La Sicilia dei Barabba

Viaggio nell’isola dove i ladroni si scambiano le croci con i redentori. Perché la politica è fuggita ed esistono solo le ammucchiate: tra destra e sinistra, tra mafia e antimafia. Le imposture si raccontano nella sequenza di un’implacabile trinità. La prima nel nome di un padre: lo Statuto regionale.
La Sicilia dei Barabba

Giovanni Falcone alla commemorazione per l’omicidio Dalla Chiesa (settembre 1991), foto di Tony Gentile (dal libro fotografico “La guerra”, editore Postcart)

Fatta premessa che l’antimafia risulta come la mafia, volete che la destra, in Sicilia, non sia come la sinistra? Forza Italia, ad Agrigento, ha vinto le primarie del Partito democratico. Il presidente regionale del Pd, Marco Zambuto, è andato da Silvio Berlusconi in persona per ravvivare questo benedetto Patto del Nazareno all’ombra dei mandorli in fiore. Ma la sagra, giusto ultima abusiva nella Valle dei Templi, è solo la pagliuzza di una trave, quella portante.

 

Questo legno, grosso e levigato, è inteso come vastaso in siciliano; è ciò che in italiano si chiama architrave e ben piantato com’è nel Polifemo del potere, dal 2008 – l’anno in cui Totò Cuffaro prende congedo per fare spazio alle novità – regge l’impostura.

 

Fatta premessa che ogni impostura ha le sue epifanie, dal 2008 fino a oggi, passando dal gennaio 2011 – da quel dì, ovvero dalla carcerazione a Rebibbia di Cuffaro – se ne contano ben tre di finzioni, tutte riuscite, nel duro trave che non sarà mai pagliuzza. In attesa che Barabba si presenti al cospetto del popolo di Sicilia. Votante, va da sé, chiamato a scegliere un poverocristo da mettere in croce.

 

Le imposture di Sicilia si raccontano nella sequenza di un’implacabile trinità.

 

Nel nome di un padre – lo Statuto regionale – ci fu la prima. Fu quella, puteolente, dell’Autonomia sotto le cui bandiere si misero tutti: da Forza Italia al Pd, dai magistrati a Confindustria, dai furbi ai fessi (ahinoi). Fu il governo di Raffaele Lombardo, il successore di Cuffaro che nell’indicare in quest’ultimo un Barabba fece di se stesso il Cristo Redentore.

 

Nel nome del figlio – l’Antimafia – si proseguì con Rosario Crocetta. E’ quella della finta rivoluzione. Sotto queste bandiere ci sono tutti: i transfughi di ogni dove, i magistrati, Confindustria e i furbissimi dell’antimafia degli affari. Tutti a far la parte di Cristo Redentore, nel frattempo che il predecessore, Lombardo, retrocesso dalla croce, in un gioco di prestigio, e senza cambiare i comprimari, gli diventa un Barabba. Tutto uno scambio di croci pari al gioco delle tre carte se poi non c’è organo di controllo oggi che non stia perseguendo – con Rosario Crocetta e Antonio Ingroia, indagati – il suddetto governo dell’Antimafia, una nullità in tema di amministrazione.

 

Nel nome dello spirito di patate – la Rottamazione – la vacuità del renzismo applicato alle vicende di Sicilia, con Matteo Renzi, diventa la matta del mazzo dei più abili tra tutti i bari. Abili, i signori renziani, a fare a cambio di ogni Barabba – un berlusconiano, ad Agrigento – con un Cristo Redentore. Nientemeno che un alfaniano.

 

Fatta premessa che la trave ficcata non dico dove sembra a tutti voi pagliuzza – mentre invece è il palo dolorosissimo a cui voi che ve la godete la stagione del signor Renzi al governo impiccate l’Isola – sappiate almeno che nella terra impanata a beccafico la politica è un Golgota dove un Barabba serve sempre affinché ogni impostore possa presentarsi come il Cristo Redentore.

 

C’è un sopra e un sotto in questo marchingegno della suggestione renziana. L’Ncd di Angelino Alfano che al nord fa i minuetti – deve attendere che gli urti di Matteo Salvini si risolvano con gli imbarazzi di Silvio Berlusconi – in Sicilia già sta sotto le bandiere del Pd.

 

Il sopra e il sotto, dunque. Giusto a Girgenti, infatti, nella Terra del Caos, il leader ha l’asso vincente. E’ Lillo Firetto, il suo braccio destro. Presentato già come “il candidato che piace ad Andrea Camilleri”, Firetto – solido democristiano – è già il Cristo Redentore mentre Silvio Alessi, il berlusconiano vincitore delle primarie democratiche, annullato o meno che sia, appare l’assai utile Barabba.

