Il codice Antimafia “non tutela le libertà fondamentali”

I dubbi di Confindustria sulla riforma, che prevede di estendere le misure di prevenzione come la corruzione e il peculato anche ai reati contro la Pubblica amministrazione

Il codice antimafia “non tutela le libertà fondamentali”

LaPresse / Roberto Monaldo

Esiste un legame molto stretto tra l’economia e l’azione della giustizia. E parlarne apertamente, uscendo dal recinto delle ideologie, non può che far bene al paese. Perché, vogliamo dirlo subito, se non si trova un nuovo e convincente equilibrio tra le ragioni dell’impresa e quelle della giustizia, civile e penale, corriamo il rischio che nel lungo termine l’apparato industriale arrivi alla paralisi. A nessuno sfugge, infatti, che lo sviluppo di ogni paese avanzato è sì intimamente legato alla capacità di innovare e competere dei suoi attori imprenditoriali ma è anche condizionato, in bene o in male, dalla qualità delle istituzioni.

  

Dobbiamo allora porci una domanda: che rapporto c’è in Italia tra la fondamentale esigenza di tutelare i diritti dei cittadini e delle imprese e l’esigenza, della stessa importanza, di non provocare, con decisioni relative a singole controversie, irragionevoli danni collaterali alla competitività e allo sviluppo dell’intero paese?

  

Se partiamo dalla giustizia civile è evidente che nel confronto internazionale l’Italia abbia un gap di efficienza rispetto agli altri principali paesi. La Banca mondiale, ad esempio, ci ricorda che per risolvere una lite commerciale in Italia occorre il doppio del tempo necessario, in media, nei paesi Ocse (1.120 giorni contro 553). Nonostante negli ultimi anni siano state introdotte importanti misure per riorganizzare, specializzare e digitalizzare la macchina giudiziaria, essa appare ancora, nel suo complesso, poco adeguata alle esigenze del sistema produttivo. Ma non mancano criticità anche nel settore penale. Anzi, possiamo dire che in questo campo siano ancor più gravi, com’è emerso dall’ampio dibattito suscitato in questi giorni dalla discutibile scelta di riformare il codice antimafia con la previsione di estendere le misure di prevenzione anche ai reati contro la Pubblica amministrazione, come la corruzione e il peculato.

   

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Una decisione, assunta in un quadro politico molto confuso, che affievolisce di molto le garanzie della difesa spostando la risposta sanzionatoria addirittura prima della fase cautelare e delle indagini, con questo sfidando lo stesso dettato costituzionale come alcuni autorevoli giuristi hanno detto e scritto. Ci troviamo nel campo delle libertà fondamentali, che in una società di diritto dovrebbero essere sempre e comunque tutelate. L’esercizio dell’azione penale, peraltro, si è già arricchito negli anni di strumenti intrusivi che rischiano d’incidere in profondità sulle dinamiche dell’impresa, come accade con la legge 231 sulla responsabilità amministrativa che, nata per prevenire conseguenze legali a tutela della libertà economica, finisce col negare i suoi stessi fini per la sproporzione delle misure di contrasto. Più in generale il problema nasce da un quadro normativo instabile e poco chiaro, fatto di leggi scritte male e tra loro poco coordinate, che genera un eccesso di litigiosità e rende il giudizio esageratamente soggetto all’interpretazione del singolo magistrato e del momento. 

  

Tutto questo non può che produrre, tra gli effetti indesiderati, la fuga dalle responsabilità da parte degli amministratori pubblici che hanno sempre più spesso paura di decidere. E’ il caso ad esempio dell’abuso d’ufficio, che dopo il decreto legislativo 39 del 2013 è uno dei reati cui si associano conseguenze molto pesanti a carico dei dipendenti pubblici, anche in assenza di condanne passate in giudicato, con ripercussioni molto pesanti sulla carriera e sulle retribuzioni. In assenza di una chiara e comprensibile cornice di norme e certezze, la conseguenza è una sempre più pericolosa negazione della firma che blocca investimenti pubblici e privati con conseguenze sull’economia e sull’occupazione facilmente valutabili. Pur condividendo l’esigenza di colpire i comportamenti impropri dei funzionari pubblici, è evidente che di questo passo i migliori abbandoneranno il campo e che questo verrà monopolizzato dai più spregiudicati, secondo il principio che la moneta cattiva scaccia la buona.

  

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Esattamente il contrario di quello di cui abbiamo bisogno: scelte chiare e decisioni rapide assunte da funzionari competenti, motivati e non impauriti. Allora è necessario e urgente un radicale mutamento di paradigma, anche culturale. Le decisioni giudiziarie incidono sull’economia del paese e il rapporto tra tempo e processo è fondamentale. Il fattore tempo rileva non solo come durata del procedimento, ma anche come calcolabilità dei suoi esiti e come fattore di valutazione della produttività. Ciò richiede una maggiore diffusione della cultura dell’organizzazione all’interno degli uffici giudiziari, un’effettiva specializzazione del giudice e una maggiore sensibilità rispetto alle conseguenze anche di carattere economico delle sue decisioni.

  

Allo stesso tempo la soluzione rapida dei procedimenti deve accompagnarsi a una profonda revisione degli strumenti di politica legislativa, valorizzando in concreto le logiche premiali e i requisiti reputazionali che svolgono un ruolo essenziale nel confronto tra le imprese sul mercato. Più in generale crediamo che su questi temi servano chiarezza e continuità di indirizzo politico, ma anche scelte legislative e valutazioni basate su serie verifiche di efficacia – preventive e successive – superando modelli e reazioni dettate dall’emotività e dalla ricerca del facile consenso o, peggio ancora, dal mero calcolo elettorale. Perché, se sono questi fattori a prevalere, in combinato con le altre patologie – che partono dal fattore tempo e passano per l’irrazionale espansione della tutela cautelare per finire con la fuga dalla decisione dei funzionari pubblici – avremo prodotto la paralisi del paese e, prim’ancora, come dicevamo, del suo sistema industriale.

  

Nel campo del diritto penale, più che altrove, bisogna rifuggire da quel populismo penale onnivoro al quale ha fatto riferimento in modo efficacissimo il professor Fiandaca qualche giorno fa e tener conto dei profili e dei danni di reputazione, decisivi anche per le imprese. Poi, certo, serve equilibrio anche nella fase applicativa. Ma questo sarà possibile solo se saremo riusciti a creare, assumendoci anche noi come imprenditori le nostre responsabilità, un clima di fiducia e comprensione reciproca che coinvolga le imprese, il legislatore e la magistratura.

   

     
Vincenzo Boccia
Presidente di Confindustria

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