Il corpo delle donne

Tutte le violenze che accompagnano la misoginia. Quali angosce nascoste spingono il maschio ad avere paura dell’altro sesso
Il corpo delle donne
Io non ce l’ho con le donne, ma se avete un minuto di tempo vi dico che sono inopportune, prepotenti, incoscienti, maligne, invidiose, esose. Sì, dico esose che vi amareggiano quei quattro giorni che vi restano da campare. Son fatte così: se non vi complicano la vita non sono contente”. Totò – è lui che parla così nel film “Totò e le donne” –  è misogino o ne indossa solo la maschera? Finzione o realtà? Le donne è bene che stiano in silenzio, che non diano voce della loro presenza, che non esprimano la loro personalità? Sono “malefemmene”? Per ricordare una sua celebre canzone nata, pare, dall’amore rifiutatogli da Silvana Pampanini. In verità Totò amò selvaggiamente le donne, in un modo che possiamo definire “misoginia amorosa”, ove l’odio alimenta l’amore e viceversa, sicché ne scaturisce una relazione conflittuale, forse troppo, al punto che a volte sconfina nella distruzione. La reciproca folle gelosia che colorì la storia di Totò con la bellissima Liliana Castagnola volse alfine in tragedia con il suicidio della soubrette: giochi pericolosi, spesso sul filo del rasoio. Eppure, nonostante tutte le peripezie del suo cursus di grande amante, che Totò davvero amasse le donne, e le donne con fervore ricambiassero, è rivelato dal modo con cui le conquistava. Dal palcoscenico del varietà individuava la sua preferita, e la sua straripante comicità era tutta a lei dedicata, con ottimi esiti. Insomma, Totò faceva ridere le donne, recitava per loro, il che è molto, moltissimo, dava quel nutrimento che più le donne desiderano e che meno trovano, imbattendosi per lo più in uomini tetri e protervi, magari prodighi in tante cose ma avari di sé, come se aprirsi a una donna, esporsi ai suoi occhi, potesse diventare un pericolo mortale, un consegnarsi alla supremazia femminile.
Era il terrore che Otto Weininger riversò nel delirante infuocato pamphlet “Sesso e carattere”, libro che incendiò la gioventù dell’epoca. Scrisse: “La donna è la materia che assume passivamente ogni forma… La donna è l’espressione del peccato dell’uomo, rappresenta quella parte materiale dell’uomo di cui l’uomo se vuole salvare la sua unità deve evitare”. Così tuonava Weininger, salvo poi rivolgere contro se stesso le sue dichiarazioni, sparandosi un colpo di pistola all’età di 23 anni. Freud si rifiutò di pubblicare il suo libro, Hitler disse che era l’unico ebreo decente, un vero peccato che si fosse suicidato. Si può essere uomini nel fisico e non esserlo nell’animo. Un uomo, povero di virilità interiore, svilupperà un senso d’inferiorità nei riguardi della donna che compenserà ostentando disprezzo, freddezza e comportamenti brutali nei suoi confronti. Dinanzi alla forza di una donna, e ognuna a suo modo ne è dotata – non a caso la carta dei tarocchi, la forza, è rappresentata da una donna che senza fatica tiene aperte le fauci di un leone infuriato – l’uomo si sentirà irrevocabilmente, perduto, subordinato. Per reazione al disagio esibirà un senso di superiorità che maschera  la sua angoscia: se le donne da un lato sono poca cosa per lui, servono a questo o a quello, se ne può fare addirittura a meno, in casi estremi persino ucciderle, dall’altro sono demoni dotati di poteri magici terrifici, in grado di disporre della vita altrui, le antiche dee dotate di un potere distruttore e generatore. Lilith, la prima moglie di Adamo, nata da quella creatura duplice da cui Dio ricavò l’uomo e la donna, presa da una magica ebbrezza di libertà si ribellò al marito quando lui tentò di sottometterla e lo lasciò. Adamo pianse, si disperò, Dio impietosito creò per lui la più docile Eva, ma di notte Lilith tornava nei suoi sogni per abbagliarlo sotto forma di demone bellissimo.