 

Il sotto è sottosopra e ad Agrigento, dove la destra è come la sinistra, a sconfiggere la destra che è sinistra arriva una destra collocata a sinistra. Il sotto è messo sottosopra – il lettore perdonerà questa giostra di Berretti, di Ciaule e Sonagli – ma è così che Barabba e Gesù si scambiano le croci.

 

Il sotto è sempre un sottosopra. L’Udc, in tutti i Valli di Sicilia, trascina un blocco sociale più che una parte dell’opinione pubblica. Esaurite le trovature berlusconoidi, Alfano, ben collaborato da un ceto già addestrato all’impostura, traghetta le mandrie votanti in più ricchi pascoli.

 

Il sotto è sempre un sottinteso. Il Pd del signor premier, Matteo Renzi, grato del lavoro sporco delle manine altrui, accoglie ogni accozzaglia. Così nella porcheria della bottega politicante, sia essa militante o clientelare. Il suo Partito della Nazione, infatti, ha trovato in Trinacria un modello su cui procedere di croce in croce, da Barabba al Redentore, di clonazione in clonazione.

 

Tutto il sotto se ne va sopra e un partito di derivati e trasformati – parlamentari provenienti da Forza Italia, dall’Udc, dal Psi e dal partito dell’Autonomia – grazie al signor Renzi, il cui celebrato culetto salva tutto e tutti, salva il tutto dei magnifici bari. Ha già fatto, infatti, il signor premier, un bel colpaccio, nel caricarsi in Sicilia un intero partito: Articolo 4. E’, questo, quasi una sottomarca dell’Ncd, tanto sono i recuperati arrivati da ogni dove i suoi parlamentari. Tra loro, ex autonomisti, ex socialisti, ex democristi, sostanzialmente tutti pagnottisti, c’è la promessa delle promesse: Luca Sammartino, noto alle cronache per via di una polemica – la clinica Humanitas, orgoglio della sanità di Sicilia… – già indicato quale futuro governatore in anticipo sul rango stesso di Cristo Rendentore.

 

Il sotto, sia chiaro, fa da prologo al sopra. E Sammartino è sufficientemente giovane e lesto per meritarsi un selfie con il signor Renzi. Non ha, per dirla con Claudio Fava, “l’esuberanza gogoliana” e il signor premier, dal sederino profumato, adagiato sul soffice sofà dell’opinione pubblica gnao gnao, in ogni contrada addita il più utile dei Barabba possibili. E lo trova a Enna dove – esuberante di consensi – trionfa il più Barabba dei Barabba: Vladimiro Crisafulli detto Mirello.

 

La legge non è uguale per tutti in politica, questo è il palo o trave che dir si voglia. Il signor Renzi che non vuole candidato Crisafulli – nella città dove il Pci prima e il Pd fino a oggi, non ha mai perso un’elezione – non lo vuole nel partito per un motivo indicibile ma che deve essere detto. Ecco, non lo vuole per razzismo. Altrimenti come e perché accanirsi con un esponente politico, padrone a tal punto del ruolo da essere interprete nel territorio di un largo consenso, eletto perfino segretario provinciale del Pd, regolarmente tesserato e senza carichi pendenti?

 

Dura Lex, sed Lex. “Il Pd non candida a sindaco di Enna Mirello Crisafulli (prosciolto) e candida a presidente della Campania Vincenzo De Luca (condannato), perché?”. Perché, si domanda Claudio Fava, il più sincero testimone della lotta alla mafia, dunque l’unico titolato a far sapere all’opinione pubblica e al signor Renzi che quel politico – dalla stazza e dallo stile ingombrante, inadatto alla Leopolda, come alle “Invasioni Barbariche” – non è un mafioso.

 

A un Barabba si aggiunge un altro Barabba. Al perché di Fava, fa seguito una domanda. Attraversa, in tutta Italia, oggi, il Pd messo in croce dalla propria imperizia in tema di politica: chi volete voi, il Barabba Mirello o il Barabba De Luca? Ma se la vicenda campana è uno scacco matto rispetto alle fole dei Raffaele Cantone da candidare in luogo di Mastro Lindo, quella di Crisafulli, la questione dilaga nel non detto del pregiudizio.

 

E’ per razzismo che non lo candida, perché – per tenersi il signor premier ben quattro sottosegretari indagati e non volere uno che conosce la politica – incappa in un cortocircuito culturale, se non mentale: “Non potendolo”, scrive Fava, “accusare per una vicenda giudiziaria che si è conclusa con un proscioglimento, gli si rinfaccia questa sua esuberanza gogoliana, la panza e l’effervescenza del temperamento, la scarsa sintonia con i salotti della politica in cui è importante ciò che sembra, mai ciò che è”.

