medici senza frontiere è in qualche modo attiva. Tuttavia, non una sola organizzazione ha inviato alcun aiuto”. In occidente non si raccoglie denaro o aiuti per gli yazidi.

 

Intanto, si susseguono i racconti della schiavitù sessuale cui è sottoposta la minoranza yazida. Il quotidiano turco Hurriyet racconta che subito dopo l’occupazione dei villaggi yazidi da parte dell’Isis, donne e ragazze sono state separate dagli uomini, uccisi o portati via e assassinati altrove. Tutte sono state costrette a “convertirsi all’islam o morire”. Lo Stato islamico celebra il ritorno alla schiavitù delle yazide, non soltanto come un passo per il ritorno della legge islamica, ma anche come “l’avvicinarsi del Giorno del Giudizio”. Secondo la leggenda, Maometto predisse che l’Ora sarebbe arrivata quando “la schiava darà alla luce il suo padrone”.

 

Sono tutte storie come quella di “Suzan”, lo pseudonimo di una ragazza yazida di diciassette anni tenuta prigioniera da un combattente islamista conosciuto come al Russiyah, un ceceno. “Prendeva tre ragazze, le denudava ogni mattina per scegliere chi voleva per quel giorno”, ha raccontato la ragazza ai media curdi. Suzan è stata tenuta prigioniera all’hotel Galaxy a Mosul, pieno di donne e ragazze nude o seminude. Una è stata venduta a un combattente con passaporto australiano per 34 dollari. Suzan è stata trasferita alla roccaforte dell’Isis a Raqqa, in Siria, dove lei e decine di altre giovani donne sono state esaminate per determinare se fossero ancora vergini. “Le vergini sono state portate in una stanza con 30-40 uomini. Ci hanno messo in fila e hanno indicato chi volevano. Ho pensato che avrei potuto essere fortunata, non ero bella come le altre”. Ma è stata comprata da al Russiyah, che ha comprato anche altre due ragazze. L’hanno costretta a recitare il Corano durante le aggressioni sessuali. Una volta, quando si è rifiutata, le hanno bruciato la coscia con acqua bollente. E’ riuscita a fuggire quando il suo aguzzino è rimasto ferito in combattimento.

 

La città santa dei yazidi, Lalish, nelle scorse settimane ha assorbito centinaia di queste profughe, donne e ragazze che, scappate o liberate dall’Isis, sono tornate al loro sito spirituale per essere battezzate nuovamente alla loro fede con un rito le cui radici risalgono all’antica Mesopotamia. Il battesimo in sé è semplice. Un religioso benedice le ragazze una dopo l’altra in una piccola stanza buia costruita attorno a una sorgente d’acqua dolce.

 

E se le yazide sono convertite come schiave del sesso, i bambini yazidi sono avviati dall’Isis ai campi di addestramento jihadisti. Lo Stato islamico usa da oltre un anno i bambini come combattenti in prima linea (kamikaze) e come carnefici, con giovani ragazzi che hanno recitato nei video degli omicidi al fianco di adulti con il coltello delle decapitazioni in mano. L’agenzia di stampa curda Rudaw e il membro yazida del parlamento iracheno Sheikh Shamo denunciano che “l’Isis ha istituito campi di addestramento militare per i bambini yazidi nella città siriana di Raqqa e in Iraq a Tal Afar, nella provincia di Mosul”.

 

Il popolo yazida continua a esistere grazie al lavoro di Majed El Shafie, nato musulmano al Cairo, convertitosi poi al cristianesimo. Per questo, fu imprigionato in Egitto e torturato prima di prendere la strada del Canada. Ora aiuta altri rifugiati a fuggire dalla tirannia islamista. I suoi ultimi sforzi sono concentrati nell’acquisto di ragazze yazide nei mercati sessuali dell’Isis, per poi contrabbandarle verso la libertà. E’ stato girato anche un documentario sulla campagna di Shafie per liberare queste schiave: “The New Holocaust” il titolo.

 

[**Video_box_2**]Adesso un artista yazida prova a tenere viva la memoria di questo genocidio a fari spenti. Ammar Salim prevede di completare la serie di venti quadri per aiutare il mondo a capire la crisi che attanaglia l’Iraq. In tempi più felici, Ammar Salim aveva dedicato gran parte della sua arte ai bambini e un ciclo ad Halabja, la città martire del Kurdistan iracheno: durante l’operazione Anfal, tra il 1975 e il 1990, circa cinquemila villaggi curdi erano stati distrutti dalle truppe speciali di Saddam Hussein. Centinaia di migliaia di curdi furono deportati. Molti di loro sono scomparsi. Ora, Salim vede se stesso impegnato in una missione storica “per documentare la calamità” della sua comunità yazida per mano dello Stato islamico. I suoi dipinti sono ricchi di dettagli del disastro che ha colpito la comunità irachena sotto la furia islamista. Un quadro mostra un mercato di schiave nella Grande moschea di Mosul, dove vengono vendute donne e ragazze yazide, alcune mezze nude. Le ragazzine yazide hanno gli occhi rossi, perché hanno versato lacrime di sangue sul loro infelice destino. E’ la stessa moschea in cui si è autoproclamato califfo Abu Bakr al Baghdadi.

 

Salim ha iniziato a pubblicizzare il suo lavoro sui social media come Facebook e Twitter, dove alcune scene, come ad esempio il mercato della schiavitù nella Grande moschea, non sono state accolte con favore da tutti. “Sono stato minacciato di morte: ‘Hai insultato la moschea’, mi hanno detto. Dico loro: ‘perché sei così arrabbiato per la pittura di un luogo? Perché non sei furioso per la violazione della dignità di queste donne? Perché non riuscite a criticare le atrocità invece dei dipinti delle atrocità?’”. Una minaccia diceva: “Se non bruci quel dipinto ti uccideremo, sappiamo dove vivi”.

 

In uno dei dipinti più surreali di Salim, un minareto di Sinjar è raffigurato come il volto di una donna, che piange in preda alla disperazione. Il Monte Sinjar, con il santuario verso il quale decine di migliaia di yazidi sono fuggiti dopo l’attacco islamista, è raffigurato come un leone ruggente. Sullo sfondo, le bandiere del Califfato sono simili a demoni. Salim ritrae un combattente jihadista che taglia la gola a un uomo, un altro che brandisce una testa mozzata, mentre altri militanti scaricano corpi in una trincea traboccante di cadaveri. Dal suo piccolo appartamento nella città di Dohuk nella regione curda dell’Iraq, Salim ha tentato di imprimere le memorie collettive della sua comunità nella serie intitolata “Il genocidio yazida”. In un quadro, che l’artista descrive come “una foresta infernale”, raffigura una strada che conduce al luogo sacro yazida di Lalish. Gli alberi che fiancheggiano la strada, collegati tra loro da catene, hanno la forma di donne che gridano al cielo. Lo sfondo è un tramonto rosso sangue mescolato ad arance.

 

Il prossimo quadro di Salim raffigurerà una donna che recupera le ossa della figlia yazida da una fossa comune. Urge una tela anche sullo sguardo disattento dell’occidente, mentre si consumava la distruzione di un popolo il cui nome compare persino nelle leggendarie rovine sumeriche.

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