Zerocalcare in eccesso

Anche quest’anno spunta un fumettaro stregabile e mainstream. Come nasce, chi è, cosa vuole (e cosa no). Trentunenne, madre francese e padre italiano, nato ad Arezzo, cresciuto tra la Francia e Roma Rebibbia, poi liceo Chateaubriand. Storia di un fumettista.
Zerocalcare in eccesso

L’illustrazione di copertina dell’ultimo libro. Zerocalcare si descrive sempre come tutt’uno con Rebibbia, il quartiere che per lui è “una fettuccia di paradiso stretta tra la Tiburtina e la Nomentana

Guarda che c’è Zerocalcare su Repubblica. Guarda che Zerocalcare ha litigato con quelli del sito “Romafaschifo”. Guarda che Zerocalcare è candidato al premio Strega e ieri era al festival di Torino anche se “dalle feste scappa”, e qualcosa vorrà pur dire. Guarda che Zerocalcare è (citazione a caso delle lodi e delle critiche), “un grande”, un “bravo ragazzo dei centri sociali”, un “furbetto”, “uno lucido che sa come muoversi”, “letteratura”, “non letteratura”, “un nuovo Andrea Pazienza”, “uno che non sarà mai Andrea Pazienza”, “un nuovo Roberto Saviano”, “non un Gipi né un Igort” (rispettivamente il fumettista candidato al premio Strega l’anno scorso e il fondatore della Coconino press, mito dei fumettari d’Italia), “un genio”, “uno così così”, “uno che non si capisce perché abbia così tanto successo”, “uno che meno male che ha successo perché è più bravo di noi” (questo per esempio dice lo scrittore e coetaneo di Zerocalcare Paolo Di Paolo, mentre le opere anche inedite del fumettista viaggiano verso “Arf!”, prossimo nuovo festival del fumetto a Roma).

 

E insomma Zerocalcare, il giovane fumettista che, su presentazione di Daria Bignardi e Igiaba Scego, è arrivato a concorrere al premio Strega con il graphic novel “Dimentica il mio nome” (Baopublishing), da giorni appare e scompare da bacheche di Facebook e timeline di Twitter, per finire, con circolare periodicità, di nuovo sui giornali, là dove tutto è cominciato a livello di spostamento della frontiera del “mainstream”. Perché mainstream è ormai non soltanto il fumetto che narra, ma il cosiddetto storytelling in generale (anche in politica fatto di testo e di immagini, slide o lavagne di Matteo Renzi e magliette di Matteo Salvini, e photogallery come se piovesse). E se è vero che Zerocalcare, alias Michele Rech, è un trentunenne di madre francese e padre italiano, nato ad Arezzo e cresciuto tra la Francia e il quartiere romano di Rebibbia (periferia), Zerocalcare è pure un trentunenne con anni di Chateaubriand alle spalle, Chateaubriand cioè il liceo dell’élite francofona trapiantata a Roma, dove semplici figli di genitori francesi, ma pure radical chic, bulli, destrorsi, snob e francofoni danarosi convivono nel palazzo e nel giardino dove lui, il futuro fumettista, si teneva a distanza dagli “studenti italiani che vengono messi lì da famiglie un po’ stronze, solo perché fa chic”, come ha detto a Stefania Rossini sull’Espresso, qualche settimana fa. E chissà se c’è stata clash of civilization tra la cultura punk hardcore da cui Zerocalcare si sente di provenire (ma come uno “straight edge”, cioè uno mai e poi mai dedito ad abusare: non di alcol, non di droghe, non di sesso occasionale, praticamente un cavaliere Jedi) e l’ambiente “Roma Nord” messo sotto accusa allo Chateaubriand l’autunno scorso, con scene da “Carnage”, il film di Roman Polanski (tratto da una pièce di Yasmina Reza) in cui due civilissime coppie newyorchesi perdono ogni sembiante di correttezza politica nel salotto dove sono convenute per trattare con educazione, in teoria, l’increscioso caso della bastonata data dal bambino degli uni a quello degli altri – invece finirà come si dice a Roma in caciara, con l’economista che vomita accanto al divano della letterata, il tutto mentre i figli giustamente se ne fregano. (“Botte e insulti a un ragazzo”, “offese a un ragazzo di colore”, “viva il duce” come intercalare, questi erano i titoli di giornale sullo Chateaubriand, con verità e leggenda che si mescolavano davanti ai genitori assaliti dalla realtà). Ma Zerocalcare, uno che organizza manifestazioni “MaiconSalvini”, non sembra figlio di quello scenario, non, almeno, nell’autobiografico “La profezia dell’armadillo”, il primo dei suoi graphic novel, portato a termine sotto l’amichevole pressione di Makkox-Marco Dambrosio, fumettista anche autore di “Gazebo” su Rai 3, altro serbatoio di miti dialettali grazie alla parlata dello stesso conduttore-autore Diego Bianchi in arte Zoro (Zerocalcare è un fenomeno linguisticamente “glocal”, uno che dice e scrive “mozzicano”, “ci stavo sbattendo la capoccia”, “stammerda”, “accollo”, ma anche “global” nell’Italia che nei dialetti si riconosce dai tempi di Alberto Sordi e Massimo Troisi). Nei suoi libri Zerocalcare parla di sé e di un mondo apparentemente a parte che però, di fatto, è già diventato mainstream, forse per l’ansia altrui di non possederlo del tutto, come dice la fumettista, scrittrice e giornalista Cinzia Leone che, interpellata in proposito, parla di Zerocalcare come di “una chiave di accesso a un universo e a un linguaggio giovanile che sembra sfuggire. Leggere le sue storie è un po’ come guardare dal buco della serratura qualcosa di sconosciuto alla generazione dei 50-60enni, ma forse anche in parte a quella dei quarantenni. E lui quel mondo ce lo restituisce in chiaroscuro”.

 

Sarà anche per questo, forse, che Repubblica, come in una “caccia al giovane” cui si partecipa in larvata concorrenza (anche la Lettura del Corriere ha pubblicato periodicamente pagine-fumetto), ha deciso di uscire domenica scorsa con la storia di Zerocalcare “nella città dei Puffi” (titolo: “La città del decoro”), fumetto in cui Zerocalcare parla di “degrado” e “senso civico”, parole sicuramente mainstream, anche se bisogna vedere con quale sfumatura: per il malpancista-grillino, infatti, è mainstream il lamento antidegrado con indignazione un tanto al chilo e dàgli al ladro (politico). Per il cittadino stufo del traffico e della sporcizia è mainstream lo sbuffo antidegrado su Twitter, con venature anche poco gentili verso i “poveri” che vanno a rovistare nei cassonetti della spazzatura (argomento di lite tra Zerocalcare e il suddetto sito “Romafaschifo”, contenitore di lamentazioni risalenti dalla cosiddetta pancia del web). Mainstream, però, può essere anche l’immersione di Zerocalcare nella “precarietà” come male e spirito del tempo o la declinazione e ostensione del mito della “solidarietà”, nuova parola d’ordine (trasformare Zerocalcare in una specie di nuovo Saviano pare appunto l’obiettivo, anche se non attorno al tema “mafie”). C’è poi la grande domanda su cui Zerocalcare insiste: qual è il “lato giusto” del senso civico? E alla fine uno legge la “Città del decoro” su Repubblica – con i cittadini spara-truculenze sul web trasformati in “Puffi” e le icone della sinistra svuotate con affetto (“sì, a 16 anni avevo il mito di Brecht”, scrive Zerocalcare, che poi disegna un pupazzo di Gramsci che se gli gratti la pancia dice “odio gli indifferenti”) – e quasi quasi si immagina Ezio Mauro, direttore di Rep., o altro direttore analogo, in gita al centro sociale Forte Prenestino, in cerca di un nuovo lessico, nuovi modi e nuovi strumenti per affrontare la questione del “moriremo o no populisti”. Ed è chiaro che Zerocalcare sceglie di stare dalla parte di chi dice “stiamo in una città dove ci sono stati i pogrom contro i centri d’accoglienza a Corcolle” e dove “un bengalese è stato ammazzato a calci e pugni in strada a Torpignattara”, senza preoccuparsi, al momento, dei possibili populismi che si attaccano anche a questo tipo di posizioni, e non dalla parte di chi su internet sfoga una rabbia che gli pare un “incrocio tra quelle epidemie di cattiveria alla Stephen King e mio nonno quando la mattina non prende le gocce”. Anche questo ora può essere “mainstream” come poteva esserlo andare a Kobane mesi fa (Zerocalcare c’è andato con un gruppo romano che portava aiuto ai curdi assediati dall’Isis. Poi ha scritto e disegnato il reportage “Kobane calling”, uscito su Internazionale e andato esaurito in breve tempo: perché bisogna dire che Zerocalcare vende molto – secondo gli editori oltre duecentomila copie dei suoi libri in due anni – ed è molto cliccato sul suo blog). Sempre all’Espresso, dopo l’esperienza al confine turco-siriano, Zerocalcare ha dichiarato che lui, a Kobane, se i curdi riuscissero “a realizzare pienamente” quello che stavano “mettendo in piedi”, ci si stabilirebbe volentieri: “Lì c’è una rivoluzione che mette al centro la donna, la redistribuzione del reddito, l’ecologia”, ha detto. Parole mainstream pure queste, come in qualche modo è mainstream, per la generazione di Zerocalcare, il “passaggio” dal G8 di Genova, luglio 2001, cui Michele Rech partecipò diciassettenne e da cui tornò con il desiderio di disegnare la “perdita dell’innocenza” (“La guerra di un diciassettenne di 55 chili non è la stessa di ventimila Robocop armati fino ai denti e gonfi di cocaina…”, scrive nell’ultimo libro). Zerocalcare è perfettamente sintonizzato sui suoi tempi (dunque la storia sul “senso civico” quando tutti parlano di “senso civico”, Kobane quando si parla di Kobane – che sia voluta o non voluta, la sincronia c’è). Meno mainstream presso il mondo di Repubblica, ma non nel suo mondo di provenienza, è poi la posizione su Charlie Hebdo: “Ovviamente è stato un orrore ingiustificabile, però conosco bene la frattura sociale che c’è in Francia”, ha detto Zerocalcare all’Espresso: “Una parte della popolazione si percepisce come di serie B e fa della religione musulmana il proprio elemento identitario. Se un giornale mainstream di bianchi borghesi fa satira su questa religione, la cittadinanza di serie B non può che viverla come una prepotenza. Tu hai il diritto di fare satira e di non essere ammazzato, ma hai anche il dovere di tener conto che stai offendendo questi reietti”.