 La quasi totalità delle volte però non c’è l’applauso alla donna vittoriosa sulla maschile tracotanza, ma il dolore per una ragazza uccisa dal fidanzato a colpi di coltello. “Lo sapevo che sarebbe finita così”, dice ora un parente, ed è impossibile negargli la nostra solidarietà. Anche se risulta difficile trattenere un moto di rabbia: ma come, lo sapeva e non è intervenuto? Si doveva fare di più, non solo lui, ma anche la ragazza, non assecondare il fato, ma contrapporglisi, mutarlo, quel funesto fato che presiede il lavoro delle Moire che la vita bruscamente interrompono. Feroce è la spinta al delitto che l’aggressore sente crescere dentro di sé quando la donna si sottrae alla sua presa. La donna sa di essere finita in una trappola mortale, sa che lui non desisterà; si sente sola, terribilmente sola. Ma non riesce a vincere l’innata riluttanza ad agire, in modo estremo, contro qualcuno con cui un tempo si è avuta una relazione. E si rassegna. Vi sono donne che scelgono il loro uomo fatale o non si sottraggono al suo corteggiamento, qualcosa di forte fin da subito le attrae, donne che sentono la natura criminale dell’uomo e la solleticano, la stuzzicano fino a rifiutarla a un certo momento spaventate, un momento che risulta spesso tardivo: l’uomo si sente irrimediabilmente offeso e crede di riparare la sua immagine aggredendo la donna, o peggio ancora.
A volte il delitto esige un grande teatro, un pubblico vasto quanto facinoroso, uno scenario di macerie incandescenti, quale era Alessandria d’Egitto all’inizio del V secolo. Ed esige due protagonisti: la nobile filosofa Ipazia e il feroce astuto vescovo Cirillo. Un giorno che la filosofa stava rientrando da una delle sue passeggiate fu assalita, su ordine di Cirillo, da un gruppo di monaci scellerati; la spogliarono, la colpirono con cocci aguzzi, la fecero a pezzi e  diedero i suoi resti alle fiamme. Finalmente la pagana teurga, la strega degenerata che dedicava tutto il suo tempo ad attirare nella sua orbita abissale gli uomini di Alessandria, per renderli dementi e pazzi d’amore e infine dissolverli, era stata distrutta, alla stessa stregua di altri idoli. E la filosofia di Ipazia? Tutta farina del demonio per l’alacre Cirillo, fantasma di eresiarca intoccabile, raffigurato con il volto allungato, la barba nera e irsuta e il copricapo appuntito pieno di croci; custode di un’ortodossia di cui, peraltro, non riesce nemmeno a cogliere bene i termini: ogni ortodossia si rivela sempre estremamente sfuggente e assai storta. E’ per conferirle dirittura che si bastona a destra e a manca. Cirillo non sentì la forza di Ipazia, non venne in contatto con la sua sapienza, non entrò in rapporto con lei, preferì bagnare le sue mani nel suo sangue. Ma un uomo che non sia fecondato da una donna che sia avanti a lui, che resti nel suo buio, anche in presenza di una luce così accecante, in qualche modo, prima o poi, la uccide.
