Il cerchio magico di Milano

Miracolo sui Navigli. Come godersi l’Expo in una città meravigliosamente circondata dall’acqua.
Il cerchio magico di Milano

Giovanni Segantini, “Il naviglio a Ponte San Marco”, 1880 (collezione privata)

L’acqua c’è. L’acqua è tornata nella Darsena, che è il porto dei milanesi, dopo lunga e fangosa sete, due anni di secca e lavori. Appena in tempo perché ci si specchino i turisti sulla via dell’aperitivo, come hanno imparato dal New York Times che ha appena inserito la Ripa di Porta Ticinese tra le strade più belle d’Europa. E poiché “questa città ha forma circolare, a modo di un cerchio, e tale mirabile rotondità è il segno della sua perfezione”, come scrive il gran Bonvesin nelle Meraviglie di Milano, bisogna partire proprio dalla sua Riva per girarle intorno, per scoprire se questa è #lavoltabuona, come direbbe quello, se Milano sta per cogliere il frutto del suo caotico, un po’ anarchico lavoro di sette anni. Dello spontaneismo creativo che fa parte del suo Dna e che di solito la salva dai guai, e la rilancia. O quantomeno la cambia, perché Milano è la città più mutevole d’Italia. Non c’è che da fare un giro, seguire il suo cerchio. Partendo dal suo porto, dalle sue vie d’acqua che portano a sud. A sud, dove c’è la campagna: l’agricoltura di Lombardia che, se non sfama l’intero pianeta, gonfia per benino il Pil nazionale. La grassa Bassa e il Parco agricolo sud, che pochi lo sanno ma è fra i più grandi d’Europa (a Milano, sì, a Milano). E che ovviamente è anche uno dei luoghi privilegiati del “fuori Expo” dove “nutrire il pianeta” si trasforma food culture, ben-nutrire il turista. L’agroalimentare italiano, che si mette in mostra qui per sei mesi, vale 27,7 miliardi di euro di esportazioni verso i soli paesi che sono presenti a Expo 2015. Eppure la bilancia commerciale è negativa, perché importiamo agroalimentare per oltre 37 miliardi (dati Istat 2014 elaborati dal Sole 24 Ore), 6 miliardi solo di latte e burro dalla Germania. Questo è ciò che simboleggia, nell’economia reale, il Parco sud di Milano, con le sue fresche e benedette acque. Quanto poi tutto questo c’azzecchi, o si “interfacci”, come dicono i tecnici, con i temi della Carta di Milano, il documento-testamento che fa da impalcatura ideologica e posticcia all’Expo (“Noi donne e uomini, cittadini del pianeta…”) che parla di cittadinanza universale, di diritto al cibo, di sovranità alimentare e di tutela delle biodiversità ma s’è dimenticata, ad esempio, del land grabbing, ché quella non è fuffa, sono gli interessi reali della geo-agricoltura, non è dato sapere.

 

Le vie d’acqua che nel sogno primigenio di Letizia Moratti dovevano congiungere la città all’Expo e al suo contado si sono prosciugate un bel po’, dalla Darsena a Rho-Pero non ci si arriverà mai in barca. Anzi c’è pure il rischio che il sito con il laghetto e i suoi canali rimanga asciutto, basterebbe che il Ticino che lo alimenta finisse in secca, nei mesi caldi: che ne sarebbe delle risaie piemontesi, le più grandi d’Europa, delle sei centrali elettriche alimentate dal fiume, con il sito di Expo che pesca tre metri cubi al secondo? Milano non sarà la nuova Amsterdam, per raggiungere l’Expo meglio fare un giro diverso. Per vedere la città che ce la fa, che si fa bella e si mette in mostra e prova ad alimentare, se non il pianeta, almeno il cambio di verso (sempre come direbbe quello). Ma non è facile. Per ogni città che le ha ospitate, Lisbona come Shanghai, Hannover come Saragozza, le Esposizioni universali sono state un’occasione di innovazione, di ripensarsi e ridisegnarsi. Conviene risalire verso est, dove c’è Città studi, dove l’innovazione si pensa e si misura. Qui c’è il Politecnico, qui Giovanni Azzone, il rettore, parla da anni di una “Expo diffusa e sostenibile”: “Negli ultimi decenni, Milano è riuscita a reinventarsi, con la creazione di una serie di aree di competenza, dal design alla moda, dalla finanza ai media, dall’energia alla salute. L’Expo può rappresentare l’occasione per contrastare la naturale tendenza alla frammentazione, coagulando le forze della città su un progetto di largo respiro”. Ci siamo riusciti, professore? Milano è davvero all’altezza delle sue ambizioni? Azzone è un tecno-ottimista: “Ci sono almeno tre città in una. La città, chiamiamola, modello Salone del mobile, quella che vuole attrarre persone e business, che vuole parlare col mondo e ce la fa. E’ la città che ha scommesso su Expo. Poi c’è la città ‘di via Paolo Sarpi’, (Chinatown, per i non residenti, ndr) quella davvero ormai multietnica, che è anche tessuto di un’economia globale, che è contenta”. Purtroppo però c’è anche la terza città, quella che ha paura del diverso: “Quella che vede solo la confusione, le note negative, la corruzione. Una Milano in frenata”. Qui, al Politecnico, sono stati ideati i famosi “cluster”, i padiglioni tematici che contraddistinguono l’Expo milanese: “Un lavoro cui hanno partecipato studenti nostri e di 17 università di tutto il mondo: ecco che cosa è Milano. Ci sono università d’eccellenza, qui studiano 170 mila studenti su un milione e 300 mila abitanti, oltre il dieci per cento della popolazione. Al Politecnico abbiamo oltre seimila studenti stranieri. L’Expo è stata l’occasione per provare a fare sistema di tutto questo, anche con le altre università. Perché non possiamo attrarre gli studenti dal mondo se non abbiamo un sistema integrato, un’offerta alta. In parte, almeno le università, l’occasione la hanno colta”. E la città? “Milano è un sistema multicentrico, ma anche anarchico per vocazione. La visione d’insieme, il progetto, ad esempio cosa fare di Expo dopo l’Expo, su questo siamo indietro. Ma stiamo cambiando pelle”.

