Troll industriali

Eserciti di funzionari annoiati riempiono internet di propaganda per i governi. Il caso della Russia e le risposte dell’occidente. Sono i provocatori del web, quelli che godono a inquinare le discussioni. Mosca li ha messi al servizio della propaganda.
Troll industriali

Il fulmine della Gpu (uno dei primi nomi del Kgb) colpisce un controrivoluzionario con sembianze da mostro in un vecchio poster di propaganda sovietica. Oggi i troll lavorano dietro ai computer

La giornata di lavoro dura 12 ore, ma la paga è buona. Quarantamila rubli al mese (circa 650 euro al cambio attuale), che non sono pochi se si conta che un giornalista ne guadagna 25-30 mila. L’ufficio, poi, sembra la filiale di una multinazionale, o di un grande call center. Costruzione moderna, quattro piani, un dipartimento per ogni piano, 40 stanze in tutto e 20 persone che lavorano silenziosamente dentro ciascuna stanza. In questo edificio a Savushkina Street, nei sobborghi di San Pietroburgo, le persone lavorano a ciclo continuo, ma le serrande delle finestre sono sempre abbassate. I media lo conoscono bene, e da qualche tempo anche i media internazionali hanno iniziato a parlarne. E’ la sede della Internet Research Agency, una delle più notevoli fabbriche di troll governativi d’Europa.

 

Questo mese un report del Broadcasting Board of Governors (Bbg), agenzia che si occupa della supervisione dei mezzi di comunicazione non militari del governo federale americano, ha scritto in un report che l’America sta perdendo la “guerra dell’informazione” contro la Russia e altri “rivali” che cercano di trasmettere una visione antiamericana e antioccidentale del mondo. Il report, oltre a Mosca, cita lo Stato islamico, con la sua efficacissima e sanguinaria propaganda online. L’occidente, dice il Bbg, è coinvolto in una guerra di propaganda che è diventata sempre più dura negli ultimi anni, ed è una guerra (un’altra) in cui l’America è in crisi. Il compito del Bbg, che ha un budget annuale di 730 milioni di dollari, sarebbe quello di promuovere il messaggio americano del mondo, ma le cose non stanno andando bene se, come dicono i sondaggi, non succedeva dalla Guerra fredda che così tanti russi (la maggioranza schiacciante) oggi vedono l’America come un nemico – mentre i media in lingua inglese finanziati dal Cremlino, come Rt e Sputnik, ottengono un successo notevole negli Stati Uniti. Parte di questo successo, almeno nella manipolazione del discorso pubblico in patria, Mosca lo deve a posti come la Internet Research Agency, dove centinaia di persone lavorano senza sosta per riempire internet di amore per Vladimir Putin.

 

Il caso dell’officina dei troll di San Pietroburgo, gestita da Mikhail Bystrov, un ex ufficiale della polizia russa, è interessante perché dalla Internet Research Agency sono usciti molti testimoni che hanno raccontato la vita tipo del troll filoputiniano. Di solito si pensa al troll su internet come a un utente solo, arrabbiato, con un’infinito desiderio di polemica. Il troll lascia commenti sui siti internet e sui social network, inquina le discussioni, sostiene punti di vista assurdi o contrari all’interlocutore spesso per il solo piacere della discussione. Sembra una vita acida, ma divertente, quella del troll. A San Pietroburgo, però, i troll putiniani sono degli impiegati stanchi, che fanno un lavoro ripetitivo e ricevono un decurtamento di 500 rubli dallo stipendio se arrivano in ufficio anche solo con un minuto di ritardo.

 

Marat Burkhard, blogger russo di orientamento liberale che ha trascorso due mesi all’Internet Research Agency e poi ha raccontato tutto in una lunga intervista al sito internet di Radio Free Europe, dice che per entrare nella fabbrica dei troll di San Pietroburgo bisogna passare un esame d’ingresso. C’è una prova scritta, in cui inizialmente bisogna scrivere un piccolo commento su qualche tema neutrale, come per esempio: “Vegatarianesimo, i pro e i contro”. La seconda prova, invece, è politicamente sensibile, quella di Burkhard era: “Cosa pensi dei convogli umanitari (russi, ndr) a Donetsk?”. Da questa domanda dipende l’assunzione, e l’assegnazione al dipartimento di lavoro. Se mostri sentimenti filoccidentali sei fuori, mentre chi crede davvero nella causa è assegnato a sezioni di responsabilità, come quella che si occupa di LiveJournal, piattaforma di blogging popolare in Russia, delle news, della creazione dei meme (le immagini che diventano virali su Facebook e sui social media), della produzione di video. Se, come Burkhard, sei apolitico o tiepidamente patriottico finisci nel dipartimento dei commenti online. Qui Burkhard doveva lavorare con due colleghi (forma una “troika”, dice nell’intervista) e setacciare meticolosamente, dalla a alla z, i forum dei siti delle città russe (ogni municipio ne ha uno) per intavolare una discussione su un tema scelto dai suoi superiori.

