Il ditino alzato di Saviano

Il ragazzo che fece l’inchiesta sulla camorra e la trasformò in bestseller è diventato ’o reuccio del pensiero unico. Tutto tiene e tutto teatralmente intuisce. Piccolo manuale di savianologia
Il ditino alzato di Saviano

Roberto Saviano. Attorno all’immagine del martire, attorno all’immagine multipla del giornalista testimone (da Siani alla Politkovskaja) ha costruito nel tempo la sua biografia idealizzata

Dalle 9 circa ha cominciato a radunarsi la folla. Alle 10 sono circa 3.000 persone. Il 2-3 per cento è composto da operai, il 5-7 per cento sono intellettuali, uomini e donne ben vestiti, il resto giovani studenti. Stanno in fila, fanno discorsi semiseri su temi astratti, non si sente parlare che delle cause di morte o di questioni politiche’. Aspetta a compiacerti, sicofante!”. E’ la descrizione che Serena Vitale fa del funerale di Majakovskij, nel suo splendido Il defunto odiava i pettegolezzi.
Alle 9 circa (ma della sera) dello scorso sabato 6 giugno, a Genova, la scena avrebbe potuto essere descritta più o meno con le stesse parole, la stessa pennellata sociologica. Solo che lì si celebrava un intellettuale vivo. Ogni volta che sale sul palco Roberto Saviano, la sociologia del suo pubblico è più o meno quella. Trattandosi dei lettori-militanti di Repubblica, alla Repubblica delle Idee, si è però costretti ad alzare un poco l’età media, e abbondare sugli uomini e le donne ben vestiti. Ma il tripudio è da concerto rock, la standing ovation solleva le chiappe come un sol uomo, è un battimani infinito, l’attesa di una guida spirituale, dell’uomo che non solo possiede la verità, banale attributo degli umani, ma possiede soprattutto la chiave del racconto della verità. Il testimone-scrittore ha in mano il capo giusto del filo d’Arianna, e dipana tutte le complessità.
Majakovskij, sì. Perché ha avuto un suo periodo Majakovskij, Saviano. Attorno al 2013, verrebbe da supporre, quando ispirato twittava: “Non ho mai cercato d’esser come Majakovskij, né come Lili Brik. Ma ho cercato d’essere il loro mancarsi…”. Oppure: “Guardate: sulla carta son crocifisso coi chiodi delle parole”. #Majakovskij”. Ma amore al crocifisso era anche prima, se nel 2007 su Repubblica sentenziava: “La letteratura è un atleta, scriveva Majakovskij, e l’immagine di parole che scavalcano oltre la coltre d’ogni cosa, che superano ostacoli e combattono mi appassiona abbastanza. Il peso specifico della parola letteraria è determinato dalla presenza della scrittura nella carne del mondo o dall’assenza di carne, invece, per alcuni”. L’idea ginnica della parola combattente (“la ginnastica per far crescere la repubblica”, letteralmente) è ciò che fa scattare come molle in piedi il pubblico, quel che affascina il suo popolo. Popolo anche di giovani, come quello adorante di Amici, con cui è entrato “in contatto”. Poiché la rivoluzione è il savianismo più la televisione: “A me importa solo la trasformazione culturale dell’Italia, per questo, pure fra molte critiche, partecipo a trasmissioni popolari come Amici”. Altra faccenda è che il suo popolo adorante e culturalmente trasformato si manifesti poi anche in codesti modi, sul suo profilo Facebook: “Buongiorno, ma questo Majakovskij è quello che viene citato da De André nella canzone ‘Un matto’? Non so nulla di lui, né di questa Lili, ho appena letto delle informazioni tramite Wikipedia (grandissima risorsa, ma come facevamo prima??)”. Cose che insomma costringerebbero a dar ragione a Umberto Eco, sulla prevalenza degli imbecilli nei social network, ancorché anticamorra. Sennonché la differenza tra Eco e Saviano sta tutta in questo: che il loro archetipo cultural-morale – il grande complotto del mondo, il mondo come Grande Complotto – lo declinano in modi differenti. Eco come il cinico intellettuale esoterico del secolo scorso, Saviano come uno storyteller arruffato che mescola passione e giudizio di Dio, e sa farsi seguire anche da chi non sa. Anzi, meglio se nulla sanno: “Apritevi al mondo, cercate di capire, non abboccate, ogni generalizzazione è una bugia”.
