L’orfanello

Nanni Moretti, che fu un magnifico quarantenne, ha perso grinta e smalto. Con la mamma che muore e commuove gira intorno alla più scontata delle emozioni.
L’orfanello

Orfani: anche dei cinema d’essai con le code fuori dalla sala (Nanni Moretti e Margherita Buy in una scena di “Mia madre”)

Dobbiamo ad Alberto Arbasino, nel suo perfido e pettegolo ricamo attorno a Giovanni Pascoli (si legge in “Certi romanzi”, anno 1977, capitolo “Cip-cip…”, il poeta aveva cari pettirossi, fringuelli e rondinini), l’immagine dell’orfano fuori tempo massimo. Citazione puntuale, sarebbe da pazzi tentare la parafrasi: “Dopo un’infanzia da Sorelle Bronte ma in terra di Sangiovese, funestata dal celebrato delitto della Cavallina Storna, gli si congelano addosso tutte le caratteristiche anagrafiche e poi psicopatologiche dell’Orfanello, dalle quali farà in modo di trarre tutti i vantaggi possibili. Come in certi negozi di provincia dove, sopra la cassa, alligna sbiadita e grifagna tra due garofani secchi la fotografia su porcellana dei vecchi genitori del vecchio esercente, l’orfano settantenne”.

 

Gliela rubiamo, e aggiorniamo, dopo aver visto l’ultimo film di Nanni Moretti, “Mia madre” (da giovedì scorso nelle sale). “L’orfano sessantenne” rende bene l’idea, tali sono i due fratelli protagonisti, una regista in crisi (ne avete mai visto al cinema uno nel pieno possesso delle proprie facoltà, gradasso come si incontrano alle conferenze stampa dei brutti film?) e il fratello che per accudire la madre malata, e poi elaborare il lutto, lascia il lavoro mettendosi in aspettativa. Lui che può.
La mamma è la mamma, perderla addolora, ma a sessant’anni forse la scomparsa andrebbe messa in conto, altro sarebbe restare orfani quando la parola ha un senso. Diciamo per stare larghi prima dei trenta, visto che neppure le età son più quelle di un tempo, e un romanziere che debutta a quarant’anni viene ancora considerato un giovanotto. Qui sono orfani adulti, appartenenti alla generazione che ha prolungato la giovinezza oltre ogni ragionevole scadenza, fragili e sbalestrati nell’età in cui i genitori si apprestavano a diventare nonni.

 

Orfani dei genitori, e del mondo in cui ancora la domanda “a cosa serve il latino?” otteneva una risposta pronta. Non il balbettio di Margherita Buy (appunto la regista, di fronte ai compiti della figlia adolescente): “So che serve, ma non ricordo più esattamente a cosa”. Orfani di una sinistra che non c’è più, ma che ancora si poteva criticare al grido di “Con questi dirigenti non vinceremo mai!” (fu l’anno dei girotondi, il 2002, e chi avesse messo piede in piazza per curiosità giornalistica non ci avrebbe trovato un giovanotto a pagarlo oro). Matteo Renzi, da questo punto di vista, appare agli orfani come le temperature del vecchio meteo, fornite dal Servizio meterologico dell’areonautica: “Bari, non pervenuta” (e telefonarsi, no? qual era la via di servizio per far pervenire l’informazione, un piccione viaggiatore disperso nei cieli?). Orfani dei cinema d’essai con le code fuori dalla sala, in “Mia madre” ne vediamo una in tutto il suo splendore nostalgico davanti al Capranichetta di Roma, in programma “Il cielo sopra Berlino” di Wim Wenders (per noi, un incubo che ancora ricordiamo, altro che la fantozziana “Corazzata Potemkin”).

 

“Perché l’hai fatto? E adesso a me chi ci pensa?”: era una battuta in “La messa è finita”, anno 1985, detta da don Giulio (Nanni Moretti con la tonaca) alla madre suicida. Due minuti in cui già c’era tutto quest’ultimo film, con un brivido di emozione che acchiappava gli spettatori e che a “Mia madre” manca del tutto. Ogni scena risulta esemplare e solenne, spiegata allo spettatore, ripetuta fino alla noia: quante volte bisogna vedere John Turturro (va detto, in una delle sue peggiori interpretazioni, al pari della cagneria sfoggiata in “Tempo instabile con possibili schiarite”, non fosse che da Moretti ci aspettiamo di più che da Marco Pontecorvo) inciampare sulle battute e comportarsi da cialtrone, per cogliere il personaggio? Non afferriamo mai, invece, perché la regista Margherita Buy, nel suo film sulla classe operaia che non va in paradiso abbia deciso di scritturarlo.

 

L’orfano sessantenne (sempre attraverso Margherita Buy, e poi durante la conferenza stampa) ha perso la grinta ed è in preda ai dubbi, ha anche smesso di incenerire con lo sguardo. Un dolore per chi lo ricorda con le clarks ai piedi invece dei mocassini, capellone, occhialuto, baffuto e furioso in “Match”, il programma condotto nel 1977 da Alberto Arbasino. Il regista di “Ecce bombo” era invitato come nuova guardia, Mario Monicelli (allora aveva 62 anni, quasi coetaneo di Moretti oggi) era invitato come vecchia guardia: litigarono su ogni cosa, come era nello spirito della trasmissione, senza fare prigionieri.

 

Un dolore – anche noi abbiamo un buon motivo per sentirci orfani – se calcoliamo quante volte abbiamo ripetuto le apodittiche frasi di Michele Apicella sulla torta Sacher (“Lei non sa cosa è una Sacher? Continuiamo così, facciamoci del male…”), su “Le parole sono importanti, chi parla male pensa male” (e via con gli schiaffi alla giornalista che ha osato dire “cheap”: erano altri tempi e Nanni Moretti era intoccabile, furono ceffoni senza proteste femministe), su “Voi gridavate cose orrende e violentissime, e vi siete imbruttiti. Io gridavo cose giuste, e ora sono uno splendido quarantenne”. Perfino “Ve lo meritate Alberto Sordi”, giudizio su cui non eravamo affatto d’accordo, ma comunque era fatto con la stoffa di cui sono fatti i dialoghi del cinema (ha avuto il suo bel contrappasso nell’urlo di Rocco Papaleo, in “Nessuno mi può giudicare” di Massimiliano Bruno: “Bianchi e neri tutti uguali? Ma che siamo in un film di Nanni Moretti? Te lo meriti Nanni Moretti”).

 

Non avremmo amato Nanni Moretti se la Sachertorte fosse stata trattata al pari delle merendine nella plastica, se non avesse avuto le sue idiosincrasie su Sordi e sui critici che celebrano pellicole dell’orrore come “Henry pioggia di sangue” (il colpevole viene torturato nel letto l’ospedale), sulle gonne che lasciano scoperte le gambe quando una fanciulla le accavalla (per far fronte allo spavento causato dalle ragazze che si fermano a dormire nel tuo letto, in cucina è pronto il barattolone di Nutella), sui gusti del gelato che non possono andare insieme, e per saperlo non c’è bisogno di assaggiarli. Non lo avremmo amato in assenza dello sfrenato narcisismo dei suoi anni d’oro. Si sa che gli incendiari in gioventù diventano pompieri (“Diventerete tutti notai!”, ripeteva Eugène Ionesco ai manifestanti del Sessantotto francese), ma è altrettanto vero che le fissazioni al cinema rendono meglio. Soprattutto per un regista totalmente identificato con i suoi film, al punto che era difficile distinguere Nanni Moretti da Michele Apicella. Apicella era il cognome della madre, morta durante le riprese di “Habemus Papam”: insegnante di latino e greco, l’abbiamo vista in “Aprile” – il film del “Di’ qualcosa di sinistra”, urlato alla tv dove compare Massimo d’Alema – acccanto a Moretti che per disperazione si fa una canna.

 

Lo splendido quarantenne è diventato un fragile sessantenne che – abbiamo sperato per vezzo, all’inizio, ma visto fino alla fine “Mia madre” non lascia speranze – mette in scena una regista che mette in scena un film totalmente antimorettiano. Lotta di classe, e neppure l’ombra del pasticciere trotzkista Silvio Orlando che si fa un balletto nell’ultima scena di “Aprile”. Insicurezze che fanno parte del repertorio attoriale di Margherita Buy, non della mania di controllo che Nanni Moretti ha sui blindatissimi set (alla conferenza stampa, perfino Giulia Lazzarini come una scolaretta timida cercava un segno di approvazione da parte del maestro).

 

Il film nel film non è una grande novità, va detto, anche se nel caso si trova sempre una schiera di critici pronti a citare “Otto e 1/2” di Federico Fellini (se dobbiamo giudicare dai numerosi tentativi di imitazione ha fatto più danni di Carlo Emilio Gadda). Non lo sono neppure certi articoli di fede brechtiana secondo cui bisogna “vedere il personaggio, e però bisogna anche vedere l’attore che lo interpreta”. Residuo dello straniamento, che toglie al cinema la sua credibilità, già messa a dura prova da vestiti fuori dal tempo (i calzoni larghi e il giaccone di Margherita Buy, il maglione del fratello) e da appartamenti a cui il televisore ripugna. (I libri rilegati vengono dalla biblioteca di casa Moretti, lo sappia chi in conferenza stampa faceva precedere le domande dalla frase “grazie per questo film, mi ha fatto piangere dall’inizio alla fine”, concetto ribadito anche su twitter: “appena smetto di piangere ve lo recensisco”).

 

Rimanere con l’occhio asciutto quando una mamma muore mette dalla parte del torto, non è che non lo sappiamo, e così il restare indifferenti di fronte ai tormenti registici: “Troppa violenza nelle scene dall’assalto alla fabbrica, lo spettatore deve essere dentro ma anche un po’ fuori”. E via di nuovo con la poetica dell’incertezza. Priva di quasiasi ironia, perché l’ironia presuppone l’appartenenza a una minoranza (il ruolo che lo splendido quarantenne aveva scelto per sé) e invece ora il Moretti orfano sessantenne è preso dal “desiderio di essere come tutti”, per citare il suo sceneggiatore Francesco Piccolo.

 

La mamma è mamma, ma chissà perché nei film italiani le mamme ammalate, moribonde, fuori di testa sono sempre di una dolcezza infinita, prodighe di consigli, al massimo trovano i visitatori un po’ noiosi ma passa subito. C’è voluta una scrittrice brava come Rosa Matteucci per spezzare l’incanto, nel suo bellissimo “Cuore di mamma”, e basta vedere qualsiasi film americano sull’età che avanza e sulla morte che si approssima per capire cosa vuol dire realismo, in casi come questi, e con una donna per protagonista.

 

[**Video_box_2**]Il magnifico quarantenne ha perso smalto, e non è solo questione di anagrafe. Non sono passati abbastanza anni da “Habemus papam”, eravamo già in vista dei sessanta, e il film era assai più grintoso. E’ una questione di ripiegamento, di fedeltà alle cose che furono, di ammicchi agli spettatori fedeli e coetanei con cui basta uno sguardo per capirsi. Anche questo, non è proprio quel che amiamo del cinema, fa più l’effetto di una consorteria aperta solo agli eletti, dove è vietato ormai ricordare il Moretti che partiva all’attacco, e per un delitto di lesa Sacher era disposto a litigare con chiunque. “Odio la retorica”, dice Margherita Buy in una scena del film, e lo spettatore che immerso nella retorica ha trascorso l’ultima oretta, ha un sobbalzo: Mi stanno prendendo in giro? Finirà come con “La stanza del figlio”, altro film morettiano sul lutto: sembrava fosse piaciuto a tutti tranne noi, finché una numerosa fronda – garantimmo il silenzio allora, e ancora vale, tranquilli – cominciò ad avanzare critiche sempre più pesanti (scriverle, mai, tutti teniamo famiglia).

 

Raccontata dall’orfano sessantenne, la mamma commuove per umana simpatia verso il regista. Meno per la simpatia verso Margherita Buy che gli fa da controfigura: i tormenti personali e artistici vengono meglio se il personaggio in scena offre qualche appiglio, non se viene telefonato allo spettatore con il minimo dei dettagli, vedi un po’ tu di collaborare per le parti mancanti. Ha mai fatto la regista in questione un film riuscito, bello, divertente, non senile e nostalgico come quello che vediamo mettere in scena? In “Mia madre” nulla viene detto al proposito, il gioco è tutto sulla sovrapposizione tra il personaggio e il Nanni Moretti che conosciamo. La sceneggiatura sembra fare un passo indietro, si limita al tratteggiare un carattere egoista (più precisamente, da passiva-aggressiva) e un bisogno impellente di realtà contro la finzione, che detto da una regista a noi fa sempre una cattiva impressione.

 

“Deficit di accudimento”: è la diagnosi di Margherita Buy (per l’occasione psicoanalista) al paziente sul divano Michel Piccoli, che appena eletto Papa non si affaccia alla finestra per salutare la folla, e anzi se ne scappa dal Vaticano, si spaccia per attore, e in quella veste viene ricevuto. Uscendo dal cinema dopo aver visto “Mia madre”, “deficit di accudimento” inquadra perfettamente il caso Nanni Moretti, peraltro in buona compagnia. Non è la mamma che ha fatto mancare infantili tenerezze. E’ il mondo che non si interessa più a noi come prima, non è più fatto a nostra immagine e somiglianza, e per giunta – ma come si permette! – minaccia di procedere senza tenere conto della nostra sublime presenza (“Non conta neppure che sono orfano di tutto?”. No che non conta, non esistono orfanotrofi per adulti, anche se un mercato comincia a delinearsi: Veltroni si arrangia girando film, D’Alema si arrangia coltivando la vigna).

 

Non capita solo ai bambini, ne soffrono massimamente gli ex magnifici quarantenni entrati nell’età in cui arriva – deve arrivare, è nell’ordine naturale delle cose – qualcuno che rovescia il tavolo e cambia le regole. Come il giovane Nanni Moretti aveva fatto con Mario Monicelli, in tv, quel giorno del 1977: il sessantenne era stato strapazzato senza pietà, rappresentante di un cinema da rottamare. Detto con il linguaggio di oggi, e dunque restiamo in attesa dello schiaffo che ci punirà per aver pensato (e scritto) la parolaccia.

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