Cosa c’è di inquietante nell’ipotesi di depistaggio sul caso Renzi

Alcuni corpi dello stato hanno perseguito effettivamente un piano eversivo nei confronti dell’allora premier? Parla Palamara (Csm) 

Cosa c’è di inquietante nell’ipotesi di depistaggio sul caso Renzi

Foto LaPresse

Roma. Attentato alla democrazia per mano giudiziaria. La “bomba” sotto il Palazzo, per gli aficionados della metafora. L’intrigo Consip s’infittisce. Il verminaio di infedeltà e manipolazioni, già emerso nelle plurime indagini per depistaggio, falso e segreto violato a carico di carabinieri, magistrati e giornalisti, trova un nuovo testimone eccellente. “Dottoressa, lei, se vuole, ha una bomba in mano. Lei può far esplodere la bomba. Scoppierà un casino. Arriviamo a Renzi”, così in più di un incontro tra Modena e Roma l’ex capitano del Noe Scafarto e il colonnello Ultimo si sarebbero rivolti alla procuratrice di Modena Lucia Musti. E’ lei a raccontarlo nel corso dell’audizione a Palazzo de’ Marescialli, sede del Csm. Accuse gravissime che, insieme alle chat telefoniche degli uomini in divisa (“Dobbiamo arrestare Tiziano”, sic), sollevano una gigantesca questione democratica (il presidente del Pd Orfini parla di “watergate”), meritevole forse di un’attenzione maggiore della baruffa sui vitalizi.

  

Alcuni corpi dello stato hanno perseguito effettivamente un piano eversivo nei confronti dell’allora premier? “Spregiudicati”, come “presi da un delirio di onnipotenza”, così paiono a Musti i due ufficiali che la sollecitano a orientare l’inchiesta modenese in modo da acciuffare Matteo Renzi. O almeno suo padre. A tale scopo riportano a lei non soltanto il contenuto delle captazioni telefoniche relative al fascicolo Cpl-Concordia ma, stando a quanto racconta il magistrato, la informerebbero pure delle risultanze investigative in un diverso procedimento, quello Consip, avviato a Napoli dai pm Henry J. Woodcock e Celeste Carrano. Trattandosi di indagini separate e procure distinte, gli ufficiali non dovrebbero rivelare informazioni secretate a un magistrato privo di competenza sul caso di specie. Se tali accuse fossero comprovate, si configurerebbe un’ipotesi, l’ennesima, di rivelazione del segreto istruttorio. In una vicenda che continua a generare più reati di quelli che intendeva perseguire. Intanto Scafarto, fresco di promozione al grado di maggiore, non si presenta al colloquio con i pm capitolini (“è indisposto”), e fa sapere che al prossimo appuntamento si avvarrà della facoltà di non rispondere. Scelta legittima che desta però inquietudine se il soggetto è un carabiniere che si rifiuta di chiarire dettagli rilevanti circa le modalità di conduzione delle indagini. Capitano Ultimo invece afferma di non aver mai agito per fini politici, e al Corriere che gli domanda della routine attuale, adesso che è stato “restituito” dall’Aise all’Arma, risponde: “Combatto per i poveri, insieme ai poveri, cercando di diventare povero”.

 

Lo scorso 17 luglio la procuratrice Musti viene ascoltata nell’ambito dell’indagine avviata dalla prima commissione del Csm (competente sui trasferimenti d’ufficio per incompatibilità ambientale). I relatori sono il romanissimo Luca Palamara, di Unicost, e Aldo Morgigni, di Autonomia e indipendenza (tendenza Davigo). L’organo di autogoverno della magistratura vuole vederci chiaro: come mai nel luglio 2015 la telefonata tra Renzi e il generale della Guardia di Finanza Michele Adinolfi viene spiattellata sulle colonne del Fatto quotidiano? Chi è la gola profonda che propala urbi et orbi i giudizi poco lusinghieri di Renzi su Enrico Letta? Palamara è parco di esternazioni, chi lo conosce bene sa che non intende mollare la presa. Sebbene il grande “imputato”, Woodcock, che rischia il trasferimento d’ufficio, sia suo compagno di corrente. “In questi casi”, fa sapere Palamara, “l’appartenenza non è un vincolo. Mi sono sempre battuto per un magistrato indipendente che rispetta la legge, tanto più nel rapporto con la polizia giudiziaria”. E che le affiliazioni correntizie non contino lo dimostra la circostanza inusuale che a difendere Woodcock nel procedimento in questione siano i consiglieri in quota Md.

 

Per lunedì sono fissate le audizioni dei procuratori aggiunti Alfonso D’Avino e Giuseppe Borrelli, il procedimento potrebbe concludersi entro un paio di mesi. Eppure in questa tenace ricerca della verità si intravedono le tracce di un quasi ravvedimento, forse un’autentica presa di coscienza all’interno della corporazione togata. “Qua si è tentato di fare fuori un partito. E’ un attentato alla Costituzione, deve intervenire Napolitano”, parlava così sul finire del gennaio 2008 il Mastella neo-dimissionario a proposito dell’inchiesta che di lì a pochi giorni avrebbe spazzato via un governo democraticamente designato. Salvo poi farci sapere, a distanza di nove anni, che il “sistema Udeur” era una fantasia inquisitoria e l’ex ministro non doveva dimettersi. Mastella chiedeva, inascoltato, una commissione parlamentare d’inchiesta (“se la fanno, noi dell’Udeur siamo disponibili a non farne parte”). Mastella invocava, invano, un intervento del capo dello stato, garante della Costituzione e presidente del Csm. Nel suo caso la gogna mediatica fu preventiva e senz’appello. Invece, in tempi più recenti, dopo le prime rivelazioni sugli ufficiali del Noe indagati a Roma il vicepresidente del Csm Giovanni Legnini non si è trincerato nel silenzio: “La sola ipotesi che possa esserci stato un falso o un depistaggio è di per sé inquietante”. Il consigliere Palamara ricorda bene i giorni di fibrillazione mediatico-giudiziaria che suonarono le campane a morto per l’esecutivo Prodi. Da giovane segretario generale dell’Anm Palamara polemizzava con il ministro della Giustizia per le “modalità di aggressione alla magistratura che alterano gli equilibri tra i poteri dello stato”, nel contempo evidenziava l’“enorme gravità della diffusione pubblica della notizia del provvedimento di arresto (di lady Mastella, nda) con ore di anticipo rispetto alla sua esecuzione, con danno per l’efficacia della misura non meno che per la riservatezza delle persone coinvolte”. La battaglia contro certe storture inquisitorie non parte da oggi. “Fu proprio la conferenza stampa del procuratore di Santa Maria Capua Vetere”, ricorda Palamara, “che ci convinse della necessità di porre con forza il tema della nomina dei capi per merito e non per anzianità. Gli attuali approfondimenti sui casi Cpl e Consip sono soltanto la naturale prosecuzione di un impegno mai interrotto’. Speriamo con esiti migliori.

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  • tamaramerisi@gmail.com

    tamaramerisi

    16 Settembre 2017 - 16:04

    Nei tempi antichi i traditori del Re subivano una giustizia violenta. Da quando Sovrano è il Popolo, la carcerazione. Ma in Italia, da quando il Quirinale si è rifatto in Reggia, e Regía, il Popolo è stato tradito, e il suo Governo messo in libertà condizionata. I giusti assassinati, e ai traditori del Sovrano carriera, fama, e soldi. Al Popolo invece tante frottole, molte tasse, e paura. Altro che Watergate.

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