Ci resta solo il cappuccino

Conventi vuoti, alberghi negli ex monasteri. Gli ordini religiosi dal primato culturale al declino. L’occidente è costellato da tante Cluny, l’abbazia che per secoli influenzò la politica europea e oggi è solo “zona archeologica”.
Ci resta solo il cappuccino

Jean-Léon Gérôme, “L'éminence grise”, 1873 (Boston, Museum of Fine Arts)

“Il monaco è la luce che splende, senza mai spegnersi, nel più intimo del cuore. E’ quel baratro di muta devozione in cui ogni spirito impuro è inghiottito a capofitto e soffocato”.

Hugo Ball, “Cristianesimo Bizantino”, Adelphi

 

Ormai i monasteri, per universale e letteraria convenzione tetri e ammantati di quell’alone di mistero che favorisce l’atmosfera da thriller, sono popolati di monaci solo nei romanzi da sfogliare ad agosto, sdraiati sul bagnasciuga e cosparsi di creme solari a più o meno alta protezione. Perché nella realtà, osserva serafico un vecchio padre portinaio benedettino che ormai ha poche chiamate cui rispondere, qui di gente ce n’è sempre meno, a parte quando si organizza la presentazione di qualche libro e allora arrivano gli avventori per sentire quattro parole e (soprattutto) avventarsi sul buffet, ancora decoroso e abbondante. Triste crepuscolo, quello del monachesimo occidentale che ha dato all’Europa forma e sostanza per un paio di millenni, prima che l’onda secolarizzante, ben più di Napoleone, investisse tutto lasciando cumuli di macerie. Un po’ come a Cluny: l’abbazia più grande e ricca della cristianità, fondata nel 910 da Guglielmo d’Aquitania, luogo capace di influenzare la politica e la società medievale, dal 1823 era diventata una zona archeologica, una sorta di Pompei francese. “Restano in piedi soltanto il campanile dell’Acqua benedetta e una parte, sventrata, del transetto maggiore. Oggi per vedere Cluny bisogna immaginarla”, ha scritto a tal proposito Glauco Maria Cantarella ne “I monaci di Cluny” (Einaudi). La si può prendere con filosofia o con fede, a seconda dei punti di vista.

 

Commentando il declino apparentemente inarrestabile degli ordini religiosi, Vittorio Messori qualche anno fa ricordava che “nella prospettiva di fede nulla può esserci di davvero inquietante” visto che, dopotutto e almeno per chi crede, è ancora la Provvidenza a segnare il corso della storia. E insomma, conventi vuoti o no, enormi case generalizie che chiudono i battenti e si trasferiscono in sedi più spartane, low cost e senza parchi con alberi regolarmente potati dove far riflettere i novizi sul katéchon paolino o sull’opera omnia di Sant’Agostino, tutto è grazia. Lo diceva il curato di campagna magistralmente narrato da Georges Bernanos, e vale anche ai tempi nostri in cui il senso del sacro s’è smarrito. Oggi, basta cercare su Google la parola “monastero” e nove volte su dieci si viene reindirizzati su pagine che descrivono agi e comfort di alberghi di lusso che un tempo, decenni fa, erano luogo orante e penitente. Celle spartane senza acqua calda trasformate in saune con legno finlandese di prima qualità, cantine adibite a bagnoturco con sassi bianchissimi e vapore a getto continuo. Di quegli antichi luoghi di preghiera popolati da farmacisti e amanuensi, di solito, rimangono solo il miele, le caramelle e qualche intruglio per il viso messo in vendita sui banconi della reception a prezzi tutt’altro che modici.

 

