Le donne, le schiave, i tagliagole

L’islam dalle Mille e una notte al sesso nero del Califfato

Dov’è finita l’idea musulmana dell’armonia tra corpo, mente e anima? Nello Stato islamico l’eros è diventato un modo per appagare le frustrazioni e, con la violenza, un’arma decisiva di reclutamento e propaganda.
L’islam dalle Mille e una notte al sesso nero del Califfato

Jean-Auguste-Dominique Ingres, “La grande odalisca”, 1814

C’era una volta un qadi, un giudice della sharia, che prese in moglie una donna. Quando si trovarono a consumare la prima notte di nozze, il giudice rimase sconcertato dalle urla di piacere della compagna che giaceva con lui. Il qadi non aveva mai sentito nulla di simile. Allora disse alla consorte che avrebbe ripetuto la penetrazione, questa volta senza che lei strillasse. Nell’essere posseduta amorevolmente per una seconda volta, la donna rimase calma, passiva e in silenzio mentre facevano l’amore, senza affrettarsi a mostrare la propria passione folle per il marito. Il giudice allora le disse: ‘Torna all’arte in cui eccellevi, ma con me, in armonia, come un coro che canta all’unisono, salendo per prendere le note alte e scendendo di tonalità per quelle basse. Insieme, con la giusta misura, troveremo il grande piacere’”.
(Tratto da “The book of exposition in the science of complete and perfect coition”, di Jalal al din al Suyuti. Traduzione di “An English Bohemian”).

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“Conosco un giovane e una giovane schiava che si amavano di reciproco amore. Quando qualcuno si trovava alla loro presenza, loro si mettevano a giacere separati da uno di quei grandi cuscini che si collocano sui tappeti per dare appoggio alla schiena dei personaggi importanti. Intanto, le teste dei due si incontravano dietro il cuscino, ed essi si scambiavano dei baci senza essere visti; davano infatti l’impressione d’essersi distesi solo per stanchezza, mentre loro in realtà arrivavano ad appagarsi nell’amore in modo straordinario, fino al punto che il giovane amante ebbe a volte l’ardire di allungarsi un po’ troppo su di lei. Su questo fatto io dico:
Tra le meraviglie del tempo, che / sbalordiscono chi le ascolta e chi ne parla, / è la brama della cavalcatura per il cavaliere, / il piegarsi del richiesto al richiedente, / la prepotenza del prigioniero su colui che lo imprigiona, / e l’aggressione dell’ucciso sull’uccisore. / Tra le genti mai non udimmo prima d’ora / che colui in cui si spera si umili a chi in lui spera. / Forse tu vedi qui una spiegazione diversa / del sottomettersi del passivo all’attivo?”.
(Tratto da “Il collare della colomba”, di Ibn Hazm, giurista e teologo arabo andaluso dell’XI secolo).

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In Olanda c’era una ragazza di nome Khadija, una studentessa musulmana come tante altre. Negli ultimi tempi aveva confidato alle amiche di trovare sempre più difficile coltivare la sua fede nel paese dove era nata e cresciuta. Fu navigando su internet che trovò le prime informazioni sullo Stato islamico in Siria e in Iraq. Guerriglieri con sguardo sicuro e voce ferma dicevano che volevano creare un Califfato dove la sharia sarebbe stata la sola fonte di diritto riconosciuta e che avrebbero combattuto contro il regime siriano in una guerra voluta da Allah. Nell’autunno del 2013, un’amica di Khadija le comunicò che stava per partire per la Siria perché lì aveva trovato marito. Era un combattente dello Stato islamico che l’aspettava nel nord del paese. Khadija era affascinata dal jihad e da chi lo combatteva. Anzi, voleva combattere lei stessa. Decise allora di seguire l’amica e di salutare per sempre il paese dove era nata. Dalla Turchia passarono il confine ed entrarono in Siria dove ad attendere le due ragazze c’erano altre donne europee che si erano unite allo Stato islamico. Dopo qualche tempo fu presentato a Khadija un uomo, un combattente tunisino. “Aveva dei bellissimi occhi verdi. Mi piacque subito”, aveva detto a un giornalista di al Monitor che l’aveva rintracciata. “E poi ho sempre desiderato vivere sotto la sharia e questo in Europa non è possibile”. Da allora Khadija trascorre le sue giornate “cucinando biscotti per il marito che combatte la guerra santa, chiacchierando con le altre mogli dei guerriglieri e giocando con gli animali” (“Ho cinque pesci, due uccellini e quattro gatti”, dice al giornalista).

