Il surreale incontro tra Gianfranco Miglio e Nitto Santapaola secondo Graviano

“Dialogo tra il Profesùr e ’u Licantrupu”. La tendenza dei giornali a riportare senza filtro il contenuto delle conversazioni intercettate in carcere

Luciano Capone

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Il surreale incontro tra Gianfranco Miglio e Nitto Santapaola secondo Graviano

Giuseppe Graviano

Sarebbe stato un racconto da Operette morali di Leopardi, il “Dialogo tra il Profesùr e ’u Licantrupu”, e invece è solo una delle migliaia di pagine dello zibaldone di Giuseppe Graviano depositate dalla procura di Palermo a corredo del processo sulla trattativa tra stato e mafia. I giornali riportano senza filtro il contenuto delle conversazioni intercettate in carcere tra il boss di Cosa nostra e un coinquilino camorrista. Nei discorsi di Graviano, frutto anche dell’azione maieutica del compagno di socialità e collega di ergastolo Umberto Adinolfi, c’è di tutto: dagli accordi con un Berlusconi mandante delle stragi mafiose del ’92 fino a Gigi D’Alessio “pezzo d’infamone” per aver rifiutato di cantare alla Comunione del figlio. Ma la parte più onirica, e che invece qualche giornale senza senso del ridicolo definisce “inquietante”, dei racconti del boss di Brancaccio è il presunto incontro tra Gianfranco Miglio, il Profesùr ideologo della prima Lega nord, e Nitto Santapaola ’u Licantrupu, il potente e sanguinario boss di Catania: “E’ sceso in Sicilia perché aveva un bel progetto e si incontrò pure con Nitto”.

 

Graviano sussurra al compagno d’ora d’aria di conservare anche una “dichiarazione autentica” di Miglio: “Quello che ti sto raccontando è storia – dice il boss – Con noi! Che voleva fare? Voleva la Sicilia… nel 1993”. Così è riportata la faccenda: l’intellettuale di Umberto Bossi e il capo di Cosa nostra alleato dei Corleonesi si incontrano e stringono un patto per fare la secessione. Nella storia, di per sé irreale, c’è qualcosa che la rende surreale. Gianfranco Miglio non è semplicemente “l’ideologo della Lega”, è stato uno dei più sofisticati politologi italiani, per trent’anni preside della facoltà di Scienze politiche dell’Università Cattolica, storico dell’amministrazione e del realismo politico, studioso di Max Weber e Lorenz von Stein, ma soprattutto colui che ha introdotto in Italia la “teologia politica” di Carl Schmitt. Non proprio gli ambiti di ricerca e di interesse di Nitto Santapaola, pluriergastolano, autore delle stragi del generale Dalla Chiesa, di Falcone e Borsellino, dell’omicidio di Pippo Fava.

 

L’incontro tra l’eminente studioso lombardo e lo spietato criminale siciliano sarebbe avvenuto quando il primo era uno dei più noti senatori della Repubblica e l’altro uno dei principali ricercati di Cosa nostra, latitante da una decina d’anni, nel cuore della stagione delle stragi mafiose. Tra l’altro il 1993 è proprio l’anno in cui ’u Licantrupu è stato arrestato, il 18 maggio con l’operazione “Luna piena”, evento che restringe a pochi mesi l’arco temporale in cui si sarebbe potuto verificare il simposio. Riportare come plausibile una cosa del genere è fuori dalla logica e dalla realtà. Ma a questo punto, nonostante le difficoltà di idioma, sarebbe stato interessante assistere al dialogo tra il Profesùr comasco che contava le galline in tedesco e ’u Licantrupu che contava gli omicidi in catanese, sarebbe emersa una descrizione iperrealista della storia del paese e dei diversi modi di concepire la vita dei popoli italiani. Ma tutto questo non c’è. Ciò che resta è la strana gestione del 41 bis, concepito per non far comunicare i boss con l’esterno, e che invece diventa attraverso la messa in scena delle intercettazioni un megafono per l’invio di messaggi in codice. Ed emerge la stanca riproposizione di un mito quasi religioso, in cui cambiano a turno i protagonisti ma che si basa sui medesimi capisaldi: stato e mafia, la trattativa tra bene e male, un “papello” segreto che prova l’indicibile accordo e la storia spiegata come susseguirsi di complotti. Negli scritti tradotti da Miglio, Carl Schmitt sosteneva che gli elementi della politica moderna sono in realtà concetti teologici secolarizzati. E’ così anche per alcuni processi. Oltre alla teologia politica esiste una teologia giudiziaria.

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Commenti all'articolo

  • guido.valota

    15 Giugno 2017 - 23:11

    Allora. Se Renzi figlio raccomanda per telefono a Renzi padre la massima trasparenza, sicuramente lo fa sapendo di essere intercettato quindi bisogna incriminarlo per depistaggio. Se un criminale mafioso condannato al 41 bis, che quindi sa di essere intercettato 24/24, racconta asinerie che neppure il grillino medio con la terza elementare, è affidabile e i fenomeni dell'antimafia alle vongole ci possono campare bene per i prossimi vent'anni - con la complicità de Il Falso Quotidiano.

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  • carlo schieppati

    15 Giugno 2017 - 11:11

    Io ho discusso la mia tesi di Storia con il professor Gianfranco Miglio: devo temere una incriminazione per concorso (più o meno esterno) in associazione mafiosa? A parte gli scherzi, Graviano è al 41 bis, un regime carcerario particolarmente duro in cui ogni spostamento e contatto viene sistematicamente controllato e registrato. Il che - come ho letto da qualche parte - non gli ha impedito di mettere incinta la moglie (e già questo la dice lunga su chi siamo in mano). Non dovrebbe pertanto essere difficile rintracciare il suggeritore di quello che poi vanno a dire, sapendo per altro di essere intercettati (parlo al plurale perché l'hanno fatto anche con Riina). Poi mi rendo conto che è tutta una sceneggiata, buona giusto per "la trattativa".

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