Al “salon” del biancoguidare

All’aeroporto di Ginevra sono parcheggiati un piccolo jet di stato con la bandiera russa, e un altro americano, tipo Air Force però non One, uno più piccolo e sfigato di quello di Obama. E poi c’è il piccolo jet della sciura Giovanna Mazzocchi, proprietaria di Quattroruote.

Al “salon” del biancoguidare

Per ibride ed elettriche, gioia dell’occidente ecologista, targhetta di classe A, come fossero moderne lavastoviglie. Nell’altro emisfero ci sono le supercar, i sogni degli oligarchi in classe G

All’aeroporto di Ginevra sono parcheggiati un piccolo jet di stato con la bandiera russa, e un altro americano, tipo Air Force però non One, uno più piccolo e sfigato di quello di Obama. E poi c’è il piccolo jet della sciura Giovanna Mazzocchi, proprietaria di Quattroruote che è arrivata pilotando come al solito personalmente. A Ginevra è in corso infatti un importante vertice sulla questione Ucraina, presso la sede Onu. C’è il ministro degli Esteri russo Lavrov e il segretario di stato Usa Kerry, ma nessuno se li fila, perché qui apre oggi al pubblico “Le Salon”, che non serve aggiungere “dell’auto”, come “il salone” a Milano è solo quello del mobile.

 

Tutti dunque a queste Nazioni Unite dell’auto. Neutrali, a differenza del salone più grande di Francoforte, perché qui in Svizzera non ci sono produttori e dunque nessuno gioca “in casa”. Si cerca di capire un po’ come va il mercato globale dell’auto dallo stand di Quattroruote, una specie di ambasciata italiana dove passa un po’ tutta la patria motoristica: passa il presidente dell’Aci, passa Luca Napolitano, da qualche giorno responsabile del marchio Fiat in Italia. Passa pure Andrea Bonomi, signore anglo-milanese con ciuffone, è il nipote di un’altra sciura mitologica milanese, Anna Bonomi Bolchini, ma lui in proprio porta avanti sottotraccia alcune partite abbastanza fondamentali. E’ azionista di maggioranza della Aston Martin, ed è quello che ha comprato e ristrutturato, e poi venduto riccamente, il marchio Ducati alla Volkswagen; ha tentato una scalata alla Popolare di Milano, ma pare divertirsi molto più con le auto che con le banche. E’ tutto contento del successo del brand inglese; dice al Foglio che “abbiamo fatto il crossover, faremo un Suv, c’è molto entusiasmo per il marchio”, e guarda il prototipo che Quattroruote insieme con l’Istituto europeo di Design ha presentato qui, una supersportiva nera e azzurra, e protesta in quanto milanista.

 

Intanto a Roma le sue Db10 si sfasciano sul sampietrino del lungotevere degradato, affidate a James Bond, nel product placement più longevo forse di sempre. E una versione estrema della macchina di 007 campeggia nello stand Aston Martin qui al “Salon”; in uno stand a due piani, sembra una barca milanese molto “bene”; con parquet di teak, la lampada Arco di Flos, i divani di pelle di Antonio Citterio per B&B. Salone dell’auto o del mobile, poco importa, e sotto, ecco questa DBXprototipocrossover con interni scarnificati, priva di cruscotto, di cambio, di tutto, con telecamerine al posto degli specchietti, e sedili di ferro e pelle appoggiati a terra, e pannelli di pelle tesi, come poltrone dei fratelli Bouroullec, mentre sotto il lunotto, due alucce tipo Birdman nascondono casse per stereo “esoterici” come richiede ormai il mercato (sulle Aston di serie, come su tutte le macchine da ricchi, ormai, casse Bang & Olufsen emergono all’accensione della radio tipo periscopietti silenziosi).
Insomma,“cambio e radiatori e sospensioni non interessano più molto” dice al Foglio Gian Luca Pellegrini, direttore di Quattroruote, qui a Ginevra un po’ ambasciatore o console onorario (un tempo gli italiani si radunavano nello stand Fiat, in tempi meno globali). “I cambi sono sempre più solo automatici, i produttori sono quelli. Interessano invece l’esperienza di guida, e dunque i gadget elettronici e le connessioni e i sistemi di navigazione”. Ecco perché “secondo me il futuro non lo vediamo più tanto nei saloni dell’auto, quanto per esempio al Ces di Las Vegas” dice Pellegrini, intendendo il salone dell’elettronica, dei telefonini e dei tablet.