Benedetto XVI, parlando al Collegio dei Bernardini di Parigi, ormai sette anni fa, aveva rilanciato il suo programma di riconversione dell’Europa scristianizzata partendo dal monachesimo occidentale e da quel quaerere Deum che aveva plasmato il continente. “Del monachesimo fa parte, insieme con la cultura della parola, una cultura del lavoro, senza la quale lo sviluppo dell’Europa, il suo ethos e la sua formazione del mondo sono impensabili”, aveva detto Ratzinger, che così concludeva la sua lezione: “Quaerere Deum – cercare Dio e lasciarsi trovare da Lui: questo oggi non è meno necessario che in tempi passati. Una cultura meramente positivista che rimuovesse nel campo soggettivo come non scientifica la domanda circa Dio, sarebbe la capitolazione della ragione, la rinuncia alle sue possibilità più alte e quindi un tracollo dell’umanesimo, le cui conseguenze non potrebbero essere che gravi. Ciò che ha fondato la cultura dell’Europa, la ricerca di Dio e la disponibilità ad ascoltarlo, rimane anche oggi il fondamento di ogni vera cultura”. Lettera morta, si potrebbe dire, dando uno sguardo alla desolante realtà odierna. Questo è l’anno dedicato alla vita consacrata e una settimana fa il Papa ha ricevuto in udienza i partecipanti al Convegno internazionale dei formatori di consacrati e consacrate: “Al vedervi così numerosi non si direbbe che ci sia crisi vocazionale! Ma in realtà c’è una indubbia diminuzione quantitativa, e questo rende ancora più urgente il compito della formazione, una formazione che plasmi davvero nel cuore dei giovani il cuore di Gesù, finché abbiano i suoi stessi sentimenti”, ha detto loro Francesco, aggiungendo: “Sono anche convinto che non c’è crisi vocazionale là dove ci sono consacrati capaci di trasmettere, con la propria testimonianza, la bellezza della consacrazione. E la testimonianza è feconda. Se non c’è una testimonianza, se non c’è coerenza, non ci saranno vocazioni”.

 

Un anno e mezzo fa, il segretario della congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica, il francescano José Rodríguez Carballo, aveva presentato i numeri dell’esodo, senza nascondere il dramma: ogni anno, tremila tra religiosi e religiose lasciano i conventi. Tra il 2008 e il 2012, sono state concesse quasi dodicimila dispense. Quando va bene, il religioso chiede di essere incardinato in una diocesi. Quando va male, chiede di poter tornare allo stato laicale. Nel 2013, in tutta la Germania si contavano sessantadue novizie. Nel 1950 erano tremilacinquecento. I più giovani sono i gesuiti, la cui età media è di sessantadue anni. Figurarsi gli altri.

 

Le cause dello svuotamento dei conventi è nota, si dice: secolarizzazione, consumismo, scarsa volontà di applicarsi ai tre voti delle congregazioni, la castità la povertà e l’obbedienza. Diceva anni fa il cardinale Giacomo Biffi, all’epoca ancora arcivescovo di Bologna, che una delle ragioni del crollo di vocazioni negli ordini religiosi è dovuta alla voglia matta (e tutt’altro che disperata) di inseguire la modernità. A forza di farlo, gli ordini “si sono disciolti in essa”. Il punto più basso s’è toccato nel decennio fatale, quello che va dal 1968 al 1978, tra le contestazioni e le manifestazioni, gli insulti e le pietre scagliate addosso al Papa della Humanae Vitae, che da quel momento non avrebbe più scritto encicliche. Ma il declino era iniziato ben prima, e il Concilio Vaticano II c’entra fino a un certo punto. Basta guardare i numeri. I gesuiti hanno intrapreso la china discendente negli anni Cinquanta, subito dopo la Seconda guerra mondiale. Erano ventinovemila nel 1974, venticinquemila nel 1984, ventimila nel 2004 e diciassettemila nel 2014. Dimezzati in sessant’anni, con il buco nero rappresentato dalla stagione di Pedro Arrupe e le tensioni con Roma. Le cose non vanno meglio per i frati minori, superati dai salesiani. Si salvano i cappuccini, visto che loro le perdite le hanno contenute. L’emorragia, in Spagna, era stata messa nero su bianco in un piano che parlava – assai eufemisticamente – di “ristrutturazione”. I gesuiti, divisi in quattro province, sarebbero stati raggruppati in una, i carmelitani scalzi da sette a una, i domenicani da cinque a una, i frati minori da sette a una soltanto.

 

L’ex prefetto del dicastero per i religiosi, il cardinale Franc Rodé, sosteneva già cinque anni fa che la crisi è causata in parte dall’adozione di una “mentalità secolarista”, dall’altra dall’abbandono delle “pratiche tradizionali”. “La crisi di alcune comunità religiose, specialmente in Europa occidentale e America del nord, riflette la più forte crisi della società europea e americana. La cultura secolare è penetrata nella testa e nei cuori di molte persone consacrate e di molte comunità, dove ciò è stato vissuto come un’apertura alla modernità e una via per approcciare il mondo contemporaneo”.

