Il grado 2.0 di separazione

L’amore, la famiglia e la morte ai tempi dei social network. Quando i legami non finiscono mai
Il grado 2.0 di separazione

La condivisione con i nuclei familiari del passato o del presente passa per Facebook o Twitter (“Vittoria 1965”, dal libro fotografico di Giuseppe Leone “Il matrimonio in Sicilia”, edito da Sellerio)

Ha lo sguardo un po’ troppo determinato tipico degli startupper della California Jasmine Calderón, messicana, mentre stringe in una mano un rosario luminoso che pulsa, e nell’altra la foto del nonno defunto. In Silicon Valley cerca finanziatori per la sua idea. E fa bene. Perché in Sudamerica, e forse anche nel sud Italia, sfonderà. Un anno fa, sul letto di morte del vecchio, mentre sua madre pregava e sgranava corone, è arrivata l’illuminazione: far vivere il nonno nel web quando sarà morto. Ascoltarla è come fare l’upgrade a un romanzo di García Márquez. “Prima che fosse troppo tardi ho registrato il battito del cuore, il respiro e la voce. E li ho messi online. Connettendo a internet il rosario noi parenti possiamo condividere lo spirito del nonno in occasione della messa per il trigesimo o in qualsiasi momento di preghiera”. Praticamente una via di mezzo tra una seduta spiritica 2.0 e una rivisitazione del concetto di reliquia.

 

Non bastava che le bacheche facebook dei defunti avessero sostituito del tutto le tombe, ospitando foto pensieri ricordi e fotografie inedite del caro estinto postate e commentate da tutti. Ora i resti non sono più quelli relegati alla memoria o all’ombra dei cipressi e nelle urne confortate di pianto, ma quelli che si reintegrano nel presente e lo ricreano.

 

“Il dolore è al contempo attenuato e rinnovato”, dice Gianluigi, rimasto vedovo un anno fa dopo trenta di matrimonio. “I ricordi che gli amici e i parenti mettono nella bacheca di mia moglie Monica mi fanno piacere, mi mostrano aspetti di lei che ignoravo e immagini che non avevo mai visto. Ma al contempo in questo modo non elaboro mai il lutto. Mi confronto continuamente con i suoi pensieri o vado a fare ricerche su quello che via Facebook gli altri raccontano di lei. Per ora mi fa piacere così, ma alla lunga non so se sarà un bene o un male”.

 

E’ l’iperstoria. Quella che mischia passato presente e futuro rendendo il tempo circolare come nel film “The Others”, in cui la vita in una villa era raccontata attraverso i fantasmi che la abitavano, ma che erano inconsapevoli, come gli spettatori del film, della loro condizione di trapassati.

 

Dopo la preistoria (finita con i geroglifici) e la storia (finita con i Big Data) tutti noi abbiamo avuto questo onore: essere destinati a gettare le fondamenta non per la vita della prossima generazione – come avvenne all’epoca della rivoluzione industriale – bensì per un’intera èra in cui ripensare noi stessi, le nostre relazioni e le politiche facendo i conti con qualcosa che prima non c’era mai stato: 25 miliardi di intelligenze artificiali che si intrecciano e si moltiplicano grazie agli algoritmi; e che ora abitano il pianeta e lo gestiscono assieme a noi umani, che siamo solo sette miliardi. Almeno i vivi. Tempo e spazio sono dunque categorie destinate a essere sostituite.

 

Ma quello che non si può proprio più chiamare “passato” è il tempo trascorso con persone ancora vive e vegete: un amico dei tempi del liceo con cui si passava il tempo bruciando motorini (ma magari ora che il giovane piromane è diventato un noto magistrato non ha proprio piacere si scriva su Facebook); un posto di lavoro da cui si è stati licenziati in malomodo; una città o un quartiere natìo di cui ci si vuole dimenticare; una relazione amorosa finita. Tutto questo passato resterà per sempre lì, accessibile, a chiedere di essere integrato nella vita quotidiana. Detto in termini psicoanalitici, scompare il rimosso.
Il quadro più stravolto è quello dei matrimoni finiti. Dimenticate la famiglia Bradford, dove la madre di otto figli era morta e papà Tom si era risposato con la vedova – senza figli – Abby; ma dimenticate anche i Cesaroni. La famiglia, da “allargata” passa a “aumentata”. Cioè: a prescindere da quali figli siano in casa durante la settimana o per il weekend, e a chi dei due coniugi appartengano, tutti possono condividere i momenti quotidiani con i vari nuclei familiari del passato o del presente. Attraverso Skype, Facebook, Twitter o Instagram.

 

Gli uomini in particolare nella maggior parte dei casi coronano il loro sogno inconscio di poligamia dividendo e suddividendo mogli figli e prole in vari “gruppi” di Facebook e WhatsApp, che portano cognomi nomi o nomignoli spesso scelti dai figli (quindi immodificabili nel nuovo mondo dove lo scettro del comando è in mano ai piccoli). Ad esempio “I Rossi” (mentre la mamma ora è risposata con un Bianchi e di suo si chiamerebbe Verdi), “Poldo”, che è il soprannome del figlio unico quando mamma e papà stavano felicemente insieme e lui, oggi quindicenne, ne aveva sei. “I conigli” che era il soprannome di tutta la famigliola un tempo felice, e così via.