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Mayat si è fatta chiamare così, ma non è il suo vero nome. Ha 17 anni. “Mi vergogno così tanto per quello che mi stanno facendo qui. Una parte di me vuole solo morire; l’altra spera invece che qualcuno venga a salvarmi così che possa riabbracciare i miei genitori ancora una volta”. Mayat è una yazida, la minoranza religiosa stanziata da secoli nel nord dell’Iraq. Spiega a un giornalista del Telegraph: “Non separano nemmeno le madri dai bambini. Alcune di noi hanno 13 anni, altre non pronunceranno più una parola d’ora in avanti”. Le donne vengono violentate fino a tre volte al giorno in cima a un palazzo dagli uomini dello Stato islamico. “Ci trattano come schiave, ci percuotono. A volte spero che mi picchino così forte da ammazzarmi. Gli abbiamo chiesto di ucciderci. Ma loro non vogliono, siamo troppo preziose per loro, come un bottino di guerra. Ci dicono che siamo miscredenti, non musulmani, e che siamo di loro proprietà e che per questo potrebbero venderci al mercato come fanno con le capre. Spero che i peshmerga vengano a salvarci. Ma devono fare presto. Il mio corpo è già morto. Ora spero solo di salvare la mia anima”.

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Nei quattro racconti, il sesso è protagonista, seppure in un climax decadente che corre dal Medioevo islamico, dall’amor cortese, alla contemporaneità dell’èra del Califfato: dal rapporto sessuale, all’amore, fino alla pornografia. Khadija e Mayat, giovani vergini divenute oggetti da maneggiare e passarsi di mano, oppure compagne di combattenti, o ancora donne-guerriero, vivono in prima linea quello che qualcuno ha definito uno “scontro di religioni”. Eppure c’è ben poco di religioso nei loro racconti. La ragazza yazida fatta prigioniera cita le frasi degli aguzzini: “Siete di nostra proprietà, potremmo vendervi al mercato come facciamo con le capre”. Nell’idea di possesso, Dio resta lontano. Nel tentativo di comprendere il reclutamento delle donne guerriere, nella ricerca di un significato alla violenza sulle giovani “miscredenti”, quasi conforta poter catalogare un fenomeno tanto efferato in categorie già conosciute. Si rispolverano parole senza tempo: i “martiri”, le “crociate”, lo “scontro di civiltà”, o ancora, “di religioni”. E’ esattamente quello che nel disegno mediatico e propagandistico del califfo, Abu Bakr al Baghdadi, l’occidente deve fare: prendere posizione, condannare visceralmente l’abominio di esecuzioni e decapitazioni sovraordinate da Allah. Levata la cortina ideologica tra il Bene e il Male – e non poteva essere altrimenti – il califfo cerca il confronto aperto, quello corpo a corpo combattuto sul terreno tra “saraceni” e “paladini”.

 

Arie W. Kruglanski, psicologo sociale, docente all’Università del Maryland, ha cercato di spiegare il confronto fra l’occidente e l’estremismo islamico da una prospettiva differente da quella dello scontro confessionale. Secondo Kruglanski, la brutalità dello Stato islamico risponde a due istinti primordiali: l’aggressività e il sesso, ove il secondo diventa diretta emanazione del primo. “La psicologia, e non la teologia – spiega in un articolo pubblicato sul sito Reuters l’ottobre scorso – offre i migliori strumenti per comprendere la radicalizzazione”. Alle origini, l’islam contemplava un rapporto armonioso tra il piacere spirituale e quello carnale, secondo l’idea che entrambi contribuissero alla piena realizzazione dell’individuo. La tesi di Kruglanski è che la radicalizzazione religiosa abbia oggi spezzato questo equilibrio, degradando il sesso a mero riempitivo del vuoto esistenziale dell’individuo. Ciò può avvenire, a maggior ragione, in contesti sociali in continuo mutamento, come quello mediorientale, o dove la coesione sociale viene meno, come nella società postmoderna occidentale.

 

