Pazze di gelosia

Da Medea alla marchesa di Merteuil fino a Valérie Trierweiler. Perché la donna tradita e umiliata mette in scena la vendetta
Pazze di gelosia

La sapienza assassina della Merteuil non lascia scampo alla sua vittima designata (Glenn Close, la marchesa di Merteuil, nel film “Le relazioni pericolose” di Stephen Frears)

Tradita e umiliata dall’amante, un giornalista francese, Oriana Fallaci, esasperata, spedì alla moglie le lettere d’amore che aveva ricevuto da costui. Per quanto dolorosi possano essere stati, i risvolti della vendetta si consumarono tra le mura domestiche; uno tsunami dei cuori che non annientò la loro vita pubblica, dal momento che Oriana, grande lavoratrice, era dedita a una passione che certo non si esauriva con gli uomini, e che col tempo diventò missione. Ben differente la vendetta di Valérie Trierweiler, che con la pubblicazione delle sue memorie consegnò Hollande alla gogna. A quel punto a ridere furono i sans-dents; così Hollande nel ricordo di Valérie chiamava i poveri, gli eredi dei sans-culottes. Anni prima alla gogna andò un altro presidente, ancora più importante, addirittura decisivo per le sorti del mondo. Bill Clinton fu azzoppato, come dicono gli americani, da una stagista che mal tollerò di essere una tra le tante prede del potente, e al momento opportuno gli presentò il conto: tracce di seme sul suo vestitino di collegiale. Stavolta a godere non furono gli sboccati sanculotti quanto i severi puritani. C’è tuttavia una differenza fondamentale tra il caso di Valérie e quello di Monica; pur non essendo sposata a Hollande, Valérie era la sua compagna ufficiale, come d’altronde Ségolène Royal; la Lewinski non era niente di tutto ciò e questo la frustrava. Valérie si sentì tradita ed esiliata e si vendicò; Hillary, la moglie di Clinton, si mostrò superiore alla scappatella del marito e pubblicamente lo perdonò. La loro unione fondata su due presidenze in atto e altre due in fieri, nemmeno fu scalfita dalla ragazza. Valérie pugnalò il suo amante manco fosse Charlotte Corday nel bagno di Marat, Hillary fece da scudo alla schiena presidenziale frustata da giudici implacabili.

 

Valérie è ben più insicura di Hillary, la calcolatrice. La francese incarna la donna fiera che si accompagna all’uomo famoso e teme di perderlo, teme che un’altra donna, prima o poi, lo conquisti. Si agita, si angoscia, sa che, per quanto vigili, il suo uomo può esserle sottratto; avendolo, o almeno crede, a sua volta rubato, è dominata dall’ansia. Allo sguardo della gelosa, l’altra donna appare oltre che bella e astuta un mucchio di altre cose, quelle cose che lei si attribuiva, e che ora le paiono fumo. “Cos’ha lei più di me, cos’ha che io non ho?”, si ripete la donna spiando la sessualità dell’altra, quel non so che pronto a sedurre e a rapinare. “Ha la bellezza? La grazia? La dolcezza? L’intelligenza? Tutto questo e altro ancora? Ha quello che non ho io, comunque! E che io non riesco ad avere”.

 

Ma attenzione uomini: se l’altra donna, la rivale, conquista il vostro cuore, un giorno potrà anche perderlo, e in modo assai violento. Dai tempi dei tempi la donna tradita, o che pensa di esserlo, ha un’arma fatale: il delitto. Un tempo le regine e le nobildonne si vendicavano degli amanti traditori mandandoli al capestro nel nome di presunti tradimenti politici, quando invece erano solo storie di letto. In “Senso” di Visconti la contessa tradita dal bell’austriaco non esita a denunciarlo mandandolo a morte davanti allo sguardo inorridito del suo generale.