 

Chi è Zerocalcare, un enfant prodige del fumetto-rebel o un’operazione cultural-editoriale?, si domandano gli osservatori dopo averlo peraltro visto da Fabio Fazio, in febbraio, intento a dire che quando lo legge qualcuno che gli fa “orrore”, lui prova “sgomento”, e vorrebbe che quella persona così diversa da lui non si riconoscesse nei suoi fumetti. Certo è che ribelle non pare, il ragazzo che pure viene dai centri sociali. A volte pare persino “scout”, un po’ “giovane democristiano” del Forte Prenestino un po’ Jovanotti dell’antagonismo. E mainstream non vuole essere, come ha spiegato ad Alessandra Di Pietro che, intervistandolo per Gioia, gli chiedeva conto della difficoltà di mantenere l’anima underground nel bel mezzo del successo. E Zerocalcare diceva di sentirsi “sicuramente in difficoltà per certi versi”, che era “come camminare sui cristalli” per mantenere “un equilibrio” tra quei due mondi e “non lasciare mai che l’aspetto mainstream prevalesse sul resto” – e raccontava di avere la sensazione di fare anche “dei passi falsi”, ma di sperare che trasparisse “la buona fede e il tentativo di non voltare le spalle a tutto quello che lo aveva caratterizzato fino ad allora”. E chissà se Zerocalcare si sente come la montagna che raffigura prima sua madre e poi il se stesso cresciuto in “Dimentica il mio nome”, suo Bildungsroman con passaggio della linea d’ombra da ragazzo a uomo, oltre che storia di sua nonna, ragazza francese prima adottata in Provenza da un’esule nobile russa e poi moglie di un inglese, forse collaborazionista dei nazisti forse truffatore. Crescere, scrive uno Zerocalcare-guru, è vedere “angolazioni e scorci che non avresti mai potuto scorgere dalle prospettive iniziali…”. Crescere, magari, è anche farsi mainstream, ma vai a dirlo a quelli che, nel movimento antagonista, sono pronti a dare di “venduto al sistema” al minimo deragliamento dall’underground suddetto. E però negli stessi libri di Zerocalcare, dove “l’armadillo” è l’alter ego che gli sussurra all’orecchio pensieri sensati o non sensati nei pomeriggi passati a guardare serie tv americane, compaiono sprazzi di autoironia sul pischello che va al supermercato e proprio non ce la fa a essere fedele a Vandana Shiva, scegliendo solo prodotti che non siano “espressione della decadenza occidentale e dell’omologazione culturale dei popoli” (a quel punto nel fumetto compare Vandana Shiva in persona, tipo grillo parlante, a dire che la scatola di prodotti non equi e non solidali va lasciata sullo scaffale).