Nei secoli, tuttavia, ci sono stati anche misogini meno brutali, misogini galantuomini, dai modi amorevoli. Nel 1922 fu ghigliottinato Henri Désiré Landru, condannato per avere strangolato una decina di donne e bruciato il loro cadavere. Anni dopo Chaplin ne trasse un celebre film, “Monsieur Verdoux”, in cui la figura di Landru assumeva una luce molto strana, più inquietante. Le donne si ribellarono, sembrava che il genio del cinema avesse riversato in quel suo personaggio tutta la misoginia che certi ambienti gli attribuivano, per via, in particolare, della sua attenzione alle ragazzine che ben presto abbandonava al loro destino, non senza incorrere in disavventure giudiziarie. Tra l’altro Monsieur Verdoux, che al processo si permetterà di tenere un fervido discorsetto sovversivo contro i suoi accusatori, si considerava un assassino dilettante, di contro ai massacri in massa perpetrati dai generali. Monsieur Verdoux si considerava il figlio ribelle della catastrofica Prima guerra mondiale e della voracità capitalista, immune da una vera colpa. Strangolava sì le sue donne ma prima, con riti più o meno abborracciati, aveva il buon gusto di chiederle in moglie o almeno di fidanzarsi, davanti a una raffinatissima cena. Non basta, il caro uomo aveva un cruccio: non tollerava l’idea di essere considerato dalle sue amate un mostro, uno che con ferocia tira loro il collo. Non voleva che esse morissero con quest’ultima immagine di lui negli occhi e nel cuore, non voleva che morissero infelici. Era per una dolce morte paradisiaca. Faceva in modo di ucciderle nel sonno o improvvisamente, quando scherzavano serene, mentre lanciava loro un bacio, mentre strizzava l’occhio o donava loro un fiore. Che uomo meraviglioso, in fondo; questo Verdoux voleva che fosse pensato e detto, non solo dalle vittime ma anche dalle signore presenti nell’aula del tribunale, signore magari disgustate dal ménage borghese, con quei noiosi mariti avvocati e affaristi. Erano baci e petali di rosa le parole che Verdoux lanciava al suo pubblico, prima di sparire per sempre, ma non dai loro cuori. E’ un caso clamoroso di un serial killer ossessionato dalla propria immagine. Uccidere sì, le donne, come no, cosa di meglio, ma se le si uccide per togliersele di torno, dopo averle derubate, guai a farle soffrire, o spaventarle o farle arrabbiare, non lo meritano. Quello di Verdoux è quindi un delitto perfetto, cremava le sue vittime nel camino non solo per non lasciare prove concrete, ma nemmeno nell’inconscio, pretendeva di spazzolare via ogni rimorso, di modo che di quel denaro raccattato potesse trarre buon partito e piacere. Il Verdoux di Chaplin, che mirabilmente lo interpreta, ci dice che c’è l’assassino che accoltella la donna e non pensa alle conseguenze del suo gesto, e c’è chi cerca di salvarsi la reputazione mentendo; ma il criminale più sottile, quello impunibile dalle leggi, il misogino perfetto, è colui che le donne le  adula, le chiama sante e regine, ma in realtà non nutre per loro alcuna vera passione, è solo un modo per tenere in esercizio la propria compulsione. Insomma, stiamo parlando dei misogini più subdoli, quelli che si credono, si fingono, si propongono, come uomini che amano le donne.
Attenzione, però, la misoginia non è riservata ai soli uomini. “Le confessioni di un’anima amareggiata” della pluriomicida Leonarda Cianciulli, di ben seicento pagine, ci raccontano come una spietata assassina possa chiedere comprensione al mondo. Sempre che, come è stato più volte sospettato, quel librone non sia opera di avvocati e scrivani compiacenti, anche perché, la Cianciulli, aveva fatto la terza elementare. Chi era la Cianciulli, chi tuttora è per la psichiatria criminale? Essenzialmente una donna che odia le donne, tanto per rompere la monotonia che vuole l’uomo come bruto contraltare della femminile grazia. La storia della sua vita è peraltro assai contorta, di sicuro fu la terza di tre figli nati nella selvaggia Irpinia di quei tempi, da un allevatore di bestiame, malaticcia da bambina soffriva di epilessia, il resto è leggenda o arbitrio, compresi i tentativi giovanili di suicidio, che in realtà si svolsero quando lei già stava in carcere, a Reggio Emilia. Sposò un impiegato, sottraendosi al desiderio della madre, che per questo la maledì, provocandole uno choc. Maledizione che la madre rinnoverà in punto di morte, segnando la figlia per sempre. L’odio verso la madre si proietterà nella scelta delle vittime di Leonarda. Intanto, a Correggio, ruba e truffa, oltre che concedersi a questo e a quello.  Viene arrestata, tredici gravidanze si risolvono in tre aborti e dieci neonati morti in culla. Una strega le propizia tre figli, che Leonarda difenderà con le unghie e coi denti. Quando il maggiore, il prediletto, viene chiamato alle armi, la madre, sconvolta, decide di garantire la sua vita con sacrifici umani. Non tollerava la perdita di un altro figlio.