 

Ma è nell’antichità greca, da cui tutto nacque e fiorì grazie alla folgore dei grandi tragici, che per la prima volta incontriamo la vendetta delle dee, fulminea e terribile. La prima vendicatrice fu Era, la gelosa per eccellenza, colei che non poteva tollerare che sull’altra riva si affacciasse – anche solo per un rapido amplesso tra i cespugli – l’ombra minacciosa dell’altra donna. Minacciosa mai quanto la sua: a un certo punto Era allenta la colorata veste di moglie tradita per indossare la più feroce corazza della guerriera che neppure davanti al crimine si ferma. Caparbia, bellicosa, crudele e vendicativa la dea si scaglia contro le amanti di Zeus e i figli da queste generati.

 

Perché invece di colpire Zeus che la tradisce, si accanisce furibonda contro le sue amanti, spesso prede ignare della sua lussuria? E’ un macabro avvertimento alle altre donne di starsene lontane dall’uomo di cui ella possiede il pegno matrimoniale? E’ il piacere di punire con atroci torture colei che di lui ha goduto? O forse è il modo migliore di vendicarsi di lui facendolo soffrire alla vista delle amanti umiliate dai suoi colpi? Questo e altro, ma perché non colpire proprio lui?

 

Un motivo c’è: Zeus è il più potente degli dèi, maneggia la folgore con cui li tiene in pugno, ed Era sa che se supera un certo limite, lui può fulminarla. Era ha paura del potere di Zeus, ma ne è anche fiera. Gli riconosce una potestà e una sacralità alle quali le piace sottostare. Anche Zeus, se pur svolazza da una preda all’altra, è fiero di Era, e non la punisce per le sue vendette. Incutere timore è la risorsa del potere, e che sua moglie cerchi di emularlo gli va bene. Forse, in cuor suo, gongola della feroce gelosia di Era, spacciandola addirittura per una forma un po’ primitiva ma in fondo assai forte di… amore.

 

Il tradimento, la gelosia, la vendetta. O piuttosto viene prima la gelosia, poi il tradimento infine la vendetta? Chissà, nei giochi d’amore le carte sono misteriose, e una coppia di sette vale più di una solitaria regina. Ora entra in scena un essere impetuoso, violento, un animo selvaggio, ostile: Medea. Una magica potenza illumina e oscura il suo volto. Aiuta Giasone a conquistare il vello doro, custodito nella misteriosa Colchide, sua terra natia ai confini del mondo greco; lo sposa e con i due figli suoi va a Corinto. Giasone la ripudia. Lo sfregio è compiuto.

 

Medea è sconvolta, grida, piange. Giasone le oppone stupidi motivi di convenienza, illustra tutti i vantaggi che ricaverebbe dal suo nuovo legame matrimoniale: “Quando venni io qui, quale miglior fortuna potevo trovare, bandito come ero che sposare la figlia del re? Non perché avessi in odio il tuo letto, né perché fossi colpito dal desiderio di nuova sposa. Ma perché potessimo avere vita agiata e non patire miseria”. Ma Medea sdegnata risponde: “No, non questo ti tratteneva, ma il pensiero che le nozze con una donna barbara ti avrebbero portato a una vecchiezza senza onore”. Medea a Corinto è considerata una barbara, è discriminata. Nemmeno il matrimonio con Giasone l’ha emancipata dalla sua condizione. Lei che per seguire l’uomo che ora l’abbandona per una donna di rango sociale più alto del suo, aveva tradito quanto di più caro: il padre e la patria. In preda a un violento furore dice a sé: “La donna di solito è piena di paura, e inadatta alla lotta, e le ripugna la vista di un’arma; ma se offesa nei suoi diritti di sposa, non c’è altro cuore più assetato di sangue”. Ora Medea sa che la sua piaga non si cicatrizzerà, non le resta che la vendetta: finge di accettare le nuove nozze e invia alla futura sposa una corona d’oro e un bellissimo manto. Incantata da tanta bellezza la ragazza li indossa, quando spire di fiamme avvolgono il suo corpo. Il padre accorre, morendo anch’esso in preda ad atroci tormenti. Infine Medea distrugge ciò che di più caro la lega al perduto marito: uccide i suoi due figli. E’ un tragico passo avanti sul cammino della responsabilità: se la gelosia di Era si accaniva contro le amanti di Zeus e la loro progenie, badando bene a non fare alcun torto al marito, è proprio il marito che Medea vuole colpire, sacrificando tutto ciò che lo circonda, tutti i suoi motivi di piacere e di gloria. Quella povera cosa cui è ridotta Medea, quella donna ormai diventata superflua e ingombrante, annienta l’eroe. Eroe smemorato e presuntuoso, tanto da non ricordarsi che fu Medea ad aprirgli con ferocia la strada del vello d’oro.

