Giuditta e le altre

Affascinanti e spietate (per amore d’Israele). Eros ebraico, l’identità di un popolo garantita dalla fertilità delle donne
Giuditta e le altre

Nel mondo greco-romano la sessualità era un dono divino da assaporare in tutte le sue forme. L’eros pervade gli affreschi pompeiani, in cui i corpi si intrecciano senza sosta, per la gioia dei sensi; magnifici per sposare la nitidezza del tratto con l’intensità del colore, il tutto al servizio di un’arte erotica tanto compiuta quanto composta, che non lascia niente all’immaginazione ma introduce qualcosa di altrettanto fertile, il mistero di un’inesauribile rappresentazione. Nessun celeste interdetto: nella ricerca del piacere gli uomini eguagliano gli dèi, la nudità è d’obbligo, Eros sta in agguato, le sue frecce colpiscono beffarde. Una libertà che si degradò in sfrenatezza, lussuriosa anticamera dell’angoscia: la fine di Roma, della sua civiltà e del suo impero, sono testimoniate nelle cupe pagine del “De Civitate Dei” di sant’Agostino, quando passa interi capitoli a interrogarsi se le dame romane stuprate dai barbari ne godessero o no.

 

Tutt’altra storia Israele, l’amore tra gli uomini si fonde nell’amore del popolo eletto con il proprio Dio. E se Jahvè non tollera altri dèi e proibisce con forza la poligamia, la nudità, l’omosessualità e ogni tipo d’idolatria, allegoria di questi intrecci e connubi il Cantico dei cantici è d’inebriante sensualità, un eros assai intenso e lontano dalle orge bacchiche o dai lupanari della Suburra. “Eri ancora nuda e scoperta quando passai vicino a te e vidi che il tuo tempo per l’amore era arrivato, così stesi la mia veste sopra di te e coprii la tua nudità, e conclusi un patto con te facendo giuramento e tu diventasti mia”. Il Dio biblico pronuncia parole di fuoco, avvolge la sua sposa Israele e la convoglia a nozze simboliche, sigillando un’unione indissolubile. Israele cede e si concede, si arrende a una forza più grande che teme e ammira e da cui è irrimediabilmente attratta. L’eros forma “l’autocoscienza d’Israele” nel suo rapporto con Dio e nella sua identità nazionale, garantita dalla fertilità delle donne. L’esclusività del patto biblico vieta il matrimonio misto, lo sposalizio con lo straniero è adulterio, un delitto contro Dio: porta all’idolatria, allenta il sacro vincolo, semina discordia all’interno della comunità. Solo in alcuni casi si chiude un occhio: il giudice Sansone, il “piccolo sole”, l’eroe semi-divino dalla forza portentosa, ha una moglie filistea, frequenta una prostituta anch’essa filistea, e s’innamora di Dalila che non è ebrea. Salomone, il più celebre e sapiente dei re d’Israele, che ebbe quasi mille donne tra mogli e concubine, molte delle quali straniere. Le matriarche Sarah, Rebecca, Rachele, sterili, ricorrono a qualunque mezzo per assicurare la prole a Israele, fino a concedere le concubine ai loro mariti. Jahvè le renderà fertili. L’intreccio erotico tra l’umano e il divino, rigorosamente vietato, avviene in modo traslato. Si può manifestare indulgenza solo se la trasgressione è utile a Israele, allora i matrimoni incontrano una deroga persino poligamica.

 

Le donne ebree che più osarono per la salvezza d’Israele sono Giuditta ed Ester, parimenti eroiche ed efficaci, parimenti vittoriose grazie al loro straripante fascino, anche se assai differente fu il loro modo di procedere. Giuditta si trova sola davanti a un nemico, un uomo brutale con cui ogni tipo di dialogo è impossibile. Da trentaquattro giorni il generale assiro Oloferne assedia la città di Betulia; Giuditta pone un magnifico diadema sulla sua capigliatura nero corvina e per farla risaltare indossa un manto regale che le scende sulle spalle diafane. Si fa ricevere dallo spietato gigante, irresistibile agli occhi di colui che si prepara ad assassinare, seduttrice abilissima, padrona delle arti dell’inganno. Abituato a rudi nemici Oloferne non si avvede dell’astuzia omicida della donna, che con un colpo solo lo decapita. Nessun orrore e raccapriccio per la mutilazione inflitta, Giuditta adempie al suo dovere, uccide per salvare l’integrità d’Israele, un sentimento incondizionato la lega a Dio. Il duplice atto di seduzione e di violenza ne rivela la fatalità; origina dal latino fatum, “ciò che è stato detto, l’inesorabile e il nefasto”, ma anche dal greco phanai, “apparizione divina”. In Giuditta si annuncia la giustizia divina, una forza letale che le regala un perfetto dominio di sé. È la donna senz’ombra, la figlia del deserto; la sua solitudine è assoluta, la sua decisione imperscrutabile, anche se precisa. Non conosciamo il suo pensiero più profondo, è una donna segreta, non fa partecipi gli altri dei suoi sentimenti, il suo mistero è chiuso in lei, nella sua testa custodita dai neri capelli corvini. L’inganno, la lama, il taglio, la testa sanguinante di un uomo, come si mostreranno nelle sue notti a venire? Alcuni pittori se lo sono chiesti, Caravaggio più di tutti.