 

[**Video_box_2**]Zerocalcare si descrive sempre come un tutt’uno con Rebibbia, il quartiere che per lui è “una fettuccia di paradiso stretta tra la Tiburtina e la Nomentana, terra di mammouth e cuori grandi” (con buona pace del background francese-Chateau in cui è cresciuto, dicono i suoi detrattori). Il mammouth sarebbe quello scoperto davvero sottoterra a Rebibbia, enorme elefante che poi Zerocalcare, su richiesta delle autorità locali, ha disegnato fuori dalla fermata della metro – il mammouth in centro non ce l’hanno, dice l’uomo che nei fumetti di Zerocalcare siede sulla panchina, sorta di genius loci delle storie in cui molti si sentono rappresentati nella veste di generazione che a scuola era “ingrugnita” come “tutti quelli che hanno scoperto i Nirvana quando Kurt Cobain era già morto da un paio d’anni” (generazione che si sente già un po’ vecchia). E il fumettista di quella generazione si fa ventriloquo, narratore di amori involuti, lutti improvvisi, timidezze invincibili (iscriversi al corso di giapponese solo per incontrare la ragazza che ti piace sul tram, per poi non confessarle manco morto il tuo invaghimento) e sopportazioni eroiche di qualsiasi “accollo” (amico rompipalle, mamma che non sa usare internet, lavoro da consegnare domattina). Paragonarlo a Pazienza (come è stato fatto) pare troppo persino a lui, che del fumettista-pittore del Cannibale e del Male dice: “Pazienza non c’è mai stato in casa mia, non l’ho letto negli anni della formazione, l’ho conosciuto tardissimo e ancora ho molte lacune”, ha detto ad Alessandra Di Pietro: “Eppure è solo dopo averlo scoperto che ho realizzato quanto fosse stato impossibile non subirne l’influenza, anche solo indirettamente. Molte delle cose che ho letto, copiato, negli anni in realtà avevano un debito enorme da Pazienza…” anche senza averlo letto.

 

“Strano caso” candidato allo Strega, come l’anno scorso lo era Gipi-Gianni Pacinotti, presentato per il suo “unastoria” da Sandro Veronesi e Nicola Lagioia, oggi Zerocalcare, come ieri Gipi, è sotto osservazione della critica: non è un figlio di Hugo Pratt né un figlio di Will Eisner, dicono. Non è “impegnato” nel senso di Marjane Satrapi, fumettista iraniana autrice di “Persepolis”, o di Art Spiegelman, autore del famoso “Maus”, romanzo a fumetti su un sopravvissuto alla Shoah in cui gli ebrei perseguitati sono raffigurati come topi e i nazisti come gatti. Fa anzi parte, Zerocalcare, dicono, della nuova generazione di fumettisti “narratori ombelicali” (che però poi si recano al confine turco-siriano). Un anno fa il critico Alfonso Berardinelli aveva detto all’Espresso, a proposito della candidatura di Gipi, che, “se i testi di Bob Dylan stanno in piedi da soli, anche senza musica, lui merita di vincere il Nobel per la letteratura. Non mi pare però che nei graphic novel il testo, svincolato dai disegni, abbia una sua autonomia”. (Ma c’erano anche critici favorevoli: Alessandro Barbero, Giulio Ferroni e Filippo La Porta). Zerocalcare minimizza. Ogni volta che gli nominano il premio Strega dice che “gli pare uno scherzo”. E “Dimentica il mio nome”, titolo del suo romanzo, pare a un certo punto, per lui, quasi un’esortazione ai giurati. Falsa modestia? altra ansia di scontentare i compagni?

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi