Nuovo cinema Consip

Sceneggiatura di un'incredibile inchiesta con ripercussioni politiche raccontata con falsi scoop giornalistici. Perfetta per una fiction legale di sicuro successo

Nuovo cinema Consip

La sede del Consip in Via Isonzo (foto LaPresse)

Scena uno. Ciak, si gira. Il docureality trasmesso dalla Rai, dal titolo “Il triangolo della Repubblica giudiziaria”, soggetto Consip, per dimostrare che non tutti i commissari somigliano a Montalbano né tutti gli ispettori a Barnaby, prende le mosse dall’epicentro inquisitorio, il luogo dove tutto ebbe inizio. Il cumulo di monnezza. Immaginate i carabinieri del Nucleo operativo ecologico che rovistano alacremente tra tonnellate di rifiuti romani fin quando pescano i famigerati pezzettini di carta sbrindellata, li ricompongono come in un puzzle mefitico, l’immondizia non olezza di primavera. M., T. ed L. sono le consonanti che inchioderebbero chiunque a un verdetto definitivo di colpevolezza. Ma il meglio deve ancora venire: come in ogni legal thriller che si rispetti, c’è il ribaltamento dei ruoli, le guardie che si confondono con i ladri, gli eroi del bene che complottano per il male, trame indicibili e strategie occulte, servizi deviati e una regia politica che farebbe impallidire financo il Frank Underwood della quinta stagione di “House of Cards”, impegnato nelle manovre contro lo sfidante Conway.

  

Nel caso Consip la realtà supera la più fervida fantasia, il difensore di Tiziano Renzi potrebbe cimentarsi da novello John Grisham, avvocato nella vita precedente a quella di scrittore. Mario Orfeo, fresco di nomina Rai, potrebbe trarne ispirazione per un docureality sul meccanismo diabolico che collega un’inchiesta un po’ così, un fake scoop giornalistico e un chiassoso psicodramma politico animato da orde di “portavoce” pentastellati che trasformano brandelli di accuse e frasi mozzate al telefono in condanne inappellabili, hashtag letali, richieste di dimissioni e via discorrendo. Un triangolo a tre punte, sapientemente collaudato, che il mite Orfeo potrebbe rendere pop ispirandosi, che so io, a un romanzo di Grisham. Sarebbe un eccellente servizio pubblico, un avvertimento per milioni di italiani che rischiano di restare intrappolati nelle maglie della fake giustizia per via di indagini condotte con sciatteria, nella migliore delle ipotesi. Nella vita reale non tutti i commissari somigliano a Montalbano, ahinoi. Lo sa bene Angelo Massaro che nel ’97, a ventinove anni, finisce in cella per l’omicidio di un amico. A distanza di vent’anni, viene liberato in quanto innocente: gli inquirenti hanno frainteso una consonante. “Faccio tardi stasera, sto portando u muers”, dice Massaro al telefono con la moglie, gli investigatori scambiano la ‘s’ per una ‘t’, ed eccoti “muert”, il morto.

  

Se qualcuno avesse riascoltato attentamente quella intercettazione, Massaro non sarebbe invecchiato dietro le sbarre. E che dire dell’immagine trasmessa in tutti i programmi, in tutti i notiziari, che ritrae il furgone di Massimo Bossetti mentre si aggira freneticamente nei pressi della palestra di Brembate nella tragica sera della scomparsa di Yara. Non sappiamo se Bossetti sia innocente o colpevole, è in corso il processo d’appello, sappiamo però che quel video è stato fabbricato ad arte, a uso e consumo dei media, mai depositato agli atti. Lo ha ammesso in aula il comandante del Ris a proposito dell’assemblaggio capzioso dei fotogrammi ad opera degli inquirenti: “Il video è stato concordato con la procura a fronte di pressanti e numerose richieste di chiarimenti della circostanza emersa. E’ stato fatto per esigenze di comunicazione. E’ stato dato alla stampa”.