 

Il rimedio può rivelarsi peggiore del male e consiste tuttora nell’importare dalle periferie più estreme del globo religiose e religiosi per ripopolare i conventi. Nel novembre del 2013, incontrando i Superiori generali, Francesco li ammonì “a tenere gli occhi aperti” sulla cosiddetta “tratta delle novizie” denunciata vent’anni fa dai vescovi filippini. Si trattava del massiccio arrivo di congregazioni straniere che aprivano case nell’arcipelago asiatico allo scopo di reclutare vocazioni da trapiantare in Europa. Certo, il rischio è grande: “Ci sono chiese che stanno dando frutti nuovi. Forse una volta non erano così feconde, ma adesso lo sono”, aggiungeva il Pontefice: “Ciò obbliga a ripensare l’inculturazione del carisma. Il carisma è uno, ma bisogna viverlo secondo i luoghi, i tempi e le persone. Il carisma non è una bottiglia di acqua distillata. Bisogna viverlo con energia, rileggendolo anche culturalmente. Ma così c’è il rischio di sbagliare, di commettere errori”. Tutto giusto, “ma questo non deve frenarci, perché c’è il rischio di fare errori maggiori”. L’importante è non raccattare schiere di giovani da piazzare nelle case degli ordini, in molte parti d’Europa ridotte a ospizi. Ecco perché il Papa tante volte tuona anche contro i seminari dalle porte fin troppo aperte, come fece lo scorso ottobre: “Noi vescovi abbiamo la tentazione di prendere senza discernimento i giovani che si presentano. Questo è un male per la chiesa. Per favore, occorre studiare bene il percorso di una vocazione! Esaminare bene se quello è dal Signore, se quell’uomo è sano, se quell’uomo è equilibrato, se quell’uomo è capace di dare vita, di evangelizzare, se quell’uomo è capace di formare una famiglia e rinunciare a questo per seguire Gesù. Oggi abbiamo tanti problemi, e in tante diocesi, per questo errore di alcuni vescovi di prendere quelli che vengono a volte espulsi dai seminari o dalle case religiose perché hanno bisogno di preti. Per favore! Dobbiamo pensare al bene del popolo di Dio”.

 

Giovedì scorso, sono stati diffusi i numeri contenuti nell’Annunario Pontificio 2015 e nell’Annuarium Statisticum Ecclesiae 2013, che confermano una tendenza ormai acclarata: si prenda il caso delle religiose professe, diminuite del nove per cento in dieci anni. Diciotto per cento in meno in Europa, quindici in America, diciassette in Oceania. In forte crescita, invece, le vocazioni in Africa (aumento del diciotto per cento) e Asia (dieci per cento). Ennesima conferma che il futuro del cattolicesimo sarà a sud, mentre il nord del pianeta è destinato a una lenta e inesorabile desertificazione religiosa.

 

[**Video_box_2**]Parlando al clero della diocesi di Milano, nel dicembre del 2013, il cardinale arcivescovo di Vienna, Christoph Schönborn, disse: “Quando sono entrato nell’ordine domenicano era il 1963, appena prima della crisi. Allora, avevamo quattro conventi domenicani in Austria, oggi ne rimane uno solo. Gli altri tre sono stati chiusi. E’ un dolore, ma nello stesso tempo, durante il mio episcopato, abbiamo potuto fondare quattro nuovi monasteri a Vienna, di nuove comunità monastiche. Loss and gain, diceva John  Henry Newman, perdita e guadagno. Come vivere, allora, questa situazione di chiesa umiliata, diminuita, scoraggiata? Come uscirne? Penso che il Signore ci abbia condotto su un cammino in cui chiede di non concentrarci sui problemi, ma di ricordarci ciò che Dio fa per noi”. Ma proprio nell’Austria dove da tempo i cattolici sono in drammatica flessione, ci sono esempi in controtendenza. L’abbazia cistercense di Heiligenkreuz, ad esempio. Lì, i monaci sono costantemente aumentanti: dai quarantache erano trent’anni fa agli ottantasei di oggi. Hanno in media quarantasei anni. L’abbazia ospita anche un istituto di teologia con più di duecento studenti, tra cui centosessanta seminaristi: un caso unico nella realtà germanofona squassata da scontri tra le alte gerarchie ecclesiastiche e  movimenti che del diritto al sacerdozio femminile non fanno solo una mera teoria ma anche la applicano con messe celebrate in sale da pranzo, tra teiere e divani e preti (maschi) benedicenti la temeraria svolta.

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