 

E’ per razzismo che il signor Renzi non lo vuole, il reietto Mirello, e ritaglio per intero l’intervento di Claudio Fava – vicepresidente della commissione Antimafia, uno che con Crisafulli ha consumato un eterno leale conflitto politico – perché non può reggere ancora la scomunica di Pif.

 

Dura Lex in cerca di Lex. Il noto attore, testimonial di candore e di ogni charme, in quel di Leopolda, ebbe a rivolgere ai renziani un ben preciso invito: cacciare a calci nel sedere Crisafulli, accusato di essere mafioso nel sentito dire, ahinoi, dello gnao gnao che redime e salva soltanto chi supera la prova della comitiva. Se la rivoluzione non è un pranzo di gala, figurarsi la politica che non può essere ridotta a un happy hour con Crisafulli fuori dal circoletto e magari, invece, fare miao miao al “cento volte” – è ancora Claudio Fava, non certo una leopoldina come Debora Serracchiani – “più impresentabile (e pernicioso per la Sicilia, per il Pd e per i siciliani tutti) Crocetta, il campione dell’antimafia dei pennacchi, col suo circo di turibolanti che lo protegge, gli impone assessori e gli liscia il pelo!”.

 

Claudio Fava, nella dolorosa storia di Sicilia, è un Cristo vero. Non è certo uno – sia detto per inciso – che specula sui valori e sul martirio. Se si spinge a tanto, nella sempre scivolosa attualità politica di Sicilia, lo fa in ragione di un capovolgimento d’obbligo. Al punto di ripetere, col Cristo dei Vangeli, al Barabba Mirello – al punto di ripetere, sorridendone con ironia amorosa – “domani tu sarai con me, nel Regno dei Cieli”.

 

Il razzismo dei fighetta, allora, e questo deve essere – se può essere un’attenuante il ciripiripì del renzismo – il motore portante di una vicenda dove né logica, né buonafede sembrano offrire una ragionevole lettura della questione. Tutto un fare carne di porco della politica, infine, perché Mirello Crisafulli – che conosco bene, avendo fatto in un’altra vita politica, nella sponda esattamente opposta alla sua – ci crediate o no, col permesso delle scarpe di Pif, è il politico battezzato e comunicato secondo il rito della scienza di Max Weber.

 

Certo, è il gemello separato di Totò Cuffaro, e tutto torna sempre secondo lo scambio delle croci in quel che è il Golgota della politica, la Sicilia. A Cuffaro, facendo politica, è toccata in sorte la galera. Crisafulli, invece, facendo politica, non riuscendo a regalare di sé un selfie dal penitenziario, paga il pegno di un’antropologia. Laddove a riscuotere è il suo stesso partito, ormai digiuno di politica e ubriaco soltanto di marketing, un Pd che con la scusa del #cambiaverso se la gioca tutta la furbizia e non sapendo più come cavarmela con la politologia, mi prendo – a miscelare bene zolfo e acqua santa – un apologo di Saverio Romano, attualmente parlamentare di Forza Italia, nonché fraterno amico di Cuffaro.

 

Eccolo, il racconto, e che sia di viatico:

 

“Il Porco ha una carne prelibata e poiché del porco non si butta via niente – e anche se per ragioni salutiste o religiose non lo mangi – finisci sempre per usarne nella lunga filiera della sua trasformazione cui è destinato. Il Porco è allo stesso tempo utilizzato dalla ricerca medica e scientifica e lo si utilizza a termini di paragone degli umani vizi, capricci e voracità, a letto come a tavola. Ma il Porco puzza, strilla, vive nelle stesse sue lordure, non è socievole né è grato per le cure e il cibo che riceve, anzi è aggressivo e vorace anche verso chi lo nutre se ha fame. In una sola parola è infrequentabile! Il Pd, che non ha nulla a che vedere con il Suino, ha preso da qualche tempo a usare certa classe dirigente alla stregua del Porco. Finché vota e porta voti, benissimo. Finché legittima numericamente primarie false o truccate, meglio. Finché contribuisce al mucchio elettorale del 40 per cento, evviva. E così finché ingrossa i gruppi consiliari o parlamentari con accento muto e voto obbligato merita medaglia di fedeltà. Ma se, uno di questa classe dirigente, per scelta o per caso incontra la vetrina della notorietà, e quella vetrina mostra il malcapitato nella sua intera nuda natura, arriva immediata la scomunica del cerimoniere che vieta la prelibata carne”.
Ecco, fin qui l’apologo. Ed ecco l’insegnamento morale: “In questo ristorante si mangia solo vegetariano!!! E anche le ghiande sono bandite!! Guai a curiosare in cucina”.

 

Fatta premessa che l’antimafia risulta come la mafia, volete che il porco, in Sicilia, non sia come il porcaro?

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