Metodo Woodcock

Altre inquietanti analogie tra le inchieste Cpl Concordia e Consip. I magistrati, il Noe e il Csm muto

Ma torniamo al docureality, soggetto Consip. Nella prima scena i carabinieri del Noe sfidano la monnezza romana. Nella montagna di rifiuti accumulati nel centro di piazza Nicosia sono depositati pure i sacchetti di chi scrive, lo slargo è infatti il punto di raccolta fissato dall’Ama per diversi palazzi del centro storico. A tarda sera, piazza Nicosia, a due passi da piazza Navona e dall’Ara Pacis, è pervasa dalle note musicali provenienti dal pianobar del Tartarughino, locale ruggente negli anni Ottanta; se alzi gli occhi scorgi la terrazza illuminata con le palme psichedeliche di Roberto D’Agostino, al centro zampilla ininterrottamente, giorno e notte, l’acqua di una fontana ottagonale, progettata da Giacomo della Porta nel XVI secolo, una discreta vasca con un elegante balaustro di marmo cipollino decorato dagli emblemi araldici della famiglia Borghese. Davanti al cumulo di monnezza c’è un supermercato express, aperto 365 giorni l’anno, dalle 7 alle 23, paradiso di noi single senza orari.  

 

Insomma, a parte il ristorante Due Ladroni, il negozio di tappezzeria e il salone estetico, in piazza Nicosia si getta la monnezza. Gli uffici romani di Alfredo Romeo, imprenditore di origine casertana, protagonista anch’egli di un favoloso romanzo popolare per la sua parabola personale e professionale, più volte indagato, sotto intercettazione da circa dieci anni, quasi ininterrottamente, sempre prosciolto e assolto, con all’attivo 75 giorni di ingiusta detenzione a Poggioreale, i suoi uffici, dicevo, si trovano al civico 7 in via di Pallacorda, e destinano i rifiuti, pure i loro, al punto di raccolta della medesima piazza. Incontro Romeo, anzi l’avvocato come lo chiamano nel mondo dell’imprenditoria (in effetti è laureato in Giurisprudenza e iscritto all’albo di Santa Maria Capua Vetere), pochi giorni prima dell’arresto negli stessi uffici dove, secondo gli inquirenti, avrebbe vergato a penna su due pizzini, stile Ciancimino, consonanti e importi dei destinatari di somme illecite. Romeo è abbronzatissimo e rassegnato, uno stretto collaboratore descrive le presunte falle dell’inchiesta, lui ascolta, quando gli domando se è consapevole che potrebbe essere presto arrestato, risponde serafico: “L’ho messo in conto, sono capaci di tutto”. Il primo marzo 2017, nel giorno del sessantaquattresimo compleanno, Romeo viene arrestato. E’ tuttora dietro le sbarre in attesa di giudizio. Il procuratore aggiunto Paolo Ielo e il sostituto Mario Palazzi hanno chiesto il giudizio immediato per lui e l’ex dirigente Consip, Marco Gasparri, il “prototipatore” che avrebbe ottenuto da Romeo 100 mila euro in tre anni fornendogli informazioni utili ad aggiudicarsi le gare.

  

A oggi non c’è prova delle dazioni di denaro, così come i presunti incontri con Lotti e Renzi senior restano privi di riscontro, ammesso che le benedette iniziali si riferiscano a loro. “Tiziano Renzi non partecipa a un solo colloquio, il babbo dell’allora premier non ha incassato un euro da Romeo e potrebbe essere vittima di un colossale misunderstanding sulla T. o di un colossale millantato credito di Russo”, scrive sul Fatto quotidiano Marco Lillo, lo stesso giornalista che pubblicherà l’intercettazione telefonica tra Matteo Renzi e il genitore, uno scambio di carattere squisitamente privato risalente al 2 marzo scorso, secretato e mai depositato agli atti, perciò ignoto alla difesa. Nel legal thriller, del resto, non può mancare il coté intimistico, la nota sentimentale che s’intrufola voyeuristicamente nel rapporto impenetrabile tra padre e figlio. Si scopre così che a marzo, nonostante il trasferimento del fascicolo per competenza da Napoli a Roma, l’utenza telefonica di babbo Renzi è tenuta ancora sotto controllo dalla procura partenopea. Tiziano Renzi è ancora indagato nel capoluogo campano ma con un capo di imputazione diverso. Sono i pm Henry John Woodcock e Celeste Carrano a definire “pizzini” i foglietti di carta strappati e assemblati con la stessa tecnica investigativa impiegata dall’agenzia americana Fbi per incastrare il boss di Brooklyn Joe Bonanno, wow. Il Noe, che per legge dovrebbe occuparsi di “vigilanza, prevenzione e repressione delle violazioni compiute in danno dell’ambiente”, è spesso impiegato da Woodcock per indagini su corruzione e vipgate. Sergio de Caprio, nome in codice Ultimo, è il colonnello che ha ammanettato Totò Riina nel 1993, una punta di diamante del nostro apparato investigativo. De Caprio è capo operativo del Noe fino all’agosto 2015, quando viene di fatto demansionato dal comandante generale Tullio Del Sette che, ma è solo una coincidenza, risulta indagato pure lui nella medesima inchiesta per rivelazione del segreto istruttorio. Il capitano Gianpaolo Scafarto è allievo di Ultimo, da lui ha appreso diversi segreti del mestiere, incluso l’espediente tipico dei mafiosi di annotare in silenzio su un pezzo di carta per sottrarsi alle intercettazioni ambientali. Scafarto è uno stretto collaboratore di Woodcock per il quale ha curato indagini rilevanti, da Finmeccanica alla P4 passando per la metanizzazione di Ischia.

Il triangolo Noe: Pignatone- Carabinieri-Woodcock

Roma indaga anche il numero 2 del nucleo che a Napoli lavora sul caso Consip

Il legal thriller sul Consipgate non è solo una storia di carabinieri e pm, rivalità personali e manipolazioni studiate, infedeltà e faide interne all’Arma. L’intrigo di potere investe i vertici delle istituzioni. L’inchiesta, in questo gigantesco romanzo popolare, tocca gli equilibri istituzionali e politici del paese. Depistaggio a fini di destabilizzazione. C’è un che di eversivo nella condotta di chi falsifica atti di indagine per avvalorare una determinata tesi. Così come desta inquietudine l’ipotesi di una attività investigativa che non appare preordinata, come detta la legge, a individuare elementi di prova a favore e contro l’indagato ma che invece mira, più prosaicamente, ad ammanettare la preda (“Questo passaggio è vitale per arrestare Tiziano”, comunica in un messaggio Scafarto ai colleghi della squadra investigativa). Se la preda è il padre del premier in carica, il legal thriller si fa vieppiù avvincente. Piazza Nicosia, rovistando nella monnezza il Noe riporta alla luce i pizzini che s’ispirano a Ciancimino o, forse, alla saga mafiosa di Mario Puzo; come un padrino qualunque Romeo, a colloquio con il faccendiere di Scandicci Carlo Russo, intervallerebbe la conversazione con calcolati silenzi per non essere intercettato, nel frattempo metterebbe nero su bianco i nomi, anzi le consonanti, dei destinatari delle cifre illecite di cui non v’è traccia. L’inchiesta napoletana originaria prende le mosse da certi appalti sospetti all’ospedale Cardarelli, un retroscena locale, di scarso rilievo mediatico, che investe il palcoscenico nazionale quando le indagini del pm Woodcock approdano nell’epicentro del potere politico romano. Lo scorso marzo, dopo che il fascicolo viene trasferito per competenza nella capitale, la procura guidata da Giuseppe Pignatone revoca la delega delle indagini al Noe affidandola al Nucleo investigativo di Roma. “Gli accertamenti fin qui espletati – si spiega in una nota – hanno evidenziato che le indagini del procedimento a carico di Alfredo Romeo ed altri sui fatti (poi) di competenza di questa procura sono state oggetto di ripetute rivelazione di notizie coperte da segreto sia prima che dopo la trasmissione degli atti a questo Ufficio, sia verso gli indagati o comunque verso persone coinvolte a vario titolo, sia nei confronti degli organi di informazione”. Stop al circo mediatico. Agli inizi di aprile il capitano Scafarto è chiamato in procura a Roma.