Majakovskj ovviamente ha funzione apotropaica, ché sempre accostandosi al minacciato e scortato (“la protezione ti salva eccome… siamo fisiologici noi scortati”) va esorcizzata la paura di vestire i panni del sicofante. Ma è attorno all’immagine del martire (scrittore-martire, poeta-martire), attorno all’immagine multipla del giornalista testimone (da Siani alla Politkovskaja) che Saviano ha costruito nel tempo la sua biografia idealizzata. E nel tempo, negli ultimi tempi, si è trasformato in altro rispetto allo scrittore di Gomorra, che ormai fa parte del suo passato. Al ragazzino che gli chiedeva “ma è vero che hai fatto un libro dalla serie di Gomorra?”, ha sorriso e risposto come a un’incoronazione: “Per loro sono solo l’inventore della serie”. E’ sgusciato fuori pure dal vestito stretto del “papa straniero”, l’outsider elettorale della sinistra, del partito di Rep. Ora è davvero lui: un testimone globale, che fa fede a se stesso. Depositario di un pensiero nazionale, di un unico pensiero che tutto tiene, tutto riconduce, tutto spiega. Il doppio stato e il doppiofondo, la camorra nella politica e la politica nella camorra. Dentro a un’unica narrazione, sentieri che si biforcano e puntate che si susseguono in un solo, onnicomprensivo romanzo criminale. Ma ciò che nelle parole di altri è la scorza arida della battaglia politica e del pregiudizio, in Saviano diventa il morbido abbraccio del racconto. Magicamente, tutte le parole d’ordine della repubblica transnazionale delle manette s’illuminano con lui.
Con Mafia capitale avviene qualcosa di più, di nuovo. Finalmente Saviano ha trovato il suo Shangri-La. Può uscire una volta per tutte dalla provincia, dalla Gomorra, e giungere al centro del mondo, inteso come volontà e corruzione. Mafia capitale – ovverosia una banale seppur ramificata inchiesta sulla corruzione – è il simbolo solidificato di tutto il male. Perché è la mafia (finalmente?) non più relegata alla periferia dell’impero – Sicilia, Calabria, Casal di Principe, Broccolino. Ma proprio conficcata al centro dell’impero. Sovrapposizione simbolica e perfetta. Sta qui “il genio di questa inchiesta”, dice proprio così. Perché fa capire che non è la corruzione il problema, ma è quando la “corruzione diventa attiva, muove il sistema” e “se fermi la corruzione, fermi l’economia”. Detta così sembra una gran pensata, ma come spesso nell’eloquio di Saviano è una banalità camuffata: non si dice “ungere le ruote” da almeno duecento secoli? Conta il male incarnato: chi comanda a Mafia capitale? “Buzzi e Carminati, un assassino e un pluricriminale”. “Perché la verità è che se sei pulito, basta una minima ombra per farti cadere. Invece, più sporco sei, più al sicuro stai”. Un postulato algebrico, ne ha cavato: “Se sei così lercio, chi può abbatterti?”.
Anche la visione giudiziaria della realtà s’è sublimata, ultimamente, salendo a vette impensate. La polemica con Vincenzo De Luca, la gag immancabile su come funziona dalle sue parti il voto di scambio, il “voto ballerino”, l’Italia “come il Trono di spade”. Tutto il mondo per Saviano è “too big to jail”. Ma si potesse, ma Dio volesse… Però non basta. Questo lo dice anche Marco Travaglio. Questo lo sputazza anche Rosy Bindi. Saviano in più ha il dono del profeta stropicciato. Come le giacche che porta, un marchio di fabbrica, veritiera testimonianza nella stoffa della sua sofferente stoffa interiore. Quando guarda a terra, cercando la parola, il dito sotto il naso, di traverso sulle labbra. I passi, e le pause. Pause sapienti. Ci pensi e ci ripensi, poi finalmente l’immagine emerge dal passato: è uguale a Celentano. Il Re degli ignoranti. In più, rispetto all’ecologista d’antan dell’Albero di trenta piani, lui ha dietro di sé un’autentica terra dei fuochi.
Da Maria De Filippi, ha levigato altri spigoli della sua statua. E’ diventato l’educatore, il buon pastore. Ha aggiunto il capitolo dei buoni sentimenti. La buona fodera di cui sono tessute le buone politiche. A ragazzi attoniti, gli sguardi di un non-sapere distillato in purezza, ha raccontato di Malala, “diventata per i Taliban una bomba atomica”; e di Mutlu Kaya, sparata in Turchia perché cantava bene a un talent. Di Michaela DePrince, scampata bambina alla guerra in Sierra Leone e diventata ballerina classica. “Ragazze, il mondo è affidato a voi”. Alleluia, fratello, alleluja. Ha scritto Daria Bignardi che “bisogna essere cinici, o in malafede, o duri di cuore, per ironizzare su Roberto Saviano ad Amici”. Il consueto terrore della maestra – che Daria Bignardi abbia sempre ragione – è dietro l’angolo. Che male c’è, se ha raccontato in tivù Le notti bianche, e Dostoevskij è schizzato in cima alle classifiche dei tascabili? Nessun male. Ma non è questo. Ciò che conta è che l’apparizione ad Amici è stato un altro passaggio del principe Siddharta verso la perfezione, l’assoluta sapienza. Poi c’è la costruzione del martire in tutte le sue reincarnazioni, senza le quali il profeta non può presentarsi come un salvatore credibile. La narrazione di Saviano è rizomatica, come avrebbero detto gli antichi semiologi (del resto “lo spazio della congettura è uno spazio a rizoma”, e cosa c’è di più simile alla congettura dell’infinito racconto di Saviano?). Il suo narrare è orizzontale, trapassa i fatti, scorre fluido da una mafia a un corrotto, da un verso di poesia a un blogger ammazzato. Un concetto passa nell’altro, spesso senza ragione apparente. Non c’è che dire, Saviano è meglio ascoltarlo che leggerlo. Così la sua esperienza personale si fa della stessa pasta di quella di altri che, come lui, hanno visto la luce. Ma spesso l’hanno pagata più cara di lui. Racconta di Christian Poveda che studiava le gang nel Salvador ed è stato ammazzato. Racconta di Anna Politkovskaja. “Storie che non passano in maniera incisiva attraverso i media anche perché sembra quasi che siano storie che non ci riguardano. Lontane da noi”. Destini: “Se oggi qualcuno rischia nel mondo per quello che scrive e che fa, ciò accade perché viene lasciato solo. Io in questo senso sono anche fortunato”.
A questo punto, l’ex ragazzo che fece l’inchiesta del secolo e la trasformò in un bestseller s’è trasformato nella bocca della verità e in artista a tutto tondo. La prossima primavera, al Piccolo Teatro di Milano, diventerà pure autore teatrale, portando in scena Sanghenapule, scritto e interpretato con l’attore Mimmo Borrelli, “io sarò la narrazione e Mimmo l’espressione”. Nel frattempo s’ingerisce da par suo pure nello “scambio di voti” allo Strega, dove ci sarebbe nientemeno che un complotto (ti pareva) “per preparare l’ennesima fregatura”, “cioè, far sembrare l’esito in caso di vittoria di Elena Ferrante come voluto dai ‘potenti dello Strega’ e in caso di sconfitta come uno scampato pericolo… Interessante vedere la facilità con cui le dinamiche dell’inciucio si trasferiscano, dalla sfera politica, a quelle dei premi letterari”. Dimamiche dell’inciucio: sarà un reato associativo?
Così adesso è pronto per dire tutta intera la sua verità, ché “lasciarsi travolgere dal pregiudizio ti costringe a una vita mediocre, ti blocca, avvelena la realtà”. Anzi, è pronto al “rischio della verità”, come da titolo della sua performance a Genova: perché se non rischia, che atleta della parola è? Da mesi riassume e divulga per le masse le parole d’ordine del pensiero unico manettar-nazionale. Dal riciclaggio al semestre europeo a guida italiana: “Londra è la prima città per riciclaggio al mondo, il semestre avrebbe dovuto raccontare questo”. E Renzi e le liste elettorali, “Gomorra nelle liste dem in Campania”, “candidati che non voterei mai”. Impresentabili ante Bindi. E poi De Luca, il governatore della sua Campania, suo nemico e sua nemesi. Ci ha imbastito una vera battaglia giornalistica, contro l’ex sindaco di Salerno. “Nel Pd e nelle liste di De Luca c’è tutto il sistema di Gomorra, indipendentemente se ci sono o meno le volontà dei boss”. Indipendentemente? S’è preso da De Luca qualche bello schiaffone, di quelli che lasciano le dita: “Credo che Saviano abbia grandi meriti ma anche un grande limite: sta innamorandosi del suo personaggio e della sua immagine. In qualche momento sembra che abbia bisogno di inventarsela, la camorra, anche dove non c’è, altrimenti rimane disoccupato”. La campagna degli impresentabili è stata una performance grottesca, Cantone il Censore ha mazzullato la Bindi come debole di cultura giuridica e istituzionale. Ma allora ecco che Saviano, il vendicatore narrativo, ha saputo fare di più. Ha accusato la pia donna di essere addirittura complice del gomorrismo elettorale: se tu indichi il marcio giudiziario presunto e non accertato in liste elettorali perfettamente legali, fai un favore alla delinquenza vera. Ancora di recente il Corriere della Sera l’ha fatto papabile con devozione: “E ora c’è chi spera in Saviano”. Creatura artificiale, profeta del banale, la sua specialità naturale è quella di offrire ai lettori-militanti, ai comizianti delle RepIdee, agli attoniti ragazzi della De Filippi – la possibilità di autorappresentarsi, come sul lettino dell’analisi, dalla parte dei buoni, degli onesti e degli intransigenti. Ed ecco che si arriva al santo graal, là dove tutte le narrazioni si compenetrano, tutti i rizomi ritrovano la via: “Oggi è necessario comprendere come sia stata possibile Mafia capitale… Se non si capisce questo, Mafia capitale non ci serve. Mafia capitale serve per capire un’antropologia”.
Tutto è mafia e complotto. Too big to jail, non fatevi ingannare. Non è corruzione ma è mafia, non solo mafia ma è pure corruzione. E non è italiana, è internazionale. E i talebani non sono terroristi, ma trafficanti. E invece in Messico non sono trafficanti, ma terroristi. Ma tutto si tiene, credetemi, solo che ci vuole tempo per capire. “Bisogna prendersi il tempo. Confrontare le idee. Se non conosci sei perduto. L’unica cosa è farsi un’idea. Cercare di capire cosa succede. Cercare di distinguere, non generalizzare”. Ci vuole la “giusta vicinanza”. E voi credete già di sapere, ma è difficile arrivarci da soli, ci vuole qualcuno che ve lo racconti. L’avete trovato.

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