 A Correggio è una fascista stimata anche come chiromante. Siamo in tempo di guerra, tre donne scompaiono dopo essere state depredate dei loro beni. Viene sospettato il parroco, si parla di una associazione a delinquere, impossibile che una fragile donna possa avere fatto ciò. Invece sì, come viene scoperto e come lei confessa: delle povere donne faceva saponette e del sangue, mischiato a latte, cioccolata. Leonarda era afflitta da manie di grandezza e si credeva, addirittura, lei storta e malaticcia, la dea Teti, la più bella tra le ninfe, destinata a generare un semi dio. Leonarda diede da mangiare la cioccolata umana ai figli, affinché divenissero immortali. Uccideva a colpi d’ascia, poi sezionava e gettava nella soda.  La terza vittima fu la più illustre, Virginia Cacioppo, un soprano di qualche fama. “Finì nel pentolone, come le altre due: quando fu disciolta vi aggiunsi un flacone di colonia e, dopo una lunga bollitura, ne vennero fuori delle saponette cremose. Le diedi in omaggio a vicine e conoscenti. Anche i dolci furono migliori: quella donna era veramente dolce”.
Avidità di denaro o tributo di sangue? Al processo gli avvocati e i pm duellano a lungo. Alla fine le concedono una seminfermità, riducono la pena. Entra in manicomio criminale e là muore nel 1970. Nessuno ne reclamò il corpo. Una suora disse che cucinava dolci buonissimi, che però nessun detenuto chiese di assaggiare. Per la Cianciulli furono scomodate tutte le figure della psicopatologia: paranoia, schizofrenia, sdoppiamento, perversione… tutte insieme all’ennesima potenza. Alla fine si optò per una psicosi isterica, per via del suo maniacale attaccamento al figlio.
Leonarda era una seduttrice; prima si applicò con gli uomini poi con le sue vittime femminili, sfoggiando qualità di maga e imbonitrice. In questo ricopiava Landru, anche lui un accanito fascinatore. Ma c’è un’altra questione, assai più importante, che li imparenta nel crimine. Landru veniva dal disastro della Prima guerra mondiale, Cianciulli dal macello della Seconda. Nel film di Chaplin Landru-Verdoux si scaglia contro il capitalismo guerrafondaio, causa di ben più morti di quelli da lui procurati, la Cianciulli non si scaglia contro nessuno ma certo l’essere vissuta in un regime fascista alleato coi nazisti non deve avere alleviato la sua demenza, che difatti si esplicò nei momenti più foschi della guerra quando il crimine era ampiamente giustificato. Avere inoltre perso tredici figli, troppi anche di quei tempi in cui la mortalità infantile era a livelli africani, fu terrificante; nessuno la sostenne nel suo desiderio di diventare madre. Cianciulli odiava le donne che aveva ucciso? Certo al punto da poterne fare, all’occorrenza, qualsiasi cosa, tuttavia si trattò di un odio del tutto speciale, un disprezzo particolare. Anche la Cianciulli voleva i loro soldi, al pari di Landru, ma quel che più spicca nel suo operare è l’uso che fa del cadavere. Landru si accontentava di bruciarlo, lei ne fa qualcosa di “utile”, lo ricicla, un’estrema beffa. Ne fa un ottimo pasto, di una donna niente va buttato. Se Verdoux voleva che le donne morissero innamorate di lui, felici, Cianciulli fa in modo che niente di loro sia sprecato, secondo gli spietati canoni dell’economia bellica e della borsa nera. Odiava la madre, odiava le donne, ma pur nella pazzia più esasperata riconosceva loro un potere salvifico.

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