 

Per esempio, il tema può essere la notizia (falsa) che le truppe della Nato starebbero partecipando ai combattimenti al fianco dell’esercito ucraino. La notizia è scritta da un troll in un dipartimento vicino, che si occupa di aggiungere all’articolo fotografie e video artefatti o postdatati, poi entra in gioco la troika di Burkhard. La struttura a tre è fatta per dare un senso di realismo alla discussione, una specie di poliziotto buono/poliziotto cattivo. Il primo membro della troika fa la parte del cattivo , e smentisce la notizia dei soldati Nato in Ucraina. Il troll cattivo insulta la Russia, accusa la propaganda del Cremlino – fa la parte del filo occidentale, in pratica. A quel punto interviene il secondo troll, che condanna gli insulti del troll cattivo (“non ami la Russia!”) e rafforza la notizia dei soldati Nato in Ucraina con un nuovo link, spesso artefatto. Infine arriva il terzo troll, che chiude il discorso condannando l’ipocrisia dell’occidente e aggiungendo un’immagine virale adatta al caso e preparata da un altro dipartimento. Troll cattivo, link e poi immagine: alla fine della conversazione, risultano chiari i torti del troll cattivo (e con lui di tutto l’occidente), e la verità della notizia dell’intervento di truppe Nato in Ucraina. Il meccanismo è abbastanza sofisticato, sfrutta le psicologie controintuitive e riesce sempre nel suo intento, che l’argomento sia l’Ucraina o il modo in cui Putin festeggia il Natale (nel caso ovviamente il troll cattivo insulta il cristianesimo, gli altri colleghi lodano Putin come difensore dei valori religiosi e della tradizione).

 

Tutta la conversazione è creata in pochi minuti dalle troike dell’Internet research Agency di San Pietroburgo, e il meccanismo è così rodato che i tre nemmeno si devono parlare: l’intervistatore di Radio Free Europe chiede a Burkhard se lui e i suoi due colleghi si mettono d’accordo sul modo migliore per trollare, anche lui spera che il lavoro del troll putiniano abbia un aspetto creativo, ma Burkhard risponde che no, i tre usano degli schemi fissi, delle frasi fatte, e la loro maggiore preoccupazione è inserire nei commenti le parole chiave – non modificabili, non declinabili – assegnate dai superiori. Anche perché il troll putiniano è molto impegnato, deve commentare la notizia dei soldati Nato sui forum di moltissime città russe, in elenco alfabetico, Astrakhan poi Biysk e così via. Per meritarti la paga devi scrivere almeno 135 commenti in un giorno, non c’è tempo per mettersi d’accordo su cosa scrivere, bisogna compilare più commenti possibile, senza fermarsi mai, anche quando l’argomento è Obama che mastica la chewing gum durante una visita di stato in India: 135 commenti dei troll sulla “scimmia nera” che mastica la gomma e non conosce le buone maniere. Burkhard racconta che ci sono continui controlli ideologici all’Internet Research Agency, guai a confondere Yanukovich con Poroshenko, e ogni mattina un funzionario si presenta a dare un’idea della linea da seguire. Ma anche lui è poco preparato, spesso tutto si risolve in una gran confusione.

 

L’intervista a Burkhard di Radio Free Europe è divertente, piena di informazioni, e soprattutto descrive la vita burocratica del troll professionista: non il provocatore polemico che fomenta i migliori flame di internet, ma un impiegato triste che deve correre dietro a un obiettivo giornaliero di insulti digitali. E’ un pezzo illuminante, che però ha un problema: il sito che lo ospita, quello di Radio Free Europe, fa parte del circuito del Broadcasting Board of Governors americano. Dunque è un finanziato dal governo federale americano, e di conseguenza fa parte a pieno titolo della “guerra dell’informazione” contro la Russia. E’ fin troppo facile immaginare i commenti che i tre impiegati annoiati della troika di San Pietroburgo potrebbero fare ai leak di Burkhard: un invidioso che odia la sua patria e il suo governo, lui stesso ha detto di essere filo occidentale, come si fa a credere a un traditore che getta fango sulla Russia da un sito del governo americano? In realtà Radio Free Europe non subisce la pressione ideologica dei media controllati dal Cremlino (una delle lamentele fatte dal Bbg nel suo report recente è anzi che i media che fanno riferimento al governo non hanno abbastanza controllo e si muovono in ordine sparso), segue gli standard giornalistici internazionali e non pubblica materiale artefatto. Ma che l’America stia muovendo le sue pedine nella guerra dell’informazione, e che spesso anche Washington usi metodi non convenzionali, è un fatto. Anche l’occidente ha qualcosa di molto simile a delle fabbriche dei troll.

 

Il lavoro del troll governativo (o del troll corporate, per esempio) è definito in gergo “sockpuppetry”, e l’immagine rimanda a quando si infila una mano in un calzino per fare un burattino rudimentale, un fantoccio online da comandare a piacimento. I fantocci online creati dagli Stati Uniti rispondono all’operazione Earnest Voice, che secondo il Guardian, che ne scrisse per primo nel 2011, è un programma da 200 milioni di dollari nato come arma per la “guerra psicologica” contro al Qaida in medio oriente, e poi trasformatosi in uno strumento di diffusione della propaganda americana nel mondo. Il Centcom americano, scriveva il Guardian, aveva stipulato un contratto con una compagnia californiana per la creazione di un sistema informatico che consentiva a ogni operatore di controllare da solo 10 identità digitali fasulle per volta. I post di propaganda erano in arabo, farsi, urdu e pashto, e gli obiettivi erano soprattutto i paesi islamici del medio oriente. I troll americani, disse il Centcom al Guardian, non hanno mai scritto post in inglese o su siti destinati agli americani, quello sarebbe illegale, ma solo su siti o contro target considerabili come obiettivi di guerra, per quanto digitale. Dal 2011, però, non si è più saputo niente del programma di propaganda digitale americano, e le rivelazioni del leaker Edward Snowden, arrivate due anni dopo, hanno mostrato che i programmi di guerra e sicurezza digitale sono avvolti da una segretezza spesso sospetta.

 

[**Video_box_2**]I troll governativi del Regno Unito sono stati rivelati, appunto, da un leak di Snowden. Come spesso avviene con le rivelazioni dell’ex contractor della Nsa, ci sono poche certezze e tutto è basato su una serie di slide piene di slogan e povere di dettagli a uso interno delle agenzie di sicurezza. Il leaker ha pubblicato un “Operational Playbook”, un manuale operativo per le “Online covert action” del Gchq. Le slide spiegano come usare la psicologia e le varie scienze umane per operazioni di “influence” (propaganda) o di “disruption” (distruzione della credibilità di un utente o di una compagnia). Per il Gchq è lecito usare informazioni false, prove fabbricate, false identità, operazioni di “false flag”. Le slide del Gchq non dicono se queste tecniche sono mai state usate, o su chi. Come tutti i documenti di Snowden, anche quelli sui troll inglesi identificano non uno stato di cose esistente ma quello desiderato dall’autore della presentazione. Non sappiamo dunque se il Gchq ha davvero realizzato le sue “Online covert action”, ma quest’anno è stato lo stesso esercito inglese ad annunciare la creazione di una brigata, la 77esima, dedicata al “warfare non letale”. Il Guardian ha parlato di una brigata di “guerrieri di Facebook”, il cui scopo è quello di “controllare la narrativa” – con metodi trasparenti secondo gli annunci, con post e foto e spiegazioni sui social network.

 

Israele è un pioniere nell’uso di internet da parte del governo, l’esercito ha account in molte lingue sui principali social media fin dal 2008, ma nel 2013 i giornali di Gerusalemme pubblicarono un report secondo cui il governo usava degli eserciti di studenti per pubblicare “messaggi positivi” sui social network assicurarsi che “diventassero virali”.

 

In Asia, entrambe le Coree hanno i loro battaglioni di troll, e nella democratica Corea del sud l’anno scorso è scoppiato uno scandalo perché l’intelligence aveva prodotto migliaia di commenti online per avvantaggiare uno dei candidati alle ultime elezioni (guardacaso, quello che poi ha vinto). Il regime comunista cinese, il più grande censore di internet del mondo, ha due grandi programmi di “sockpuppetry”, l’Esercito d’acqua di internet e il Partito dei 50 centesimi – quest’ultimo si chiama così perché i troll cinesi sono pagati 50 centesimi di yuan per ogni commento. Entrambi sono attivi da oltre un decennio, ma sono specializzati nella mobilitazione dell’opinione pubblica interna: seguono le necessità di stabilizzazione e censura del regime, non hanno, per ora, un’agenda nella grande guerra dell’informazione che cresce nel mondo. Così sul campo di battaglia dei troll restano ancora l’occidente e la Russia – con quest’ultima, come si è visto, decisamente meglio posizionata.

 

Questa settimana sul Guardian Peter Pomerantsev ha compilato una lunga rassegna delle armi che il Cremlino ha messo a punto per combattere la guerra nella “psicosfera”, come lui la definisce. A un certo punto descrive un manuale russo per le “operazioni di guerra di informazioni e psicologica”, in cui si dice che “la guerra dell’informazione… in molti casi sostituisce la guerra tradizionale”. Le armi della guerra dell’informazione, dice il manuale, “agiscono come una radiazione invisibile”: “la popolazione non si accorge nemmeno di essere sotto attacco, e lo stato non mette in atto meccanismi di autodifesa”.

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