 

Differentemente da Giuditta, Ester non uccide. Ester chiede comprensione. Il re Assuero cerca moglie e da ogni parte affluiscono le donne più belle, ma è lei a fare breccia nel suo cuore. Orfana, era cresciuta nascosta da uno zio abile diplomatico che aveva riposto nella fanciulla tutte le speranze di salvare il popolo da una dura sottomissione. Ester aveva mostrato sin da subito di possedere le virtù necessarie. Quando Assuero la vede, ne rimane colpito; lei non si rivela totalmente al re, non gli dice di appartenere a quel popolo abbandonato dal suo Dio che sembra non amarlo più; o forse è il popolo che si è disinnamorato del Dio, attirandosi così la sua ira. Per rivelarsi aspetta un’occasione, che non tarda a venire. Aman, il feroce ministro, soffia veleno nelle orecchie di Assuero: “Fino a quando soffrirete che questo popolo respiri e infetti il vostro impero d’un culto profano? Stranieri in Persia, ostili alle nostre leggi, sembrano divisi dal resto degli uomini; non aspirano che a turbare la pace in cui siamo, e, destati in ogni luogo, detestano tutti. Preveniteli, punite i loro sforzi insolenti: accrescete i vostri tesori delle loro spoglie”. Parole che torneranno nei secoli. Aman tesse la sua trama, innalza i capestri, affila le lame, ma non conosce l’ingegnosa fede di Ester. Si era velata, lasciando solo intravedere la sua preziosa bellezza e dando così modo al re di raffinare lo sguardo; infine gli si rivela in tutta la sua nudità: quando il suo popolo in pericolo di vita si appella a lei, non esita a offrire al re la visione di una femminilità al culmine del patimento e della solitudine. E’ a quel punto che Assuero si accorge di ciò che aveva sempre intuito, abbandonando ogni dubbio: Ester è regale a prescindere dalla corona che lui le ha posto sul capo, ed è questa intrinseca regalità ad averlo attratto sin dall’inizio. Quando Ester racconta di essere ebrea e che il suo popolo sta per essere sterminato da Aman, il re non esita un attimo a ribaltare la situazione: condanna a morte il suo ministro e salva quegli ebrei che già si accingeva a sterminare. Questa antica e sempre viva peripezia insegna che Israele per vivere, per allontanare l’incubo dello sterminio, ora come allora necessita di protezione; le occorre intrattenere rapporti con il potere, con fedeli e intelligenti alleati che superino il pregiudizio contro di lei e si aprano all’umanità. Concedendosi a un re attratto dalla sua generosità, Ester rinnova la fedeltà al suo Dio, che non ha dimenticato per un solo istante. Ester e Assuero, intanto, hanno riconosciuto le qualità una dell’altro, mostrando un senso di giustizia reciproco. Il potere occulto dell’eros unifica mondi assolutamente diversi e a volte contrastanti, mantenendoli nell’equilibrio di una misteriosa attrazione.

 

Tuttavia l’equilibrio può all’improvviso spezzarsi e il caos irrompere tirannico. Vecchia storia, vecchissima: secondo un’antica interpretazione, di sesso idolatra fu il peccato originale. Il serpente che indusse Eva a dare il morso fatale alla mela faceva parte del culto Cananeo della fertilità, un rituale orgiastico con cui s’invogliavano le divinità all’amplesso, per fecondare la terra e i suoi adulatori. Eva morde la mela per prima, per prima desidera, dotate di una forte carica erotica le donne conciliano legge e desiderio, risvegliano l’attrazione sessuale del maschio ebreo inducendolo all’unione, fungono da tramite tra la dimensione terrena e quella sovrasensibile, ma possono tramutarsi in qualcosa di assai pericoloso: compiaciute del loro potere, possono assorbire tutta la forza vitale dell’uomo così da renderlo passivo e corromperlo in una lussuria che nulla distingue e tutto divora. Se le prove di fedeltà tra il popolo ebraico e la Legge divina sono tante e splendenti, anche le cadute risultano travolgenti. L’esclusivismo genera tensione, è l’elemento inquieto della storia d’Israele. L’interdetto non impedisce agli israeliti di subire il fascino erotico del gentile, anzi lo alimenta, ed è Jahvè in persona a punire le sovversioni scatenando tempeste di fuoco, imponendo umiliazioni e schiavitù. Israele ascolta e non ascolta la voce di Dio, oscilla, e la stessa questione dei matrimoni misti è affrontata, allora come oggi, in modo controverso e ambivalente. Nel VI secolo a. C., durante l’esilio babilonese, il profeta Ezechiele scagliò i suoi anatemi contro Israele accusandola di prostituirsi “con i suoi vicini, i ben dotati egiziani”, predicendo per i colpevoli la distruzione per mano del furore divino. La follia mistica e messianica fu duramente punita. Un esempio per tutti: la rivolta zelota del Primo secolo d. C. Scesi in campo per instaurare il potere assoluto del loro unico Dio, gli zeloti si scontrarono niente di meno che con la padrona del mondo, Roma. La scellerata lotta si concluse con la distruzione del Tempio di Gerusalemme da parte di Tito. E qui, sempre grazie a Eros arciere beffardo, s’innesta una parziale vittoria degli sconfitti: l’audace conquistatore si prostrò ai piedi della principessa ebrea Berenice. La desiderava giorno e notte, al punto di chiederle di accompagnarlo a Roma. Berenice possedeva lo charme e il magnetismo della donna orientale, Tito era famoso per la sua ingordigia sessuale e l’ebrea sembrava proprio che fosse giusta per lui. Ma un’eccessiva sicurezza la perse. Aveva modi incantevoli ma altezzosi, e una volta a Roma tentò subito di acquisire potere, costituendo una sua corte personale, come fosse già la moglie di Tito. Il suo comportamento suscitò diffidenza nei romani, si materializzò il fantasma di Cleopatra “l’egiziana”, che per mettere le mani su Roma abbindolò Giulio Cesare e Marco Antonio. I senatori decisero di non fare alcuna eccezione alla regola: Roma non ammetteva che il sangue straniero potesse unirsi a quello dell’imperatore. Nei versi di Racine, Berenice si dispera: “Che avete fatto? Mi credevo amata. La mia anima abituata al piacere di vedervi, non vive più che per voi… quando il vostro felice amore può tutto quel che desidera, quando Roma tace, quando vostro padre muore, quando tutto l’universo s’inchina ai vostri ginocchi, insomma quando non ho altri da temere che voi”.