 

Bisogna curvare verso il centro, per vedere la nuova pelle. Sotto i grattacieli di Porta Nuova c’è un grande prato verde che poi diventerà dorato. E’ l’opera di “land art” della statunitense Agnes Denes, che ha seminato a grano un campo di 50 mila metri quadrati tra l’Isola e i palazzi della nuova skyline milanese. Per Gad Lerner, “un immenso campo di grano che circondi i grattacieli della speculazione finanziaria”. Vabbè. Diciamo che è solo un gioco come tanti di una città che si fa bella. Che importa se tutto questo quartiere se l’è appena comprato il Qatar? Qui c’è la Milano dell’urbanistica che cambia, cercando di sfuggire alla “gentrification”. Quanto manca a Milano per avere il volto di una capitale europea? “Se vai in corso Garibaldi e vedi la guglie dei grattacieli di Porta Nuova ti mettono di buon umore” dice Philippe Daverio. Tra quei grattacieli c’è il Bosco verticale di Stefano Boeri, che nel 2014 ha vinto l’International Highrise Award per l’edificio alto più bello e innovativo del mondo. Boeri aveva disegnato il primo concept di Expo, prima di chiamarsi fuori, poi è transitato dall’assessorato alla Cultura di Pisapia. Ma è soprattutto un architetto appassionato di visioni urbanistiche. Ci dice che “Milano aveva già cominciato a cambiare da una decina d’anni, anche a prescidenre da Expo, che è stato al massimo un acceleratore-regolatore del cambiamento. Del resto è una città che si è trasformata più volte in questi decenni”. Ma è anche vero che, prima, l’unico grande intervento di ri-urbanizzazione fu, negli anni Ottanta, l’operazione Bicocca. Però, primo, “fu un’operazione gestita da un solo architetto, in modo unitario. Secondo, fu possibile solo con un intervento pubblico, legato alla costruzione della nuova università”. Oggi invece Porta Nuova, City Life, il Portello sono ‘città nella città’, funzionali. Non sono lo schema centro commerciale-uffici-residenziale tanto abusato in passato. Ci sono i parchi, le piazze, i servizi. Piazza Gae Aulenti a Porta Nuova, una piazza artificiale e soprelevata in una città piatta, è una delle cose più incredibili e vive della Milano nuova. Siamo arrivati. Magari in ritardo su Barcellona, su Lione, ma siamo arrivati”. Però Milano è fatta così, una moltitudine di piccoli mutamenti molecolari, continui, senza una regia. “Oggi non è la politica che può avere una regia progettuale, monolitica. Non ne ha la forza e nemmeno i soldi. Ma dovrebbe avere una regia culturale, intellettuale”. Milano in questo è messa meglio di altre città d’Italia, e ha una funzione di traino. Ma ad esempio per il futuro dell’area di Expo non è stato pensato ancora nulla, mentre a Londra prima delle Olimpiadi era già tutto pianificato”. Il problema di Expo è che qualunque cosa si voglia fare, si dovranno fare i conti con i 160 milioni di euro anticipati dalle banche per l’acquisto dei terreni. Un’esposizione notevole, che potrà essere affrontata solo con una regia pubblica. Proprio quella che è mancata. “Per questo ci vogliono le idee, perché a costo zero non si fa nulla”.

