Come abbattere il totem della vendita dei beni sequestrati alla Mafia

Le misure di prevenzione patrimoniale si sono rivelate efficaci nel contrasto alla criminalità organizzata. Una soluzione concreta al problema sollevato da Cantone

Come abbattere il totem della vendita dei beni sequestrati alla Mafia

Foto LaPresse

Roma. “Bisogna abbattere il totem che impedisce la vendita [dei beni sottratti ai mafiosi], nel timore che i boss li riacquistino”. Le dichiarazioni rilasciate al Giornale dal Presidente dell’Anac, Raffaele Cantone, sollevano un problema molto serio: le misure di prevenzione patrimoniale si sono rivelate efficaci nel contrasto alla criminalità organizzata, ma c’è spazio per migliorare l’efficienza della gestione degli asset sequestrati. Il sistema previsto dal Codice antimafia si basa fondamentalmente sulla interazione tra il giudice delegato e l’amministratore giudiziario. Quest’ultimo, oltre alla gestione ordinaria, ha compiti di indagine e segnalazione di illeciti. Il professionista, novello Superman, è chiamato anche a valutare le prospettive di continuazione delle attività, relazionando al tribunale che può disporre la liquidazione dell’impresa se “mancano concrete possibilità di prosecuzione o ripresa dell’attività”.

 

Il fallimento delle imprese sequestrate alla criminalità non è raro. Le statistiche disponibili, seppure criticabili per carenze metodologiche, raccontano di una mortalità superiore al 90 per cento, con la perdita di oltre 72 mila posti di lavoro. La causa di questa alta percentuale di fallimenti sembra risiedere nella natura stessa delle imprese mafiose. Prima del sequestro, esse godono del “vantaggio competitivo criminale”: i fornitori, intimiditi o collusi, concedono condizioni favorevoli; i potenziali concorrenti sono scoraggiati dalle ritorsioni; la sistematica evasione fiscale consente spesso una notevole liquidità; le regole sul lavoro e quelle ambientali sono del tutto neglette e l’attività ispettiva è inibita con intimidazioni o tangenti. Dopo il sequestro le condizioni di vantaggio scompaiono perché l’impresa si adegua alle regole.

 

Un’efficace valutazione delle possibilità di prosecuzione dell’attività assume dunque un ruolo centrale per la salvaguardia del funzionamento del meccanismo di mercato, oltre che per una reale tutela dei lavoratori che devono accedere agli ammortizzatori sociali in tempi brevi. Mantenere in vita società decotte non solo impone un costo monetario alla collettività, ma impedisce la riallocazione dei fattori di produzione (capitale e lavoro) verso impieghi più efficienti, impoverendo ulteriormente territori già svantaggiati.

 

In una recente audizione presso la Commissione antimafia, il pm di Caltanissetta, Cristina Lucchini, incaricata dell’indagine sullo scandalo della sezione Misure di prevenzione a Palermo, ha lamentato che l’attuale sistema si fonda sulla capacità di controllo del giudice delegato sulle attività degli amministratori giudiziari e sull’onestà di tutti i soggetti coinvolti, con una evidente fragilità complessiva dei sistemi di individuazione di comportamenti scorretti. L’intera impalcatura poggia infatti sulla buona volontà degli individui, anziché su un processo robusto.

 

La possibile soluzione va pertanto ricercata nella separazione dei compiti di gestione da quelli di valutazione. In particolare occorre esternalizzare la funzione di valutare la solidità delle imprese sequestrate, per esempio rafforzando l’Agenzia nazionale dei beni sequestrati e confiscati e coinvolgendo il Fondo di garanzia per le piccole e medie imprese, che già dispone di un proprio meccanismo di rating e ha una sezione speciale dedicata alle aziende sequestrate. Sulla base della conseguente valutazione l’impresa può ricevere un rating utile anche per accedere alle garanzie del fondo, al fine di assicurare continuità nell’accesso al credito. Le imprese che non ottengono un giudizio positivo andrebbero invece messe subito in liquidazione. Bisognerebbe infine coinvolgere in modo più diretto l’Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro – riprendendo una proposta più generale avanzata da Marco Leonardi e Tommaso Nannicini – per sostenere il reddito dei lavoratori in questa fase di transizione, anche con attività di formazione e placement. Completato l’iter, e in caso di confisca definitiva, l’impresa andrebbe posta su un mercato secondario appositamente creato al fine della cessione integrale.

 

Questo meccanismo può consentire il rilancio delle imprese con fondamentali sani garantendo al contempo adeguata protezione ai lavoratori di quelle irrecuperabili. La proposta ha il vantaggio di utilizzare strumenti esistenti (l’Agenzia per i beni confiscati, il Fondo di garanzia e l’Anpal) senza richiedere ulteriore burocrazia. I tempi sono maturi per coniugare il contrasto alla criminalità con le ragioni dell’efficienza economica.

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Commenti all'articolo

  • luigi.desa

    06 Luglio 2017 - 15:03

    L'istituto della confisca potrebbe essere una benedizione le casse dello stato se si elaborasse una legge chiare e di pacile applicazione.Leggendo l'articolo si scopre che attorno all'istituto c'è un guazzabuglio inestricabile normativo dal quale giudici e addetti ai lavori è impossibile uscirne. pensare male è un dovere civico. Altra fonte immensa per far cassa è la Corte dei Conti che vista dal fuori appare un ente inutile per la scarsissima attività a fronte di centinaia di casi di danno erariale .Vista dal di dentro è possibile vederla come un dormitorio. Cantone più passa il tempo più si propone come tuttologo o in alternativa come oracolo misterico.

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