 

Centinaia di migliaia di ebrei uccisi dall’imperatore Adriano non placarono gli ebrei; sempre pronti alla lotta, mai domi, costi quel che costi. Sempre pronti a ricominciare. “Cinquanta secoli di nevrastenia”, ha detto Péguy. Cioran ne è entusiasta e nella “Tentazione di esistere” lo testimonia in pagine memorabili: “Hanno introdotto una cadenza accelerata, un ansimare sostenuto, un respiro superbo, come anche un veleno profetico, la cui virulenza non ha smesso di sconcertarci. Chi può, davanti a loro, rimanere neutrale? Non li si avvicina mai inutilmente… Incurabili che intimoriscono la morte, hanno scoperto il segreto di un’altra salute, di una salute pericolosa, di un male salutare, vi ossessionano e vi tormentano, vi obbligano a elevarvi al livello della loro coscienza, delle loro veglie”. Anche quando l’eccesso straripa, proprio allora. Nella seconda metà del Seicento si determinò in Polonia un movimento messianico di vaste proporzioni che investì le comunità ebraiche della zona, rafforzato da alcuni celebri cabalisti che fondavano i loro calcoli numerici della fine dei tempi su testi esoterici biblici. Perseguitati dai cosacchi, tormentati dai nobili, si affidarono a un messia, Shabbatai Zvi, che braccato dal sultano prontamente si fece musulmano, lasciando i suoi seguaci in balìa di una potente voglia di distruzione e di lussuria. A scatenare tutto questo, al centro dell’infernale ciclone, una donna, naturalmente. Lo racconta Isaac Singer in “Satana a Goray”. Goray è una piccola cittadina, un ghetto ebraico orientale, Rachele è molto bella, ma un tremito costante la scuote tutta, giorno e notte le visioni la assediano. Avverte dentro di sé una voce misteriosa che a volte le sembra divina altre volte diabolica, sempre comunque la tiene in uno stato di esaltazione. Attorno a lei il villaggio è in subbuglio: per accelerare la fine dei tempi tutti gli abitanti decidono d’infrangere i comandamenti divini. “I giovani che si istruivano insieme nella casa di studio commettevano ogni sorta di nefandezze. Si arrampicavano in pieno giorno nella galleria delle donne, si davano alla pederastia e alla sodomia gli uni con gli altri. Ogni sera si recavano al bagno rituale e, attraverso un foro praticato nella parete, osservavano le donne purificarsi. Altri giovani studiosi arrivavano al punto di spiare le donne mentre soddisfacevano i loro bisogni naturali…”.

 

Improvvisa com’era arrivata, la frenesia finì. “I vecchi si spidocchiavano in pubblico, e russavano senza ritegno sui tavoli, sulle panche della casa dello studio. I ragazzi giuocavano a capre e a lupi e non aprivano mai un libro perché nessuno si curava più di quel che facevano, non si peccava nemmeno più; lo stesso Spirito Maligno sembrava essersi addormentato; ogni uomo se ne stava per conto suo”. Post coitum omne animal triste est, secondo l’antico detto, ma per poco, per pochissimo, forse per nulla, è solo una finzione, il fuoco cova sotto le ceneri, arde la lampada nel profondo dell’anima, i nemici lo sanno, l’insonnia ebraica disturba il loro quieto vivere, lo turba la loro instancabile danza, così spettrale e al contempo così viva… ove il demoniaco funge da ricamato tappeto per il divino.

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