 

Ben gli sta a Giasone, lui che col suo parlare pacato, senza alcuna emozione, aveva liquidato Medea come se fosse un ferro vecchio. Giasone non è l’onnipotente Zeus, l’immortale tra gli immortali; Medea è una maga, avrebbe potuto ucciderlo come e quando voleva ma lo lascia in vita per godersi appieno la sua disfatta e il suo dolore: senza più figli, senza moglie, senza patria, lui è ora nella medesima condizione di lei.

 

Peggio, molto peggio, perché lei non è solo umana, ma anche divina. Medea appare in cielo, su un cocchio trainato da due draghi alati, forte di discendere dall’astro immortale dal volto implacabile: il sole. Condannata a vagare da un luogo all’altro, senza possibilità di riscatto, con il marchio del ripudio, senza prole, Medea sceglie la gloria di una ritrovata barbarie.
Fin qui l’epopea macabra di due mitiche donne che, sconvolte dalla gelosia, si vendicano colpendo di persona; ora entra in scena la modernità: al pugnale si sostituisce la parola, capace di vendette ancora più sottili e sanguinose, a ricordare come la gelosia nei secoli non cessa, cambia solo maschera e può indossare quella di una manierata ed elegante gentilezza. Con la marchesa Merteuil l’arma che ucciderà la rivale, e il rivale, sarà l’amore.

 

Siamo nelle “Liaisons dangereuses”, il romanzo epistolare del comandante d’artiglieria e nume della balistica Pierre-Ambroise-François Choderlos de Laclos, amico dell’ambiguo duca d’Orléans e letto di gusto, e di nascosto, dalla regina Maria Antonietta. La scenografia è quella sontuosa della fine del Diciottesimo secolo, nell’aristocrazia più ricca e viziosa. La sfida è tra due amici: la marchesa di Merteuil e il visconte di Valmont. Chi dei due è più cinico e spietato nella seduzione? La marchesa di Merteuil in una lettera offre un eccellente ritratto della condizione femminile: “Tutti presi dal vostro nuovo capriccio, voi uomini potete abbandonarci senza paura e senza riserve. E infatti questi legami reciprocamente imposti e ricevuti voi solo potete, a vostra scelta stringerli o romperli. Le donne sono già troppo fortunate se voi, con la vostra leggerezza, preferite il mistero allo scandalo e vi accontentate d’un abbandono umiliante senza avere anche la velleità che l’idolo di ieri diventi una vittima”.

 

Nonostante ciò è la marchesa a condurre il gioco, anticipa sempre le mosse dei suoi amanti: “A togliere a questo la volontà, a quello il potere di farmi male; se ho potuto di volta in volta, secondo i miei gusti volubilissimi, avvincere a me oppure allontanare codesti or schiavi, già tiranni spodestati; se ho potuto conservare una reputazione illibata, come non pensare che io sono nata per vendicare appunto il mio sesso, facendo man bassa del vostro e inventando metodi che prima di me erano affatto sconosciuti?”. La marchesa è abilissima, sa come muoversi nel bel mondo, è richiestissima, sempre in incognito, mai si rivela, indossa la maschera della donna irreprensibile moralmente mentre è un’insaziabile libertina, calcola ogni sua azione, è padrona del suo destino. Ma ha una debolezza: non tollererebbe anche se non lo ammette, di perdere Valmont: la marchesa è gelosa. Anche se riconoscerlo, per una donna superba e determinata come lei, è impossibile. C’è un motivo, radicato nel passato. La marchesa era stata l’amante di Valmont, lui solo le aveva fatto battere il cuore. Per la prima e ultima volta si era sentita dominata dal suo desiderio. Ma lei e Valmont decisero di comune accordo che “interessi più importanti ci chiamano; conquistare è il nostro destino; bisogna seguirlo”.

 

Sulla scena compare Madame de Tourvel, “un tipo semplice, grandioso, commovente. Creazione ammirevole. Una donna naturale. Un’Eva toccante”. Valmont ne parla entusiasta alla marchesa: “Non sa mascherare il vuoto di una frase con un sorriso studiato… Bisogna vedere soprattutto alla minima espressione di un elogio o d’un complimento, come si dipinga sul volto celeste un imbarazzo toccante… Avrò questa donna; la porterò via al marito che la profana: oserò rapirla perfino al Dio che lei adora”. E quando finalmente la Tourvel cede, Valmont scrive alla Merteuil: “Sarei dunque, alla mia età dominato come uno scolaretto da un sentimento involontario e sconosciuto?”. Il dado è tratto, Valmont ama riamato ma la marchesa è orribilmente gelosa, non può tollerare di essere messa da parte. Rischia di perdere l’uomo al quale ha offerto squarci della sua anima, e su cui aleggiava, come una promessa, l’idea che prima o poi lo avrebbe riavuto tra le sue braccia. Non era forse finalizzato a questo il loro losco legame?

 

Al pari di Era e di Medea, la marchesa scatena la vendetta, e come per le altre due a farne per prima le spese sarà la donna che ha osato, inconsapevolmente, strapparle Valmont. La marchesa così scrive al visconte: “Credo di dovervi avvertire che a Parigi si comincia a parlare di voi. Ieri sera ad una cena molto frequentata, qualcuno disse che eravate trattenuto nel villaggio da un amore romanzesco e infelice. Subito la gioia si è dipinta sul volto di tutti quelli che invidiavano i vostri successi… I vostri rivali non vi rispetteranno più e oseranno combattervi”. Se fino a questo momento il libro si è mantenuto su un tono scanzonato e ironico, ora precipita nel dramma. La sapienza assassina della Merteuil non lascia scampo alla sua vittima designata; Valmont non rinuncia alla vanità e caccia la Tourvel che perisce, distrutta dal dolore e dall’amore. Tutto come da copione, la marchesa trionfa sul frastornato Valmont ma qui accade l’imprevedibile, che scompiglia ogni piano. Zeus è un dio e Giasone un eroe, entrambi in modo differente sono inattaccabili dalle umane passioni e sciagure. Anche Valmont si è creduto a suo modo un essere superiore, inattaccabile dalla sostanza per lui – e non solo – più pericolosa, l’amore, roba da uomini di seconda classe. Come gli dèi è vanitoso, tiene innanzitutto al suo prestigio mondano, al suo primato libertino. E come tutti quelli che fanno i conti, sbaglia. Valmont muore d’amore, trafitto dal ricordo incancellabile degli occhi di quella giovane donna che “nonostante abbia i denti più belli del mondo, ride solamente per ciò che la diverte”, l’unica donna che abbia riscaldato il freddo cuore del visconte. Che prima di esalare l’ultimo respiro a sua volta si vendica della Merteuil, denunciandone al mondo la spietatezza. Se in piccole dosi, leggere e giocose, la gelosia è il sale di una relazione amorosa, quando diventa ossessione che non dà pace l’odio monta senza sosta e non c’è unguento per quanto prezioso che possa lenirne la furia. Ecco allora che come il manto della sfortunata fanciulla promessa a Giasone la disperazione si volge in ira contro tutto e tutti, contro se stessa e contro l’altra. Ormai sono diventate la stessa donna e giacciono sulla stessa pira, e ogni cosa prende fuoco e brucia.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi