La buona scuola di Gentile

Era un mondo prepolitico: eravamo soli, studenti e professori, di fronte alle nostre responsabilità - di Lanfranco Pace
La buona scuola di Gentile

In cortile: ragazzi dell’orfanotrofio di Auteuil, in Francia, in una foto del 1940

Ho frequentato la scuola pubblica forgiata da Giovanni Gentile e Giuseppe Bottai. Il fascismo era crollato da qualche anno ma Guido Gonella, che dopo la Liberazione fu il plenipotenziario democristiano in materia, non aveva cambiato un granché.
Dall’età di quattro anni ai sei ero stato in una scuola privata. Una norma allora in vigore non consentiva di iscriversi in prima elementare senza aver compiuto sei anni ma stranamente ci si poteva presentare all’esame di ammissione in terza a qualsiasi età. Siccome avevo imparato a leggere, i miei decisero con un’attitudine pedagogica non proprio felice di farmi guadagnare tempo. Fui preso per mano dalle Orsoline, una suora ossuta e appassionata, che non disdegnava lo scappellotto, mi insegnò a fare un po’ di conto e a scrivere pensierini, tipo voglio molto bene alla mia mamma, al mio papà e alla mia insegnante, niente di che ma scritti, giuro, in ottima calligrafia.

 

A sei anni entrai nella terza elementare statale. Trovai un maestro, uno solo, che ci portò fino all’esame d’ammissione alle medie. Aveva un’aria vagamente malinconica, un incarnato scuro, forse con qualche problema al fegato, a scuola veniva a piedi o in bicicletta e usava le mollette da bucato per stringere i risvolti dei pantaloni. D’inverno portava un pesante cappotto e una grande sciarpa di lana, non c’erano allora i piumini d’oca, il cachemire era sconosciuto e a camminare si sudava anche con il freddo. In classe eravamo più di venti, un mezzo pollaio direbbe il nostro premier, ma si pigolava e si starnazzava poco e solo nei momenti comandati. Chi faceva qualche fesseria si prendeva una bacchettata sul dorso della mano, se andavi a piagnucolare dai genitori c’era il rischio che ti beccassi il resto. Noi si portava grembiule e fiocco e non eravamo poi così ridicoli, la stoffa occultava le differenze e nell’aria c’era sempre un odore di cotone lavato di fresco. Quando il maestro entrava ci si alzava in piedi, per noi e per la piccola città dove vivevamo era il “signor” maestro. Imparavamo a memoria poesie non eccelse, la lunghezza dei fiumi, l’altezza delle principali montagne, l’ubicazione e il numero di abitanti delle città italiane. E la tabellina pitagorica che oggi sembra uscita dal novero delle cose da sapere per sopravvivere. 

 

Alle medie abbandonammo fiocco e grembiule e trovammo per la prima volta compagne, la classe mista era ancora una cosa all’avanguardia. E donne erano le professoresse. Italiano, latino, storia. Matematica. Musica. Si dice che la femminilizzazione dell’insegnamento sia un segno del suo decadimento, ma è un luogo comune, le mie erano fior di insegnanti. La professoressa di storia mi interrogò quattro volte di fila per vedere se studiavo davvero o mi preparavo solo quando presumevo che sarebbe toccato a me, concluse che non solo la sapevo ma la sapevo anche raccontare: provai una felicità fino ad allora sconosciuta, la pienezza del dovere compiuto e di un merito riconosciuto. Della professoressa di matematica si diceva che fosse un cerbero, semplicemente non si rassegnava a che non capissimo quanto quella materia astratta fosse calda e appassionante. La musica era ovviamente materia marginale, le chiavi di violino e i solfeggi non erano al centro delle nostre ansie, ma la professoressa sì: molte delle nostre fantasie prepuberali si consumarono su quella giovane bruna, dalla pelle bianca e le labbra rosso fuoco. Era ancora la piccola Italia certo, al sesso si pensava ma non se ne parlava e non solo perché questo voleva la morale del tempo. C’era anche qualcosa di arcaico e di degno nel non volersi piegare alla modernità scandinava e americana, nel rifiuto di scomporre l’eros in quarti di fisiologia e di spiegare quello che spiegare non si può. Forse quella ritrosia fece sì che l’amore e il sesso conservassero un po’ di mistero e che proprio per trovarne la chiave noi si vivesse al filo degli incontri casuali, fra sguardi che si incrociano e si accendono e dolorosi turbamenti.

