Abbasso Hillary

Ipocrita”, “frustrata”, “fallita”, “manipolatrice”, “umiliante”, “incompetente”, “disastrosa”, e si potrebbe andare avanti così per ore, il vocabolario di Camille Paglia è vasto e le cose che ha da rimproverare a Hillary Clinton innumerevoli.
Abbasso Hillary

Intorno all’origine dell'energia inestinguibile della Clinton, Paglia ha una teoria: “Non è vanità né sete di potere, entrambe sono già appagate. Si tratta di una vendetta”

Ipocrita”, “frustrata”, “fallita”, “manipolatrice”, “umiliante”, “incompetente”, “disastrosa”, e si potrebbe andare avanti così per ore, il vocabolario di Camille Paglia è vasto e le cose che ha da rimproverare a Hillary Clinton innumerevoli, il risultato è un infuocato e composito atto d’accusa durante il quale, ogni tanto, la critica si ricorda di prendere fiato. Ma non è soltanto un lancio di fango da trivio politico. La femminista eretica parla di Hillary con il tono di chi condivide qualcosa con il suo avversario e con il veleno di chi aveva riposto un mucchio di speranze sulla persona sbagliata. Sono personaggi speculari, fino a un certo punto le loro traiettorie di vita sono sovrapponibili: “Siamo nate nello stesso anno, veniamo entrambe da famiglie di immigrati della working class, mio padre faceva scarpe, il suo era nel settore tessile. La sua famiglia veniva da Scranton, in Pennsylvania, a un paio d’ore da dove sono cresciuta io, siamo entrambe state in ambienti conservatori, lei faceva campagna per Barry Goldwater che era ancora una bambina. Poi siamo finite nei circoli radicali di Yale e dell’accademia d’élite, che già a quei tempi coltivava i germi orrendi del politicamente corretto”, racconta. Paglia ha iniziato a occuparsi di Hillary quando lei non era che la moglie del governatore dell’Arkansas (“per metà della mia vita ho parlato dei Clinton e per due volte ne ho votato uno”, ride) e quando si è affacciato sulla scena nazionale la figura potente e tenace della moglie l’ha subito affascinata. E’ stata un sostenitrice di Hillary, poi una sua critica feroce dopo il naufragio della riforma sanitaria e la comparsa del suo lato “elitista”, le ha concesso una seconda possibilità ed è stata delusa di nuovo dal suo giro “inutile” al Senato. Nello scandalo Lewinsky ha difeso a spada tratta la stagista e ha viaggiato in senso contrario alla campagna giustificazionista messa in piedi dall’establishment democratico. Era più pro Monica che anti Bill. Hillary era la vittima di un marito “womanizer” che si è trasformata in complice per amore del potere che l’altra metà le garantiva, poi l’alleanza si è trasformata in niente meno che un “cartello criminale”. Ha scritto che l’avrebbe votata turandosi il naso se avesse ottenuto la nomination democratica nel 2008, e Barack Obama – che pure non ama – l’ha tolta dall’imbarazzo.

 

Nel 1996 ha scritto per New Republic uno degli articoli che ha contribuito alla repentina detronizzazione di Andrew Sullivan dal magazine liberal, roba troppo infiammabile perfino per i lettori di un giornale di idee non convenzionale che in fondo però trova legittimazione sociale negli ambienti in cui sguazzano i Clinton. S’intitolava “Ice Queen, Drag Queen”, un “ritratto psicologico” di Hillary gradevole quanto una frustata in mezzo alla schiena. Il peccato originale che non perdona a Hillary è il gran tradimento della causa femminista, e il fatto che abbia deciso di lanciare la campagna elettorale al Woman in the World Summit, superconvegno per l’emancipazione femminile, è un’aggravante: “Modellare tutto il messaggio sull’elemento femminile è un’ipocrisia inaccettabile: lei deve tutto, tutto quello che è e le posizioni che ha ricoperto a suo marito, che è il peggiore nemico delle donne. Ancora non capisco con che faccia possa spacciarsi come rappresentante universale delle donne dopo quello che ha fatto suo marito con la Lewinsky. E attenzione: qui non c’entra la vita sessuale privata del presidente, che per quanto mi riguarda può fare quello che gli pare, ma quello era un atto di dominio perpetrato all’interno della Casa Bianca, una questione di potere. E lei cosa fa? Dice che è tutta una cospirazione dei conservatori. Certo, è sempre tutto un complotto di Fox News, ormai è una strategia consolidata dei Clinton quella di mettere a tacere i critici mostrificandoli. Poi, diciamocelo, sarebbe stata eletta al Senato se non fosse stato per il cognome? Non scherziamo, su. E infatti al Congresso non ha fatto niente, non c’è una singola legge significativa che abbia sponsorizzato o promosso, si è sempre accodata all’establishment diretto da Bill”. L’elemento femminile è piuttosto la pietra angolare su cui sta costruendo un ricatto elettorale: “Cerca di far credere a tutti che chi non la vota è automaticamente contro le donne, è un antagonista del progresso e del pensiero illuminato, e specialmente per i giovani è un trucco che funziona: chi vuole passare per quello che sta dalla parte sbagliata della storia, come dice quell’altro? Nessuno, ovviamente, ma è lei che si è schierata dalla parte sbagliata accettando di rimanere con quel manipolatore di suo marito. Ovviamente non sono sposati, cioè fanno vite completamente separate, ma ormai è un brand consolidato, e non è difficile capire chi è che comanda davvero. Non mi stupirebbe se la macchina dei Clinton sapesse qualche segreto su Elizabeth Warren e l’avesse convinta a levarsi dai piedi agitando una qualche minaccia. Warren non avrebbe mai vinto, mi sembra ovvio, ma avrebbe tolto a Hillary l’esclusiva della questione femminile, cambiando tutta la dinamica della corsa”. Se la carriera da first lady e senatrice viene liquidata come un nulla al traino del marito, il periodo al dipartimento di stato è un disastro attivo: “Cos’ha fatto? Viaggiare, viaggiare, viaggiare, per coltivare la sua rete di relazioni. Ma cos’ha portato a casa? Giusto la guerra in Libia, un disastro di proporzioni epiche, architettato con altre due donne che pensano solo al potere, Susan Rice e Samantha Power. Nessuno ammirava Gheddafi, e ci mancherebbe altro, ma quella manovra è stata di un’ingenuità e un’ignoranza uniche. Quello che mi distrugge è che quando parlo con i miei studenti che leggono le notizie sui social dicono ammirati ‘ohhhh, ma quanto ha viaggiato Hillary!’ ma poi non sanno elencare una sola cosa che abbia fatto di buono. Non la conoscono, conoscono la Hillary che i media hanno raccontato loro, ma gli elettori americani sono più intelligenti di così”. Paglia scorge sotto la superficie una virata conservatrice, qualcosa di analogo a quello che è successo durante la campagna del 1968, quando la frangia radicale ha preso in ostaggio la sinistra, a partire dalle università, creando disordini in tutto il paese, perfino alla convention democratica del 1968: “E’ stato il movimento radicale che ha allontanato l’elettorato naturale della sinistra dal partito, è così che Nixon ha vinto. Adesso abbiamo avuto Ferguson, poi Baltimore e proteste che sono spesso degenerate in disordini. Dalla bolla di Washington e della stampa viene fuori una versione omogenea degli eventi. Ed è dalla stessa bolla che arriva l’idea assurda di Hillary come candidato inevitabile. Ma non mi stupirebbe vedere una reazione della gente in senso conservatore alle urne”. Il primo mese di campagna elettorale non è stato un trionfo di pubblico e critica, per usare un eufemismo. C’è stato lo scandalo delle mail private usate in qualità di segretario di stato e custodite nei server della casa di Chappaqua, poi le accuse sui fondi esteri raccolti con la solita sospetta disinvoltura dalla fondazione Clinton e da ultimo i messaggi dello storico consigliere clintoniano Sidney Blumenthal, il “vecchio amico” che inviava briefing sulla Libia – paese al quale era legato da interessi privati – e Hillary diligentemente inoltrava ai diplomatici. Non tutte le accuse vengono dagli organi della famosa “cospirazione della destra”. Il New York Times martella quasi quotidianamente Hillary, la quale prudentemente è sfuggita per 28 giorni alle domande dei cronisti, tanto era impegnata con eventi di fundraising e incontri ben congegnati con gli “everyday american” alla quale la sua campagna si rivolge.

 