 

Una matassa di relazioni digitali e reali tra passato e presente al cui confronto la notizia di Al Bano e Romina di nuovo insieme sul palco di Sanremo scompare. Ma se al nativo digitale – che ora si chiama “postevolutivo” – tutto questo sembra naturale, ai secondi coniugi specie se senza figli propri, ricorda i moniti espressi da Paolo VI nell’Angelus all’indomani della legge sul divorzio.

 

“La prima moglie è la nuova suocera” è il motto delle seconde, che così seconde non sono mai state. Bei tempi quelli in cui le avventuriere riconoscevano il loro archetipo in Glenn Close quando, nei panni di Alex, l’amante persecutrice, esce dalla vasca da bagno dopo che Michael Douglas l’ha creduta morta nella terrificante scena di “Attrazione fatale”. Erano loro lo spauracchio della prima moglie. Le “rubamariti”.

 

Oggi le parti sono invertite. Grazie a una costante consultazione online – anzi “onlife” come dicono i filosofi, unendo “online” e “life” – le “ex” (per modo di dire) abbandonano presto le ire violente della post separazione. Le più furbe, smartphone alla mano, gestiscono alla perfezione il maschio, prendendone i lati positivi e lasciando il peggio alla nuova arrivata. Le amanti, tradizionalmente dipinte come malinconiche e eternamente appese al filo del telefono, oggi che il filo non esiste più hanno visto il loro ruolo riconosciuto. Spesso grazie a una separazione accelerata dal ritrovamento dei messaggi privati da parte della moglie dell’amato (negli Stati Uniti un matrimonio su otto finisce a causa di uno smartphone lasciato incustodito). Ascese al podio di compagne ufficiali nell’èra sbagliata, vengono letteralmente crocifisse sull’altare della nuova civiltà di modi.

 

“E’ un vero strazio di cui non posso parlare con nessuno per non sembrare acida”, commenta Alessandra (e infatti le dobbiamo cambiare il nome). Parla quasi sdraiata, diremmo prostrata, sul bancone del negozio extralusso che dirige in centro a Roma. Il suo compagno, che in un impeto di autoconservazione ha scelto di non sposare, coltiva con la madre dei suoi figli, abbandonata per Alessandra, questo rapporto “innovato”, a tutti gli effetti ancora familiare; fatto di solido e duraturo affetto, rispetto, mutua assistenza, estrema complicità testimoniata dagli emoticon disseminati ovunque tra le comunicazioni digitali. “Non più una ‘ex’” , ma è diventata lei “l’altra”, lamenta Alessandra. Tutto è “aumentato” dalla condivisione di memorie (che poi memorie non sono più) continuamente rinnovate da vecchi documenti e foto scannerizzate, o dal piacere dell’“archeosocial”: il ritrovamento di antiche comuni amicizie sui social network.

 

La prima moglie – perché no? – dispensa consigli via WhatsApp anche sulla vita sentimentale della nuova coppia, in un ruolo ben più insidioso di quello della suocera, visto che comprende anche la conoscenza profonda del carattere e della sessualità del vecchio partner. “Se mi lamentassi apertamente passerei per gelosa, cosa che non sono”, dice Alessandra. Lui, Giovanni, ha lasciato ex moglie e due figlie in un’altra città. “Lasciato per modo di dire” – aggiunge –. Complice la crisi economica, quando le raggiunge dorme addirittura a casa loro, riassumendo il ruolo di maschio alfa, col placet del nuovo compagno della ex moglie. E naturalmente postano le foto delle attività di famiglia su Facebook.

 

Sopiti gli istinti (anche perché le passioni, si sa, deflagrano e sopravvivono solo tra impedimenti e distanze) questa nuova, calda, melassa si spalma sulla vita di tutta la tribù dell’alfa. “Almeno i musulmani, poligami, ripartiscono le spese tra le mogli in parti eguali – dice Alessandra, tanto per trovare un appiglio razionale a un fastidio viscerale –. Tra noi due il suo guadagno è tutto destinato al mantenimento di figlie ed ex moglie, che non lavora. Io, single e con un figlio già grande, provvedo a tutte le spese di casa. Dalle bollette ai viaggi. Che sono ormai un’esperienza di gruppo anche quando siamo in due: “Quando siamo in situazioni intime, tipo una cenetta o un weekend romantico, che siano le due di notte o le sei del mattino, compaiono sullo smartphone gli sms delle figlie, o il suono acuto e penetrante del messaggio WhatsApp con le loro richieste, a cui lui, espiando il senso di colpa caratteristico del padre separato, risponde all’istante”. Alessandra non sa di essere fortunata, perché quando il papà di figli adolescenti è nella stessa città viene convocato regolarmente per qualsiasi bisogno, tipo l’uscita dalle discoteche. Dimenticate l’appuntamento all’uscita del locale a un orario concordato. Ormai la notifica arriva all’ultimo momento tramite il solito WathsApp “passa a prendermi”. Mai prima delle tre del mattino.