   

L’ufficiale è indagato per falso aggravato perché, secondo l’accusa, avrebbe manipolato almeno due atti di indagine: in particolare, avrebbe attribuito falsamente a Romeo una frase pronunciata da Bocchino, al fine di dimostrare un incontro mai avvenuto tra l’imprenditore e Tiziano Renzi; in secondo luogo, Scafarto avrebbe accreditato la tesi di un presunto coinvolgimento dei servizi segreti omettendo scientemente informazioni ottenute a seguito delle indagini esperite. Richiesto di chiarimenti sulle modalità di conduzione delle indagini, il pubblico ufficiale Scafarto si avvale della facoltà di non rispondere. Soltanto in un successivo colloquio protrattosi per circa cinque ore, alla presenza di Ielo e Palazzi, insieme al procuratore capo Pignatone, il capitano dichiara: “La necessità di compilare un capitolo specifico inerente al coinvolgimento di personaggi legati ai servizi segreti fu a me rappresentata come utile direttamente dal dottor Woodcock che mi disse testualmente: al posto vostro farei capitolo autonomo su tali vicende, che io condivisi”. La persona che, secondo Scafarto, avrebbe pedinato i carabinieri non è un agente dei servizi, dall’identificazione effettuata proprio dal Noe ai fini della compilazione dell’informativa emerge che la jeep appartiene a un dipendente dell’Opera pia. Nel colossale giallo del Consipgate non c’è solo Grisham, c’è pure Underwood, l’antropologia del potere senza romanticherie. Perché far credere che degli agenti segreti stiano pedinando i carabinieri impegnati nelle indagini sul padre del premier in carica? Perché insistere su tale pista se i riscontri la smentiscono? 

   

E’ suggestiva l’immagine di Matteo Renzi che nel chiuso di Palazzo Chigi manovra trame oscure per bloccare indagini scomode. Al punto che, sostengono i detrattori, lo scorso agosto il governo approva il “decreto di mezza estate” che, tra le varie misure, introduce l’obbligo per ogni poliziotto, carabiniere, finanziere di trasmettere alla propria scala gerarchica le notizie relative all’inoltro delle informative di reato all’autorità giudiziaria. L’obiettivo occulto sarebbe che, di superiore in superiore, le notizie delle inchieste arrivino all’orecchio dell’autorità politica. In realtà, la norma contestata estende alla polizia di stato ciò che il Testo unico dell’ordinamento militare del 2010 prevede per i carabinieri. E che si giustifica con la necessità di razionalizzare e coordinare le attività degli organismi investigativi. Sul punto interviene il capo della Polizia Franco Gabrielli: “La verità è che quella legge non serve né al presidente del Consiglio, né ai colletti bianchi che finiscono sotto inchiesta. Serve a impedire che gli ufficiali di polizia giudiziaria si trovino stretti tra un pm e la loro catena gerarchica. E che se qualcosa va storto, se le notizie finiscono dove non dovrebbero, a volare siano solo gli stracci”.

