Riina è capace di intendere e di volere, dicono i giudici

Si torna a parlare delle condizioni di salute del capomafia. La decisione di oggi si riferisce al processo per le minacce rivolte dal boss mafioso al direttore del carcere di Opera

Riina è capace di intendere e di volere, dicono i giudici

Totò Riina (foto LaPresse)

Totò Riina è "vigile" e "collaborante", "è in grado di comprendere", è "pienamente capace di intendere e di volere e quindi è capace di stare in giudizio". Per i giudici del Tribunale di Milano, il boss mafioso può affrontare il processo a suo carico per le minacce rivolte nel 2003 al direttore del carcere di Opera, Giacinto Siciliano, dove Riina era detenuto. Il processo fa riferimento alla famosa intercettazione della conversazione raccolta in prigione in cui il capomafia, con un altro detenuto di nome Alberto Lorenzo, si sfogava e rivolgeva accuse a tutti, dai magistrati al ministro Alfano. E appunto, anche a Siciliano.

 

Ora i giudici hanno respinto la richiesta di ulteriori accertamenti da parte della difesa di Riina, secondo cui le condizioni di salute dell'imputato non gli permettevano di intendere e di volere.

 

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D'altra parte, la difesa del boss aveva presentato una relazione medica in cui si affermava il contrario. Rina è "a rischio di morte improvvisa", è la conclusione cui è giunto il dottore Michele Riva, che ha in cura il boss ricoverato nell'ospedale di Parma dal gennaio 2016. Nella relazione che ricostruisce il quadro clinico di Riina negli ultimi dodici mesi, il dottore Riva scrive che la cardiopatia di cui soffre l'imputato "espone costantemente il paziente a rischio di morte improvvisa", oltre a condizionarne ogni attività. Sulla base anche di questa documentazione, il difensore di Riina, l'avvocato  Mirko Perlino, aveva chiesto ai giudici di acquisire le cartelle cliniche del ''capo dei capi'' per valutare se vada sottoposto a  una perizia che chiarisca la sua capacità di stare in giudizio. Totò Riina, ha detto il legale, "non capisce ciò che gli viene detto" e dalla relazione emerge che "l'imputato non può esprimersi, è completamente  dipendente in tutti i suoi atti quotidiani, a eccezione del mangiare cibo frullato. Non è in grado nemmeno di prendere una cornetta in mano per parlare col suo difensore perché gliela deve tenere in mano un agente della polizia penitenziaria". I giudici di Milano hanno però deciso che la relazione proveniente dall'Azienda ospedaliero-sanitaria di Parma è "chiaramente esaustiva e non sono necessari ulteriori acquisizioni né accertamenti". La relazione, ha spiegato il
collegio presieduto da Raffaele Martorelli, "descrive compiutamente le patologie e gli eventi clinici degli ultimi 12 mesi e tali indicazioni appaiono idonee a formulare un giudizio di piena capacità di intendere e di volere. Si tratta di un soggetto di età avanzata e affetto da patologie gravi, ma qui non è in discussione la sua capacità detentiva. Non ci sono dubbi che può stare in giudizio". 

 

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Secondo il presidente della Commissione antimafia, che ieri ha fatto un sopralluogo all'ospedale di Parma dove è ricoverato il boss, si potrebbe anche ipotizzare un rientro in carcere, dove “le condizioni sarebbero adeguate"

  

La questione delle condizioni di salute di Riina non è nuova e da mesi ha sollevato un dibattito acceso sull'opportunità di mantenere un boss mafioso in condizioni cliniche complicate sotto il regime di carcere duro del 41bis. Lo scorso 22 marzo, la corte di Cassazione aveva deciso che Riina aveva diritto di "morire dignitosamente". l boss 86enne ha trascorso gli ultimi 24 anni in carcere e proprio a marzo il suo avvocato aveva presentato un'istanza al tribunale di sorveglianza di Bologna in cui si chiedeva la sospensione della pena o i domiciliari. I giudici di Bologna si erano rifiutati per la pericolosità del detenuto. Tuttavia la Cassazione aveva rinviato la sentenza al tribunale di sorveglianza per un difetto forma: la sola pericolosità non è una motivazione sufficiente per rifiutare la richiesta della difesa del boss. Per la corte, tutti – anche Riina – hanno "diritto a una morte dignitosa". 

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