[**Video_box_2**]Come è avvenuta, allora, questa rottura? Il rapporto tra il piacere carnale e quello spirituale è controverso. Nel 1998 lo scrittore norvegese Jostein Gaarder ha scritto un libro intitolato “Vita brevis”. E’ una storia d’amore che nella finzione del romanzo immagina una versione al femminile della vicenda di sant’Agostino e della donna con cui visse per dodici anni e che gli dette il figlio Adeodato. Una storia realmente accaduta e narrata dallo stesso Agostino nelle “Confessioni”. Gaarder ha immaginato una lettera della donna, chiamata Floria dall’autore ma il cui vero nome fu tenuto nascosto nelle “Confessioni”, che racconta l’amore per Agostino fino al momento in cui il suo compagno decide, con il sostegno della madre Monica, di intraprendere la via della castità. Gaarder ha sottolineato il rapporto edipico tra il santo e la madre, ma è un altro l’aspetto che qui ci interessa. Agostino, commentò lo scrittore norvegese intervistato qualche anno fa dal Corriere della Sera, si potrebbe definire oggi “un monomaniaco, un uomo ossessionato dal sesso e che però vuole liberarsene perché ritiene sia un male. Tutto il mondo sensibile, il cibo, i fiori, sono un male per lui, e per questo vuole annullare ogni piacere”. Gaarder aggiunse che “da quel sistema di pensiero (la rigida separazione fra cielo e terra, fra anima e corpo), scaturisce inevitabilmente la condanna della donna, creatura inferiore, ricettacolo del male, colpevole dei peccati dell’uomo”. Il puritanesimo che si scontra con la tentazione. “Il benessere spirituale e quello carnale furono divisi dopo il Grande scisma del 1054”, spiega al Foglio Shaikh Omar Camiletti, scrittore e poeta. Fino ad allora il matrimonio veniva inteso, usando le parole del teologo Paul Evdokimov, come “una vocazione particolare per il raggiungimento della pienezza dell’essere in Dio (theosis)”. Per san Giovanni Crisostomo, poi, “quando il marito e la moglie si uniscono nel matrimonio essi non formano l’immagine di qualcosa di terrestre, ma di Dio stesso”. Fu con la teologia di sant’Agostino, seppure antecedente allo scisma, che si posero i presupposti per una diversa concezione del rapporto carnale tra uomo e donna, secondo il principio del prolis est essentialissimum in matrimonio e del matrimonii finis primarius est procreatio atque educatio prolis.

 

L’islam restò indifferente a qualunque forma di razionalismo. “Se da allora, nel mondo occidentale, la spiritualità si è distaccata dal carnale, nel mondo islamico il sesso da sempre partecipa alla realizzazione spirituale dell’individuo. Sono un tutt’uno”, dice Camiletti. “Il matrimonio e il sesso sono almeno metà della religione islamica”.

 

“L’islam suggerisce ai credenti la moderazione, l’armonia e l’equilibrio tra corpo, mente e anima”, spiega Camiletti. “Si basa sul concetto di nafs, l’anima di ciascun individuo, che non deve mai essere smodata. Anche nel sesso, dove tutto è lecito (halal) ma nella misura in cui gli istinti più perversi rimangano sotto controllo”. Il racconto del qadi e della sua sposa è emblematico. E’ tratto da un’opera attribuita al teologo e giurista Jalal al din al Suyuti, nato al Cairo nel 1445. Di educazione sufi, al Suyuti fu un prolifico scrittore; gli si attribuiscono circa 500 opere tra libercoli e opere enciclopediche che spaziavano dalla religione, alla linguistica, dal diritto, al sesso. Tra i suoi testi più importanti e famosi ricorrono diverse opere esegetiche del libro sacro dell’islam. Tra questi, compilò anche alcuni racconti sul sesso. Kitab al Izah fi Ilm al Niqah bil Tamam wa al Kamal (“The book of exposition in the science of complete and perfect coition”) è una raccolta di brevi racconti erotici. La sfrontatezza delle scene, descritte senza alcun tipo di censura, può lasciare perplessi e non mancano connotati particolarmente maschilisti. Basti guardare al sommario: “La vedova e il marito iperdotato”; “La donna che dormiva e che fu montata da un uomo”; “Il giudice e la donna dal coito sommesso”; “Il custode dell’hammam che prestò sua moglie”. Poi una serie di capitoletti più didascalici, “Le cose che le donne dovrebbero avere”, in cui si illustra cosa dovrebbe o non dovrebbe fare la donna per soddisfare il suo compagno; oppure “Le cose che gli uomini maggiormente detestano nelle donne” (un paragrafo è dedicato all’importanza dell’igiene delle parti intime; in un altro ci si raccomanda di “non andare oltre certi limiti con il coito altrimenti potrebbe risentirne la salute”). Eppure Suyuti non era un romanziere, tanto meno la sua intenzione era quella di proporre un’opera didattica. Nell’islam medievale, il sesso era semplicemente uno dei tanti argomenti su cui dissertare. E non stupisca nemmeno che sia un giurista a scrivere dei racconti che potremmo definire “sconci”: come interprete della sharia, Suyuti illustra le regole alla base della relazione tra uomo e Dio, ma anche tra l’uomo e i suoi simili. Non esisteva alcun tabù da sfatare e il sesso rimaneva un semplice aspetto della quotidianità.

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