 

Gli insegnanti del ginnasio e del liceo erano precursori: un po’ facevano di testa loro. Quello di italiano trascurava Pascoli e Foscolo, poeti mediocri diceva, ci spingeva verso “I fiori del male” e Mallarmé e Debussy e “L’après-midi d’un faune”. Quello di latino e greco era il più giovane e seguace di don Giussani. Quando c’era da fare la versione in classe, ci imponeva di leggere e rileggere il testo, sforzandoci di afferrarne il senso senza ricorrere meccanicamente al dizionario. Il professore di ginnastica era speciale. Profugo da Pola, si faceva un punto d’onore di non lasciare nessuno indietro, ci spronava tutti, bassi e alti, rotondi e storti a dare il meglio e a fare ogni volta un po’ di più. E noi a sbatterci su e giù per pertiche e funi che terminavano in un grande nodo, che se non stavi attento quando scendevi rischiavi di lasciarci le pudenda, a prendere la rincorsa per saltare sulla pedana e gettarci a volo d’angelo oltre il cavallo, vincendo la paura, la trave, le parallele. Ginnastica di regime, per così dire, mancava solo il salto del gerarca nel cerchio di fuoco, ma non ci fu mai un incidente e mese dopo mese il corpo prendeva struttura e un minimo di senso.

 

Il liceo stava in un palazzo del centro storico, non molto grande ma con una sua bellezza, i muri erano puliti, senza scritte, graffiti o manifesti. I soli volantini che vedemmo in così tanto tempo furono per Trento e Trieste, ci vollero uno sciopero e un corteo degli operai dell’Italcementi con tanto di scontri con il III Celere di Padova per vedere un primo squarcio di realtà.
Su quel mondo tranquillo regnava il preside, anzi la preside. Piccola di statura, con occhiali di osso e spesse lenti, emanava autorità e incarnava l’unità del corpo docente di fronte agli studenti. Teneva alla buona educazione e alle buone maniere. Non esistevano organi di rappresentanza nemmeno consultivi, né degli studenti né dei bidelli né dei genitori. C’erano i sindacati ma non quell’infilata di bacheche generata dall’inflazione della democrazia. Dei partiti nemmeno l’ombra. Fremiti all’esterno, questo sì. L’allievo di don Giussani cominciò a tenere riunioni dei Gs, la Gioventù studentesca. Un ex del liceo che studiava alla Normale di Pisa con Luigi Chiarini ed era maniaco di Jean-Luc Godard mise su un circolo di Nuova Resistenza per comunisti precocemente affascinati dalla Cina di Mao.

 

Si aveva la sensazione di essere soli, studenti e professori, di fronte ai propri doveri, alle proprie responsabilità. A differenza degli attori di oggi non immaginavamo nemmeno che potesse esistere il sostegno incondizionato di un gruppo, di un partito, di una corporazione, di una consorteria. Lo scoprimmo più tardi all’università, pagandone il prezzo. 

 

Il nostro mondo era prepolitico, perciò semplice: il preside presiedeva, il professore insegnava, lo studente studiava. E veniva giudicato, senza giri di parole, perifrasi o fumisterie ma con numeri arabi, inequivocabili, precisi, da uno a dieci. A fine anno se zoppicavi in una sola materia te la passavano, se in più di una ti rimandavano a ottobre e se invece eri proprio cionco ripetevi l’anno. Una volta, due, tre, era a chi si stancava prima. Le famiglie non si rivoltavano contro valutazioni negative, al più iscrivevano il figlio da un’altra parte: non erano come quelle mamme che in Puglia hanno contestato un preside colpevole di aver proibito l’uso del cellulare in classe.

 

Ho un ricordo di una buona scuola non solo perché allora ero giovane. Se di quei professori ricordo ancora il nome e il volto è perché molto mi hanno dato, molto mi hanno insegnato. Pedagogicamente, l’età dell’oro. Il ricordo ancora fresco della guerra e della guerra civile fece sì che venissimo educati alla libertà senza mai parlarne, non cademmo nella retorica bolsa. Il docente rispettava lo studente e a sua volta ne era rispettato, così ci educavano a non umiliarci, a non dire bugie, a non ingannare né nel gioco né nello studio. Un tema sul “Gattopardo” lo copiai alla svelta. Risente troppo della prefazione di Bassani, disse benevolo il professore e mi sentii sulla pelle il bruciore di uno schiaffo di assoluto.

 

Ho il ricordo di calma e ordine, di ritmi ben scanditi e riti sobri. Anni dopo avremmo inveito contro la scuola oscurantista, bigotta, autoritaria e nozionistica. Già il nozionismo, che è poi quella cosa che non ti fa dire che Hitler è morto negli anni Ottanta, Rovereto sta in Basilicata e Sumatra in Africa, così dal vivo laureati di oggi. Ordine mentale significa rispettare il congiuntivo, non sfregiare la lingua con quel “piuttosto, piuttosto che” il cui uso demente sta dilagando: pare che abbiano iniziato le classi abbienti e colte del nord, la cosa dice tutto sugli abbienti, sui colti e sul nord, oggi.