 

A costo zero non si fa nulla, o quasi. Perché Milano è anche la città del cuore in mano, della carità e del volontariato. Se da Porta Nuova si svolta verso nord, percorrendo un viale che altro non è se non il terzo Naviglio coperto, su verso la periferia di Greco che una volta si chiamava Greco-Pirelli perché era tutto Pirelli, c’è un’altra città che cambia, una scommessa vinta. La diocesi e la Caritas Ambrosiana hanno realizzato il Refettorio ambrosiano, che nasce sulla spinta di Expo e che sarà una mensa permanente della Caritas per i poveri, ma anche un luogo di aiuto a chi si trova in difficoltà. E non sarà una “roba da poveri”, sarà un “refettorio”, cioè un luogo bello – del resto non era un refettorio il Cenacolo dove Leonardo affrescò la sua Cena? E’ stato realizzato recuperando l’ex teatro della parrocchia di San Martino, un bella sala degli anni Trenta. Un’idea nata dalle intuizioni di Massimo Bottura, chef tristellare, e di Davide Rampello, che dopo aver guidato la Triennale è ora l’ideatore-regista del Padiglione Zero, il “padiglione concept” dell’Expo. Soldi e arredi donati, grandi chef che per sei mesi cucineranno, a turno, per i poveri. E poi, a differenza del resto del baraccone, qui non si smobiliterà. La cerchia invisibile dei Navigli gira inesorabilmente a ovest, a lambire il Castello dove la Pietà Rondanini di Michelangelo – la seconda guest star universale di Milano – ha trovato nuova casa, e a circumnavigare il centro storico, dove milioni di turisti si riverseranno per sei mesi, alla ricerca dei food district, del fashion district, ma anche dell’arte e della musica alla Scala. Del resto, ripartire dai turisti è un dogma, non solo milanese: “L’Expo è diventata l’ultima occasione utile per invertire la tendenza turistica negativa di questi anni e anche per intercettare i nuovi turisti, i benestanti dei paesi emergenti che detteranno le tendenze. E comunque non basterà, perché occorrerà poi intervenire sui ritardi strutturali che si sono accumulati nell’ultimo periodo”. Così dice il Rapporto Iea Turismo Italia 2015.

 

[**Video_box_2**]Cosa ha fatto Milano, con la sua “Expo in città”, per l’arte, per diventare una città turisticamente bella? “Diciamo che ci sta provando, l’Expo sarà una possibile operazione di buonumore, virtù che i milanesi possiedono, ma amministrano con parsimonia”, dice Philippe Daverio, critico d’arte raffinato e milanese borghese e disincantato. “C’è sempre e ci sarà un brontolio di fondo, le cose che non vanno, le delusioni patite in passato. Questa è la città che ha avuto Tangentopoli. Ma le cose stanno accadendo e stanno portando Milano a un ruolo adeguato, nel sistema dei musei e delle mostre. Il bello e il limite di Milano è semmai che le cose nascono sempre in modo spontaneo, come risposte a fattori che ci sono già. Il rito dell’happy hour non l’ha ordinato nessuno ai milanesi, è nato per caso. Però siamo una delle aree più benestanti dell’occidente, in Europa in pochi luoghi si vive bene e con ricchezza come qui. Ma sono una ricchezza e una bellezza non percepite, diciamo. L’Expo il suo compito di sveglia, di seduta dallo psicanalista per ritrovare la propria memoria, lo sta svolgendo. Poi ci sono le iniziative eccellenti come la mostra di Leonardo, la stagione della Scala”. E c’è il mecenatismo dei privati che è tornato a scommettere sulla città. La Fondazione Prada appena aperta, le Gallerie d’Italia, il grande museo privato di Banca Intesa, la Fondazione Bracco o il Museo delle culture di David Chipperfield all’ex Ansaldo. Sono le nuove eccellenze, spontaneità di privati che, come dice Daverio, mettono di buonumore.

 

Oltrepassata Citylife, oltrepassato verso ovest il Portello dove (forse) sorgerà il nuovo stadio del Milan cinese, c’è il Parco di Trenno, il polmoncino verde che a ogni festa comandata si accende dei barbecue extracomunitari. Qui si è accampata la tendopoli dei No Expo, quelli che spaventano la polizia e l’intelligence ma non i giudici, per i quali anche i black bloc che arrivano con molotov e spranghe hanno diritto di godersi Milano. Scrivono coi loro tamtam che “Renzi/Expo è fragile. Attacchiamolo quando e dove possiamo fargli più male”. Arrivano dalla Val di Susa e dai centri sociali di mezza Italia. Arrivano dall’estero. Ieri hanno fatto le prove generali, scontri ed edifici imbrattati. Oggi è il “No Expo May Day”.

 

Ma è ora di risalire a nordovest, ritrovando le vie d’acqua e le autostrade, ed ecco che finalmente sull’orizzionte si stagliano i padiglioni. La sberluccicante città di Oz pronta (o quasi) per la festa. La porta d’ingresso più vicina alla città, verso est, è a Roserio, dove un tempo l’ultima campagna agricola e l’industria chimica s’imbastardivano a vicenda. E dove adesso c’è la centrale operativa che garantirà la sicurezza di tutti noi. Ma io sono quasi arrivato a casa, all’Expo sapete entrarci da voi. Di buonumore.

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