 

“Ho lasciato Adriana durante il trasloco. Del suo ex”. A parlare è Lanfranco, capelli rasati, ex motociclista che ha girato tutto il mondo a cavallo della sua moto da enduro. Adriana, l’attuale compagna, separata da un ricco costruttore, due figli piccoli, l’ha sottoposto perfino a una cena organizzata dalla madre dell’ex marito. L’ex suocera – che ha 74 anni – ha organizzato una cena in presenza delle due nuore. Adriana con il rispettivo compagno, e tutti i nipoti. “Siccome è sempre in casa al computer, si era messa in testa di vederci tutti insieme come sulla bacheca di Facebook”. Lanfranco è fuori di sé: “Ho pazientato e sono andato. Però quando due settimane dopo l’ex marito di Adriana ha tirato fuori dalle scatole del trasloco tutte le vecchie foto e le ha pubblicate su Instagram, ho capito che con Adriana era finita. Il fidanzamento, il matrimonio, i viaggi, i momenti felici con i loro bimbi piccoli hanno invaso il web, commentati da tutti, e io ero inerme. Zitto, per non passare da troglodita. L’ho lasciata e ho recuperato il centauro che è in me. Adriana non ha mai capito”. Lanfranco è convinto che tra quelli che si sono fidanzati dopo la nascita di WhatsApp con una persona con figli una vera intimità non ci sia mai stata. Lui ama gli spazi deserti. Ma anche durante le vacanze in moto per quattro anni è stato costretto a battere solo itinerari coperti dal wi-fi, e ogni bel tramonto che lui e Adriana hanno visto in Islanda è stato condiviso all’istante via Instagram con i figli di lei. “E’ la tomba del sesso; la fine della lotta per la conquista degli spazi (quali poi? Quelli reali o quelli del web?). Non c’è più neanche la gioia di ritagliarsi del tempo per vivere romanticamente un fine settimana”.

 

I social network naturalmente sono entrati a gamba tesa anche nei tribunali. “I provvedimenti presi nelle cause di separazione oramai comprendono anche il collegamento Skype”, dice Marina Blasi, avvocato divorzista del foro di Roma. “Sempre più giudici stabiliscono per i genitori separati che vivono in città diverse tre incontri a settimana con i figli via Skype”. E se uno dei coniugi non ha l’applicazione il giudice può costringerlo a scaricarla. “Personalmente sconsiglio l’utilizzo di WhatsApp in fase di separazione. Appena infatti uno dei due coniugi impara a stampare quei messaggi, l’altro è nelle sue mani. E questo vale per i tradimenti come per le costanti indicazioni sull’affido del bimbo durante le varie attività della giornata. Facebook invece è meno rischioso, se si sa come utilizzarlo”. Certo non come ha fatto Lorenzo. Capoazienda, ha lasciato la moglie per la segretaria. Un classico. Ha dichiarato lo stato di crisi e corrisposto per il primo anno alla moglie 700 euro al mese. Non ha un account Facebook, e quindi non si è accorto che la segretaria ha postato tutte le foto delle loro magnifiche vacanze, gli alberghi cinque stelle e i gioielli avuti in dono. Risultato: la moglie lo ha riportato in tribunale e ora le dovrà corrispondere più del doppio. “Le vendette tra coniugi passano anche attraverso la gestione dell’immagine dei figli sui social”, avvisa la Blasi. Per pubblicare le foto dei minori infatti ci vuole il consenso di entrambi i genitori, e se uno dei due contravviene, l’altro può farlo richiamare all’ordine dall’avvocato”. In realtà il minore dovrebbe essere tutelato anche dai genitori: il giorno in cui, tra 40 anni, dovesse diventare ammiraglio, potrebbe non gradire che le sue immagini con lo scolapasta in testa viaggino tra i sottoposti. Rosaria e la madre dei figli del suo compagno si parlano con un nickname attraverso un blog di ricette. Tutte e due sanno che dietro lo pseudonimo c’è “l’altra”, ma fa comodo per capire come far mangiare i ragazzi. Alessandro spia la figlia che dal divorzio non gli parla più attraverso un falso account di Facebook, e così chatta con lei, viene a sapere i problemi a scuola e nello sport, se è triste, felice e così via, mentre Maurizia per tutelarsi dalla ex moglie del compagno che la spia attraverso l’account dei figli ha dovuto cambiare il suo comportamento online, cosa che vive come una vera e propria lesione dell’identità. Ma anche i secondi matrimoni, si sa, finiscono. “In quel caso a trovarsi senza alcun diritto sui figli del compagno o della compagna è la matrigna, o il patrigno, che magari li hanno cresciuti per anni affezionandosi. A quel punto i social diventano spesso l’unico legame con il bambino o l’adolescente”. Per gestire al meglio il nuovo rapporto è nato il blog “club delle matrigne”, ma questa è un’altra storia.

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