 

Modernità, modernità, ma anche tradizione: perché come nella moda anche nell’auto tutti stanno molto attenti all’“heritage”, cioè un marchio possibilmente antico che faccia tanto sognare, e vendere. Ecco la folla allo stand Ferrari, con Marchionne al suo primo Salon in veste di presidente; ecco, più in là, una Fiat 500 modello 1957, celestina e bianca, per memorie Capri e “Poveri ma belli”; ecco una bellissima Land Rover Defender edizione (non a caso) Heritage, color sabbia, con memorie coloniali incluse, e scritta “made in England-Solihull”, proprio da macchina del tempo, per sentirsi un po’ regina d’Inghilterra a caccia a Sandringham. Accanto, le Jaguar invece modernissime, e pare decisamente finito il tempo in cui dalle macchine costruite a Coventry “entrava aria da tutti i pertugi, tranne che dall’impianto di aerazione” secondo leggende di appassionati. Jaguar e Land Rover sono poi felicemente indiane, controllate dal gruppo Tata, e nonostante ciò presidiano e valorizzano tradizioni british meglio di inglesi veri: e lo stand Jaguar-Land Rover, con ufficie-stampa biondissime londinesi, reca il triplice stemma, enorme, della regina, del principe di Galles, del duca di Edimburgo. Ma poi, sempre per restare in vere-finte tradizioni, ecco lo stand Rolls Royce (oggi proprietà Bmw) costruito come se fosse uno di quei vecchi club londinesi logori, tipo il Garrick. Qui, modelli Phantom e Ghost con interni in pelle candidi e portaombrelli personalizzabili nelle portiere che si aprono a libro, elettriche; lussi per sceicchi e oligarchi e cinesi d’assalto, e anche gli accessori tentano improbabili fusioni tra una eredità britannica decadente e il gusto dei nuovi capitali smandrappati globali: dunque cestini da picnic su misura per bagagliai foderatissimi come casse da morto di prima classe; e vasta scelta di radiche e pietre semipreziose e legni di boschi almeno millenari, e malachiti e madreperle per i cruscotti, e tagli di pelli di animali forse allevati a terra per le tappezzerie; e rendering per queste auto ormai case da abitare, con possibilità di “cieli” (cioè in gergo tecnico il soffitto) istoriati con sete dipinte a motivo “blossom” con ramoscelli di ciliegi in fiore, motivi che volendo ritornano anche su carrozzerie, come tatuaggi per corpi di rapper o calciatori non riflessivi: che dovrebbero costituire il target di questo tipo di auto, si suppone. Oppure un “cielo” stellato, con stelline a piccoli punti luce led.

 

E insomma, altro che “less is more”; alle pareti di questo club Rolls Royce campioni di moquette a pelo corto, medio o lungo o lunghissimo, candidi, come quelle nelle case dei Savoia qui a Ginevra. Oppure anche rosse, marroni, gialline, in tutti i colori dell’arcobaleno Frette, e secondo preferenze e allergie agli acari. Con risultati poco da club londinese e molto da salotto di donna Imma Savastano di “Gomorra”. Anche se, in fondo, dame Barbara Cartland, madrina di lady Diana, girava su una Rolls rosa confetto. E del resto qui, in questo stand, in una specie di privé, ecco un “Sir Henry Royce Club” con poltrone in pelle e bocce di champagne “a gratis” e signorine molto scosciate che passano tra signori con carnagioni chiare e cadenti, si potrebbe benissimo essere in una di quelle seratine per lord Charles Spencer, o in un’orgia molto araldica tra Andrea d’Inghilterra e Strauss-Kahn.

 

Però, se metà del Salon è destinata al lusso sfrenato, l’altra è consacrata al motore elettrico e ai suoi derivati. “Dopo cent’anni di motore a combustione, questo è il vero, unico cambiamento”, dice sempre il direttore di Quattroruote. Così in queste Nazioni Unite dell’Auto si assiste a un mondo molto bipolare. Non solo in senso geopolitico, ma anche psicologico. Da una parte le pulsioni edonistiche di una parte di globo in crescita, indiani, russi e cinesi che cercano il blasone europeo customizzato ai loro gusti talvolta un po’ burini. Dall’altra, l’occidente anziano che fa la raccolta differenziata.

 

E in mezzo c’è la California: basta girare per lo stand Tesla per capire che se Apple volesse davvero lanciarsi nella fabbricazione di automobili, come si sussurra nell’ambiente, evocando l’unico evento in grado davvero di rivoluzionare il settore, non le converrebbe mettere su stabilimenti (pur non avendo, diciamo, problemi di liquidità). Sarebbe molto più logico, come pure indica qualche rumor, comprare direttamente il marchio di auto di lusso elettriche creato in California dall’imprenditore immaginifico Elon Musk.

 

[**Video_box_2**]E nel suo stand qui a Ginevra si ha l’impressione plastica e precisa che queste berlinone sono la prosecuzione dell’iPhone con altri mezzi. Macchinone magari con linee non particolarmente cool, ma con interni del più puro stile Steve Jobs: al posto del cruscotto, la scomparsa di ogni bottone o manopola fisica, e invece un enorme display–ipaddone a dare tutte le indicazioni. La modernità inaspettata, come di fronte ai primi “melafonini”: e davanti ai modelli “D” l’incauto passatista potrebbe supporre un motore diesel, dunque inquinante. Giammai: la D sta per doppio motore, elettrico, davanti e dietro, e dunque potenza in quantità, ma anche due piccoli vani-bagagliaio perfettamente rivestiti come confezioni di smartphone costosi. “La Tesla è l’unica macchina finora che sia riuscita a conciliare il motore elettrico con l’autonomia di un’auto normale” dice sempre Pellegrini. Come sa chiunque abbia guidato una elettrica non fighetta come questa californiana, “l’autonomia media è infatti di cento chilometri al massimo”, dunque a meno di non possedere un giardino con prolunghe sempre pronte, si tratta di un futuro abbastanza poco praticabile. Invece, per questa Tesla, percorrenze “umane”, e però ecco anche grandi distributori di energia di design rossi e grigi, stilizzati, da esibire come aspirapolveri Dyson, e forse il futuro delle nostre città sarà non più di pompe di benzina Eni come quartier generali malfamati der Cecato e delle Mafie capitali, ma invece ritrovi di giovani-bene tipo Apple Store, ma all’aperto, a scambiarsi spine molto aspirazionali.

 

Certo rimane il paradosso che per risparmiare sul pieno di benzina e sentirsi a posto con la propria coscienza verde bisogna spendere settantaduemila euro, prezzo base per queste Tesla. Chi non vuole comunque emettere CO2 pur senza svenarsi qui a Ginevra ha tutta una vasta gamma di possibilità: ecco una Renault Zoe, “piccola” solo elettrica già molto amata anche in Italia, anche da ambientalisti insospettabili, attratti più che altro dalla gratuità delle ztl e delle strisce blu. Più in là, anche le case tedesche si cimentano con l’ibrido: ecco la Volkswagen, con un prototipo di coupé sportivo Gte, dove la e finale sta per elettrico; e, invece, già pronte da comprare ecco le Golf sempre Gte, che vanno sia a benzina che elettrico, con pratico spinotto nel radiatore. E la Mercedes, una C350E ibrida, 279 cavalli, capace di percorrere “fino a cinquanta chilometri solo in modalità elettrica”, e un nuovo van “serie V” sempre ibrido, capace di arrivare fino a “ottanta chilometri di velocità massima, in modalità elettrica”.

 

Insomma, questo ibrido sarà anche il futuro, e però fino ad ora è un po’ come avere l’orto urbano e i pomodori sul balcone: fa fico averlo, ma qualcuno ne ha mangiati mai veramente? Però c’è tutto un indotto, già: ecco una svizzera e’mobile, qua con tutta una gamma di pompe di elettricità nelle più svariate fogge: una che sembra una piccola cabina telefonica Sip a scheda, poi una “monstre” a quattro pompe e 180 kilowatt, ad alimentare una nuovissima Volvo V60 ibrida, dal modico costo di 58 mila euro. Ci si chiede quanti anni e quanti chilometri percorsi serviranno per ripagare il sovrapprezzo. Ma sono conti forse della e-serva.

 

In questo stand e’mobile, però, tutte le e-vetture sono bianche (la Zoe, la V60, la Bmw i3 solo elettrica, un’altra per ecologisti di fascia alta, costa trentaseimila euro, se si vuole il motore anche a benzina è optional, tipo gli alzacristalli un tempo).

 

Tutte bianche, dunque, queste e-macchine, e a un certo punto ci si accorge anche che in tutto il Salone, accanto a ogni modello con le specifiche tecniche, c’è anche un cartello che pareva di aver già visto: è quello con la classe energetica e il diagramma nei vari colori. Dunque ci si fa caso, e tutte queste ibride ed elettriche hanno naturalmente la targhetta di classe A, come lavastoviglie moderne ed elettrodomestici bianchi meritevoli di detrazioni che si vedono nei centri commerciali. Più che nelle Nazioni Unite, l’occidente ecologista vuole trasformare il “Salon” in un gigantesco Unieuro.

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