 

Venne Acquario e questo mondo crollò di colpo. Dissero che fu per via della scolarizzazione di massa e dell’apertura degli sbocchi universitari, ero al quarto anno di Ingegneria e non mi sembrava che ci fosse tutta questa fila per entrare nella scuola- fabbrica, nell’università-impresa. O forse il fenomeno era solo agli inizi. Comunque noi ci aggiungemmo del nostro. Non volevamo la riforma dell’università che portava il numero d’ordine 314 e il nome del ministro che la proponeva, Luigi Gui. I figli della buona borghesia sabauda srotolarono sulla facciata di palazzo Campana un robusto manifesto contro l’autoritarismo. Don Milani, prete molto compassionevole e di ottima famiglia, scrisse la “Lettera a una professoressa”, l’idea che la scuola di classe fosse di classe due volte cominciò a rimbombare nelle nostre teste e nei viali degli atenei. Con una punta di scherno, i ragazzi di Barbiana chiamavano noi, che avevamo imparato a leggere ancora prima di entrare a scuola e che avevamo la strada tracciata da famiglie abbienti, i “Pierini del dottore”. Se tuo padre fa il medico e gli amici lo chiamano Pierino non te lo scordi. Il senso di colpa lavora e produce furia cieca. Niente sarà risparmiato.

 

Un preside di Padova trova il suo istituto occupato e nel suo ufficio uno studente, seduto sulla sua poltrona con i piedi sulla scrivania che sta bevendo birra. Senza scomporsi il ragazzo gli porge una lattina e dice, “bevi, Bepi, bevi che la vita x’è un lampo”. Sul piano simbolico, la scuola della Repubblica scompare in questo istante.

 

[**Video_box_2**]Al suo posto, un cafarnao: decine di sigle sindacali, partiti, fazioni e correnti, ideologie stantie, ossessione egualitaria, nevrosi assembleare, micropoteri feroci, baroni che aizzano gli studenti contro altri baroni di differenti scuole, una burocrazia ministeriale inscalfibile, una successione di ministri inetti e pavidi che hanno avvalorato la tesi quanto mai fasulla che chi tocca la scuola è politicamente morto. E poi l’insiemistica, la banalizzazione della teoria dei sistemi, le nuove trovate della pedagogia, la riduzione del sapere a griglia di risposte con caselle da riempire: gli insegnanti della mia giovinezza avrebbero avuto più che da ridire con quelli di oggi.

 

Un giorno vado nel liceo di Roma frequentato da mia figlia per un dibattito sulla guerra in Iraq. Entro nella sala e vedo un lungo striscione a caratteri cubitali, “espungere la guerra dalla storia”, mia figlia mi dice che l’ha fatto mettere la “prof”, ormai li chiamano così, di storia. Non un supplente sbattuto tra folli graduatorie e approdato in un istituto della periferia, ma un’insegnante sperimentata in cattedra in una scuola che dovrebbe essere d’ eccellenza. Chi glielo va a dire che uno che vuole “espungere” la guerra dalla storia non è tagliato per insegnare né la guerra né la storia e che un ideale in sé nobile non fa curriculum? Di certo non glielo dice il preside, non i test Invalsi, non il coriaceo Davide Faraone, non il ministro Giannini e nemmeno il premier: queste battaglie sono già perse. La signora occupa quel posto per volere burocratico e sindacale e in seguito ad avanzamenti automatici di carriera: per come è ancora l’Italia, corrisponde a nomina di diritto divino.
Gli egualitari, che preferiscono stare avvolti, tutti, nella stessa consolatoria mediocrità, non vogliono che i privati mettano dei soldi: finirebbero, dicono, agli istituti più prestigiosi del centro storico a scapito di quelli delle periferie, squilibrando ancora di più il sistema formativo. E fin qui, sarebbe solo becero pauperismo.

 

E’ quando a difesa dei diritti scendono in campo i costituzionalisti che il dibattito comincia volare alto e si ingarbuglia. All’Assemblea costituente Concetto Marchesi e Aldo Moro battagliarono a lungo sulla scuola, trovarono un compromesso decente tra scuola pubblica e privata, “libera di crescere senza oneri aggiuntivi per lo Stato” e scrissero l’articolo 33 della Costituzione. Poi l’articolo 34 che recita: “La scuola è aperta a tutti, l’istruzione inferiore impartita per almeno otto anni è obbligatoria e gratuita. I capaci e i meritevoli anche se privi di mezzi hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie e altre provvidenze che devono essere attribuite per concorso”.

 

I capaci e meritevoli appunto: ce li siamo scordati per strada, nell’ubbriacatura del tempo che è il diritto di tutti a tutto. Il benessere di una nazione non dipende dal numero dei diplomati e dei laureati ma dalle loro qualità e competenze effettive: la buona scuola è quella che prepara all’eccellenza e il buon governo che vorrebbe fare la buona scuola dovrebbe cominciare con chiuderne un po’ di meno buone e di pessime e concentrare utilmente le risorse. Invece continueremo a sfornare pletore di cazzoni con un pezzo di carta in mano solo perché non fa chic dire che il lavoro manuale è stupefacente conoscenza del mondo.

 

Benedetto Croce fu ministro della Pubblica istruzione. Nel suo primo discorso al Parlamento disse: “Noi vogliamo, in fatto di scuola, a preferenza di sterminati eserciti di Serse, piccoli eserciti ateniesi e spartani, di quelli che vinsero l’Asia e fondarono la civiltà europea”.

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