[**Video_box_2**]Più che una cavalcata è una tortuosa corsa a ostacoli. Per Paglia le querelle deIntorno all’origine dell'energia inestinguibile della Clinton, Paglia ha una teoria: “Non è vanità né sete di potere, entrambe sono già appagate. Si tratta di una vendetta”lla campagna “stanno bruciando tutto l’ossigeno della conversazione politica in questo paese. E la dice lunga che ad alimentare il fenomeno sia anche il Times, e lo interpreto come un segno di due elementi. Primo: c’è un disagio anche nei media, dietro le quinte. Hillary non è l’eroina inevitabile che crede di essere. Secondo: la crisi dei media liberal. Il Times è stato un giornale fantastico, ma poi è degenerato, è diventato lo strumento dell’élite dell’upper west side, di un liberalismo compiaciuto e borghese, una cazzata mondiale. Ora anche questo schema di sta rompendo, e ogni tanto vengono fuori le debolezze dell’establishment che interpreta”. E qui s’innesta addirittura una profezia, pronunciata fra le risate ma con un sottofondo che ridanciano non è: “Non arriverà alla nomination, si ritirerà prima. Tirerà fuori un problema di salute o qualcosa del genere. Battute a parte, non so se possa reggere la pressione che si è generata intorno, e bada bene: non sono che i frutti di quello che lei stessa ha seminato. Non ha il minimo talento politico, fa una carriera stellare grazie a un clan elitario e senza scrupoli che spende tutte le sue energie per prendere scorciatoie e fare patti loschi con chiunque, viene pure distrutta in un’elezione contro un senatore di cui si sapeva poco o niente e si aspetta che tutto questo non abbia conseguenze?”.
Certo dev’essere estenuante rispondere tutti i giorni colpo su colpo, bisogna osservare che la signora ha “stamina”, come dicono gli americani. Intorno all’origine di questa energia inestinguibile, il motore che muove Hillary e tutte le sue stelle, Paglia ha una tesi ai limiti della psicanalisi. “Si tratta di una vendetta. Non è vanità né sete di potere, entrambe sono già appagate, almeno credo. Il fatto è che nella sua vita ha subito un enorme numero di umiliazioni. Quando era alla law school sembrava aver stabilito una relazione fra pari con Bill, ma lui l’ha tradita così tante volte che lei ha dovuto decidere: stare con lui o andarsene. E’ rimasta per la figlia, per la famiglia e per il potere, ma ha sempre covato un risentimento profondo. Poi non ha passato l’esame di avvocato a Washington, cosa che ha tenuto nascosto anche agli amici più stretti per anni, tanto era cocente il senso di fallimento. In Arkansas, all’ombra di Bill, è andata pure peggio. Alla Casa Bianca da first lady umiliazioni a non finire, e poi la sconfitta rovinosa contro Obama. L’elezione alla Casa Bianca è la sua vendetta, il modo di mostrarsi moralmente superiore a tutti quelli che l’hanno umiliata. Ricordiamoci che ha avuto un passato estremamente disordinato, con due fratelli molto problematici e un padre che chiaramente abusava in qualche modo di loro. Non m’azzarrdo a dire sessualmente, ma di certo era severissimo, punitivo, lo racconta bene Carl Bernstein in un libro del 2007 in cui ricostruisce tutta la sua infanzia”. Anarcoide com’è, Paglia nella vita ha votato una vasta gamma di candidati della sinistra ufficiale o antagonista, da oscuri rappresentanti dei verdi fino al consumerista Ralph Nader. Se nel 2008 il preferito era il poi disgraziato John Edwards, oggi è l’ex governatore del Maryland, Martin O’Malley, che è “intelligente, ha esperienza e conosce davvero la politica. Poi è alto”. Alto? “Non stiamo mica eleggendo un primo ministro qualunque – ride – questo è il commander in chief degli Stati Uniti, la nazione più potente del mondo, il presidente dev’essere presidenziale, significa che deve avere statura, presenza, possibilmente dev’essere anche in grado di parlare a braccio in modo autorevole. O’Malley ha queste caratteristiche. Hillary invece memorizza tutto, parla come una pubblicità, perché non ha niente da dire. La situazione dei partiti americani in una battuta è questa: i conservatori non sanno parlare, i democratici non sanno cosa dire”. E già che ci siamo, Paglia passa in rassegna lo stato del Partito repubblicano, “molto più attento di noi democratici a quello che succede nel mondo. La sinistra ormai è assorbita dalle preoccupazioni interne, non pensano che al welfare e alla gestione del consenso. Kennedy era un democratico che aveva una visione del mondo, e oggi gli unici che ce l’hanno sono i conservatori, fai democratici non ce n’è mezzo che abbia fatto il militare, figurarsi. Quella della destra è una visione che mi fa ribrezzo, sono stata una delle poche a schierarsi contro la guerra in Iraq anche quando tutta l’America era interventista, ma è una visione chiara basata su un principio, quello dell’eccezionalismo americano, cioè l’idea che l’America ha una vocazione naturale alla leadership mondiale”. Pensa che il “momentum”, il vento favorevole, a questo punto soffi a destra, nonostante alcuni sommovimenti oltranzisti che fanno capo al senatore Ted Cruz possano essere facilmente bollati come fanatici, “perché effettivamente lo sono”. “Secondo me se parli con James Carville (storico consigliere clintoniano e ora commentatore, ndr) in privato ti dice che davanti ai Clinton vede solo trouble, trouble, trouble”. A destra vede “alcune qualità nei candidati che si sono presentati finora. Rubio sa di politica estera, è autorevole quando ne parla, ma è un po’ ‘boyish’, non ha la presenza. Lo stesso Rand Paul, con il quale spesso mi trovo d’accordo, ma è il tipo che non è in grado di comprarsi un abito da solo. Scott Walker è semplicemente strano. Dal mio punto di vista ha fatto cose fantastiche con la sua lotta contro i sindacati, che stanno strangolando le città americane a partire dalle classi più deboli, ma ce lo vedi come presidente? Non saprei”. Rimane infine Jeb, “uomo che avrebbe anche le carte in regola per correre, ma è stato troppo a lungo fuori dalla scena politica. Se avesse corso dopo la sua buona prestazione da governatore in Florida avrebbe avuto più chance, credo abbia perso un po’ il ‘fire in the belly’”. Ma se serve a evitare Hillary, dice Paglia, ben vengano gli strambi, i secchioni che non emozionano e le facce infantili.

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