Carabinieri, pm, premier e vertici dell’Arma: che spettacolo. “Renzi l’ultima volta che l’ho incontrato”, nella famigerata informativa Scafarto mette nero su bianco che a parlare sarebbe Romeo riferendosi a Tiziano Renzi. Se così fosse, si materializzerebbe la pistola fumante per arrestare il padre dell’ex premier. Fino ad allora infatti, nonostante la massiccia opera di pedinamento e intercettazione a carico di Tiziano (l’incontro a Fiumicino con un fornitore che ha nome e cognome diventa per la stampa il misterioso colloquio con Mister X), gli inquirenti non rinvengono traccia di eventuali contatti tra il babbo eccellente e l’imprenditore. Dalla chat tra Scafarto e gli uomini della squadra investigativa, emerge che tra il 2 e il 3 gennaio di quest’anno il capitano chiede insistentemente ai suoi di trovare uno stralcio di intercettazione che provi l’incontro tra Romeo e Tiziano. “Remo, per favore, riascoltala subito. Questo passaggio è vitale per arrestare Tiziano”. Il carabiniere risponde con sincerità: “Sto trascrivendo. Ho trovato quel passaggio e sembra che sia Bocchino che dica quella frase”. Deluso dalla risposta, Scafarto insiste: “Ascolta bene e falla ascoltare pure a qualcun altro”. Il militare rincula: “Già fatto e siamo giunti alla conclusione che c’è Bocchino che, abbassando il tono della voce, dice quella frase”. Scafarto chiede di inviargli il file audio con l’intercettazione. Che avrà. E che, come sappiamo, ignorerà, attribuendo a Romeo le parole di Bocchino nell’informativa taroccata. Bocchino chiarirà di riferirsi a Matteo Renzi.

  

Non c’è solo Scafarto. Il vicecomandante del Noe Alessandro Sessa è formalmente indagato dalla procura capitolina per depistaggio nell’ambito della medesima inchiesta. A partire dal giugno 2016, Scafarto condivide con lui ogni informazione avvisandolo dell’opportunità di interrompere il flusso di informazioni verso la catena gerarchica superiore. In particolare, bisogna tenere la bocca chiusa con il capo di stato maggiore Gaetano Maruccia e con il comandante generale Tullio Del Sette. Secondo la procura romana, così avrebbe intimato Woodcock minacciando di “far passare un guaio” a chi dovesse far uscire qualcosa. Lo scorso 9 agosto Scafarto invia un messaggio a Sessa: “E’ stata una cazzata dirlo al capo attuale”. Il “capo” potrebbe essere il comandante del Noe Sergio Pascali, amico del comandante generale Emanuele Saltalamacchia, pure lui indagato per rivelazione del segreto istruttorio. Sentito dai pm, Sessa afferma di aver appreso dell’inchiesta Consip solo lo scorso novembre dopo la pubblicazione di un articolo sul quotidiano La Verità. Eppure qualcosa non torna, dalle evidenze telefoniche in possesso della procura romana emerge che Sessa è informatissimo da diversi mesi. Quando Scafarto gli accenna del coinvolgimento di Del Sette, Sessa gongola (“Fichissimo”, dice), non è mistero che il vicecomandante non nutra simpatia per lui. Maruccia e Del Sette sono i due nemici interni da cui guardarsi al punto che Sessa e Scafarto valutano l’opportunità di intercettare i due alti ufficiali presso i loro uffici al comando generale. Non è chiaro se abusivamente o con l’autorizzazione di un pm o di un gip.

  

Un verminaio di infedeltà e manipolazioni, un’inchiesta foriera di fake scoop giornalistici con inevitabili ripercussioni politiche. Un legal thriller sul Triangolo della Repubblica giudiziaria, materia ghiotta per il servizio pubblico Rai. Perché non tutti i commissari somigliano a Montalbano. Un giallo che assume tinte sinistre per il tentativo di destabilizzazione mediante l’accerchiamento dell’uomo che fino a dicembre scorso era il presidente del Consiglio in carica. La realtà che supera la fantasia. Grisham attingerebbe a piene mani dal marasma fosco delle Italian chronicles. Underwood accennerebbe un sorriso a mezza bocca, prima di guardare dritto nella telecamera. Ciak, si gira.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi