Tutti i colori di Milano

Tranne il grigio, che nelle Meraviglie di Bonvesin de la Riva non c’è. Come non c’è nella mente libera e creativa di venti giovani artisti. Mostra intelligente. A Casa Testori
Tutti i colori di Milano

Bonvesin e le ciliegie di Milano: “Accade che se ne trasportino più di sessanta carri in un giorno dentro le porte della città”. Francesco Poroli ha illustrato la stanza del “Trionfo delle ciliegie”

L’arancione delle belle bandiere s’è un po’ sbiadito, intese quelle che hanno garrito una sola primavera per il sindaco Pisapia. Ma il vermiglio e l’arancio delle ciliegie di Milano, quelli no, non sbiadiscono, e nemmeno tutti gli altri colori di una Milano creativa, luminosa, industriosa, che accende idee come lampadine e occasioni come fossero applicazioni. Così almeno la vedono i giovani, se sono giovani artisti che a Milano hanno trovato casa (casa magari nell’hinterland), lavoro e soprattutto una certa idea antica e dunque presente della città. Non la Milano bianciardiana, delle vite agre. Quella esiste sempre, ma è una Milano da stereotipo, virata in grigio, che in fondo è una caricatura del bianco e nero. Invece è piena di Meraviglie la città che Bonvesin de la Riva si prese la briga di raccontare, sette secoli fa. Questa città grande, ricca, straordinariamente autosufficiente, questa città che “ha forma circolare, a modo di un cerchio”, e “tale mirabile rotondità è il segno della sua perfezione”. E la raccontò nel concreto, con generosa “contabilità encomiastica”, per usare la geniale sintesi di Maria Corti, nel momento preciso – c’è sempre quel momento, forse è un po’ anche questo momento – in cui i suoi cittadini si scannavano tra loro, e la bellezza e ricchezza e libertà di Milano stavano per buttarle via.

 

Così è quasi un gesto per respirare, inaugurale, chiamare venti giovani artisti ¬– venti grafici e disegnatori e creativi che lavorano a Milano e soprattutto si sentono milanesi, e con loro anche quattordici allievi del MiMaster, il master dell’illustrazione – e mettere su una mostra di idee e installazioni che si chiama “Tutti i colori tranne il grigio. La meravigliosa Milano di Bonvesin de la Riva”. Perché non c’è come andare a riscoprire quel genio milanese, medievale e comunale, per riallacciare un filo, una lunghezza d’onda. “Noi tutti che ci siamo imbarcati in questa strana avventura di una mostra con a tema un libro di 700 anni fa siamo innamorati di Milano. Ci piace questa città, siamo orgogliosi di viverci e siamo anche un po’ parziali nel guardarla”, scrive Giuseppe Frangi, critico d’arte e giornalista, genius loci di Casa Testori a Novate Milanese e ideatore della mostra che occupa fino al 19 aprile le stanze della bella casa lombarda, di fianco alla fabbrica e affacciata sulla ferrovia, dove Giovanni Testori nacque e abitò. Che innanzitutto è una sfida allegra per l’intelligenza, una mossa del cavallo rispetto alle ufficialità di poco costrutto e di zero fantasia dei discorsi che di solito si fanno su una Milano che si sta imbellettando per l’Expo, ma di colori se ne vedono pochi e soprattutto nessuno sembra sapere che farsene: dell’Expo e di Milano.

 

E allora Bonvesin. Che parla alla sua città e decide di farlo in versi latini, De Magnalibus Mediolani, la lingua universale del tempo, e non nella sua magnifica koiné lombarda che ne fa uno dei massimi scrittori italiani prima di Dante. Era il 1288 e il libero Comune, una delle città più prospere e potenti d’Europa, stava cedendo il passo alla signoria. Bonvesin è un intellettuale conosciuto, maestro di Grammatica e poeta; un uomo retto, terziario dell’ordine degli Umiliati, “dotato di una sorta di prudenza pensierosa in un periodo di selvagge lotte per il potere”, come scrive la grande filologa Maria Corti, che tanto s’è occupata di lui che pare quasi conoscerlo di persona, quando ne scrive. Bonvesin elenca, anzi proclama con tutti gli eccessi dell’elogio tipici della sua epoca, le Meraviglie di Milano. Che assomiglia molto, o forse niente, ma anzi moltissimo, alla Milano di oggi. Libera, veloce, piena di business, ripiena del miglior agro-alimentare che si potesse conoscere a fine Duecento in Europa, con i 18 tipi di pesce delle sue rogge disponibili al mercato e i 7 moggi di gamberi di fiume, quando ancora non c’erano i Navigli, e i 900 mulini e i 300 forni del pane e i 60 carri al giorno gonfi di ciliegie che entravano nelle mura, quando era stagione, e i 440 macellai. Piena persino di vigne e di vini, ma quelli davvero non ci sono più. Ma soprattutto una città libera. Orgogliosa delle sue virtù civiche e della sua pietà religiosa. Dei suoi soldati e delle sue armi, le più belle forgiate in Europa. Bonvesin la racconta nel momento del passaggio dalla libertà comunale alla (temuta ed esecrata) signoria dei Visconti. La sua è una perorazione affinché i milanesi ritrovino se stessi e siano all’altezza della loro città.

 

[**Video_box_2**]Prendete venti giovani artisti e chiedetegli di illustrare le Meraviglie di Milano. Magari non sapevano neanche chi fosse Bonvesin de La Riva, “ma la prima cosa fantastica è che per loro Milano è una città a colori, cioè una città piena di opportunità”, racconta Frangi mentre fa dentro e fuori dalle stanze di Casa Testori, tra la cucina – dove sono appese le tovaglie-installazione di Simone Massoni, che evocano il lino, una delle ricchezze di Milano – e le scale che elencano tutti i fiumi e le acque della città. “La sfida era trovare uno sguardo capace di mettersi sulla lunghezza d’onda di Bonvesin, con lo stesso affetto e la stessa puntigliosa dignità ambrosiana”. Bisognava insomma “fare un balzo oltre il racconto, dimesso e fatalistico, che in ogni momento facciamo e ci viene fatto di Milano”. La Milano del 1288 e quella del 2015. Stanze e muri di Casa Testori si sono messi a disposizione. Si comincia con il bassorilievo pop della Scrofa Lanuta, l’animale mitico che fu il primo simbolo (e non sarà un caso) della città: una scrofa con “la lana in mezzo”, cioè l’animale che serviva a tutto, per mangiare e anche per vestirsi. E’ un omaggio di Libero Gozzini, l’unico che giovane non è ma è un grande creativo milanese, della pubblicità e non solo. La Milano di Bonvesin, che troneggia austero in profilo nero cuore rosso nell’immagine-logo della mostra di Emiliano Ponzi – ma il cuore è la mappa circolare della città, come è circolare la mappa-pavimento di Davide Mottes che occupa un’intera stanza – è la prima città a chilometro zero, perfettamente integrata nel suo contado. La stanza del macellaio è affidata a uno dei più fantasiosi tatuatori sulla piazza, Luca Font. I pesci emergono dal buio dei muri-fiumi nella stanza progettata da Roberta Maddalena. I carri di ciliegie sono un trionfo nella stanza di Francesco Poroli. Poi ci sono i 120 campanili e le 200 campane trasformate in totem colorati da Francesco Muzzi. Poi il mestiere delle armi che Giacomo Bagnara ha trasformato in luminosa carta da parati, e i volti dei religiosi (i diecimila religiosi di Milano) evocati da Paola Sala in una stanza che sembra una cappella votiva. E c’è il gigante buono Uberto della Croce, che Sarah Mazzetti ha immaginato quasi come un gioco, una costruzione di legno su cui verrebbe voglia di arrampicarsi. Uberto è un personaggio mitico, “l’uomo più forte del mondo”, in cui Bonvesin condensa tutta la sua utopia ambrosiana di libertà, forza, generosità.

 

Insomma, ciò che Milano dovrebbe sapere di se stessa, della sua memoria ma anche del suo presente. Il poema di Bonvesin (in una bella edizione di Bompiani con la traduzione di Giuseppe Pontiggia) è un lungo appassionato elenco: che cosa c’è di più milanese, sembra statistica e sociologia, ma con l’anima. Anche il destino del testo di Bonvesin de la Riva è interessante. Gli otto capitoli del suo elogio della città rimasero a lungo nella memoria dei milanesi, e non solo nella loro. Ma il manoscritto andò perduto, e ne fu ritrovata una copia malandata solo nel 1894, nascosta su uno scaffale della Biblioteca Nacional di Madrid. Del lungo lavoro per ricostruire la sua “laus Mediolani”, una delle protagoniste è stata Maria Corti, critica e filologa della “scuola di Pavia”. Sembra di percepire il suo lungo affetto per Bonvesin, quando scrive: “Seduto al suo tavolo da lavoro, egli tiene in posa e fotografa il suo sogno di una vita comunale attiva e pacifica, con l’amabile illusione che la parola saggia trovi posto negli spazi dissennati delle ambizioni politiche… Giunge fino a noi, e ci attrae, quel perenne impuntarsi di fronte alle cose e dire la sua, una specie di puntigliosa dignità; non puntigliosa, direbbe lui se ci ascoltasse, ‘ambrosiana’”. Puntigliosa e ambrosiana. E con tutti i colori, tranne il grigio.

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